don Antonio Savone – Commento al Vangelo del 14 Agosto 2020

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Tanti accorrono per consegnargli le loro infermità. E Gesù se ne fa carico. Tuttavia, c’è qualcuno che accorre a lui non per condividere quel cammino, ma per tendergli un inganno. Argomento della discussione: il matrimonio. Sul versetto del Dt circa il ripudio della donna, si scontravano due interpretazioni, una più liberale, una più rigorosa. Tu, da che parte stai? È lecito, non è lecito, quando è lecito?

Ma Gesù – ecco il vangelo per noi – non ci sta a restringere il problema della relazione uomo-donna nell’orizzonte piuttosto angusto del lecito e del non lecito, emettendo sentenze. Pagina di respiro per la  chiesa tutta che troppo spesso rimane irretita nel legiferare allontanandosi dall’esempio del suo Maestro che porta l’attenzione su un orizzonte più alto, quello della relazione, e sul senso che la abita, perché in quel senso che la abita sta il disegno iniziale di Dio.

Gesù ci riporta all’in principio. Quanto abbiamo bisogno di essere ricondotti là, all’in principio, noi che troppo spesso cediamo, a proposito di matrimonio, alla logica farisaica e ci ergiamo a giudici, distribuendo condanne e abbassando l’orizzonte a una diatriba sul lecito e sull’illecito. Da una parte non troviamo ascolto, ma dall’altra tradiamo l’esempio di Gesù, che apre orizzonti, invita a essere intelligenti, invita a scrutare il senso recondito delle cose.

Alla mentalità ristretta degli interlocutori di ogni tempo che vorrebbero imprigionarlo nelle casistiche (che non sapranno mai interpretare la vita che è più grande e più sfaccettata di tutte le nostre casistiche), Gesù risponde ponendo lui una domanda su che cosa sta scritto nella bellezza del disegno dell’in principio: “all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina…”.

Secondo Gesù di questo dovremmo parlare. E lui va con la mente ai racconti della creazione là dove è scritto che  “Il Signore disse: Non è bene che l’uomo sia solo”. All’inizio c’è sempre la tenerezza del nostro Dio che ha compassione della nostra solitudine. Dice addirittura che è un male, non è un bene la solitudine. E non si limita a dirlo. Come spesso facciamo noi, che magari lo diciamo che non è bene la solitudine, e poi lasciamo l’altro nella solitudine. Lui fa un gesto: “gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”. Traduzione infelice: non è clonando una nostra riproduzione che si vince la solitudine. Guai se cerchi uno come te, sarai ancora solo.

“In principio” Dio non crea un essere simile ma “uno che sta di fronte”.

La relazione, all’inizio, è questo: “uno che ti possa guardare in volto” e che tu possa guardare in volto, uno che ti stia di fronte con la sua diversità, che è fatica perché ti chiama a uscire, ma è anche bellezza, perché è scoperta, è comunione, è viaggio. Questo sta all’inizio e, se all’inizio non c’è questo, se l’ altro per te è tra le cose di cui disporre o uno che deve riprodurre la tua immagine, non c’è il disegno delle origini, non c’è sacramento. La possibilità della comunione sta nell’accettare la sfida della diversità.

“Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre”. Interessante il verbo “lasciare”. Una sfida, questa: lasciare il sicuro, la terra in cui stai, il paese conosciuto, per un viaggio che non puoi immaginare. Abbandonandoti. Triste e spenta quella esistenza che si muove solo se ha una garanzia in mano. La vita ha nel suo dna “l’abbandonarsi”.

Dopo questo brano Gesù ci proporrà  il bambino, non certo per la sua innocenza che non potremmo imitare, ma per la sua capacità di abbandono. È così che si cresce nella vita. Se da piccoli non ci fossimo affidati, saremmo ancora al punto di partenza. È dando fiducia che noi cresciamo e viviamo.

L’invito a lasciare, a rischiare, ad aver fiducia. Pena l’intristirsi in un porto da cui non si ha mai il coraggio di partire.

Oltre l’orizzonte corto del lecito e del non lecito, la fatica ma anche la bellezza, della relazione. Quando questa avviene, avviene ciò che sta all’inizio, avviene il disegno di Dio.


AUTORE: don Antonio Savone
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