don Antonio Savone – Commento al Vangelo del 17 Novembre 2020

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Anche così può cominciare una storia di salvezza.

Chissà cosa avrà pensato la sera di quel giorno il buon Zaccheo riandando con la mente a quello che gli era capitato? Tutto era partito da una curiosità superficiale. In paese non si faceva altro che parlare di quel maestro che aveva appena guarito un cieco. Forse si era interessato di Gesù solo di riflesso abbandonando le sue occupazioni ordinarie. Eppure, quella sera, si sarà detto che anche così può cominciare una storia di salvezza.

Quella curiosità superficiale si era imbattuta da subito in un ostacolo apparentemente banale: era piccolo di statura. Ma non poche volte l’ostacolo banale può tanto persuadere a lasciar perdere o può convincere ad un esercizio, una intraprendenza e una ostinazione che rende non solo più tenace il desiderio ma ne svela la profondità e la serietà. A Zaccheo, infatti, era accaduto proprio così.

Probabilmente non lo aveva messo in conto neanche lui, Zaccheo, che quel desiderio di vedere chi era Gesù, venisse ripagato addirittura con un invito a scendere e ad accoglierlo in casa sua, la casa di un peccatore. A lui sarebbe bastato restare spettatore di quel passaggio e invece si ritrovava coinvolto in un’esperienza che segna un prima e un poi nella sua vita e in quella di chi avrà a che fare con lui. Tutto era cominciato non quando Gesù lo aveva chiamato ma quando, un attimo prima, d’istinto aveva deciso di arrampicarsi su quell’albero. Anche così può cominciare una storia di salvezza.

La pagina di Zaccheo è un incrocio di sguardi.

C’è lo sguardo di chi non vede se non per criticare e per darsi ragione. È lo sguardo di chi senza chiedersi perché, ha già stabilito che Gesù sbaglia. È uno sguardo che guarda ma senza vedere: gli sfugge il senso profondo di quella vicenda. Registra ciò che accade ma non sa leggervi la verità che esso rivela. Ritiene di essere uno sguardo realista e prudente e tuttavia non s’accorge di essere afflitto da ottusità, paura, risentimento. E – come di solito avviene – è uno sguardo che si nutre di mormorazione, quella che si coltiva sempre con altri e perciò esclude l’interessato. La mormorazione che non cerca la relazione, sottolinea piuttosto la distanza tanto da giustificare il rifiuto dell’altro. Sguardo difficile da convertire perché si regge su convinzioni incrollabili quanto infondate.

C’è poi lo sguardo di Zaccheo, inizialmente mosso da quella curiosità che ti spinge a darti da fare. In genere la curiosità è fine a se stessa: quando lo spettacolo finisce si torna immutati alla vita di prima. Cos’è accaduto, invece, a Zaccheo se è riuscito a passare dalla curiosità alla conversione?

È qui che entra in gioco lo sguardo di Gesù. Tutto sembrava mettere a fuoco l’atteggiamento di Zaccheo in cerca di Gesù. E invece è Gesù che è venuto a cercare e salvare. Com’è questo suo sguardo? È anzitutto uno sguardo che cerca l’incontro, uno sguardo che non si ferma a una lettura superficiale: sa leggere la miseria ma non umilia, sa scorgere il peccato ma non condanna, sa intravedere un bisogno profondo che non è ancora diventato parola o preghiera e che invece è rimasto dentro come un’inquietudine. E probabilmente sarebbe rimasto sempre così, diventando magari motivo di scontento, se non ci fosse questo sguardo che inizia un dialogo. Quello sguardo favorisce la confidenza e facilita la liberazione di uno slancio troppo a lungo trattenuto e lascia percepire come possibile una conversione a lungo rimandata. Quello sguardo ha attenzione per l’isolamento in cui ti ha confinato il tuo peccato e la critica altrui per dirti: lasciami venire con te!

Quello sguardo riscatta lo scorrere banale del tempo e fa sì che una data diventi memorabile perché finalmente segnata da un incontro. Già. Perché Zaccheo decide di accogliere Gesù non in base ad un calcolo sui vantaggi e gli svantaggi e neppure in balia di un entusiasmo incontrollabile. Per la prima volta si accorge di essere stato preceduto con la grazia di mille premure, con l’imprevedibile attenzione di cui si sentiva indegno, con la paziente misericordia che lo aiuta ad avere stima di se stesso. Può scegliere e decidere perché finalmente scopre di non essere solo. Per la prima volta Zaccheo sperimenta tutta la fierezza della libertà e l’umiltà dell’obbedienza. Non a caso usa la stessa parola di Maria: Ecco. Perché anche a lui è stata concessa la grazia di una annunciazione.

Cosa mancava a Zaccheo perché potesse decidersi a cambiare vita già prima di quel giorno? Non certo le buone disposizioni, piuttosto evidenti nel momento in cui scende dall’albero. Non aveva neppure bisogno che Gesù lo sollecitasse, se è vero che da solo giunse alla decisione di restituire il maltolto facendo dono di metà dei suoi beni ai poveri. Cosa gli mancava, allora? Gli mancava chi credesse alla sua possibilità di cambiare, chi accordasse un credito a questa eventualità.


AUTORE: don Antonio SavoneFONTE CANALE YOUTUBETELEGRAM