don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 30 Dicembre 2020

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IL CAMMINO CHE CONDUCE ALLA BENEDIZIONE

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AUTORE: don Antonello Iapicca FONTE: Newsletter SITO WEB CANALE YOUTUBE

Una vedova e un bambino, un figlio donato quale compimento di una preghiera senza posa. Il silenzio e la dedizione totale a Dio. Questo era Anna,che significa “oggetto della Grazia divina”, della tribù di Aser, l’ottavo figlio di Giacobbe alla quale era toccata in sorte una porzione della Terra Promessa che giungeva sino al Carmelo. Il profumo di questo Monte, culla del monachesimo d’ogni epoca, il giardino dai frutti deliziosi (in ebraico karmel significa “Frutteto, giardino”) evocato dal Cantico dei Cantici, pervade l’incontro tra questa donna anziana e quel Bimbo che celava un mistero prodigioso. 
 
In principio “benedetta più di tutte le altre”, intrappolata poi nei beni e nell’idolatria, la tribù di Aser si era però allontanata dal culto di Israele, sino a scomparire nell’invasione Assira. Erede di un tradimento, Anna ne portava le stigmate nella sua vedovanza che si protraeva da moltissimi anni. Un’altra ‘anawim, tra le più povere: senza tribù e senza marito, “non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. 
 
Era con tutta probabilità tra quelle donne che “nei tempi stabiliti venivano a prestare servizio all’ingresso della tenda del convegno” (Es 38,8; cfr. 1Sam 2,22). Viveva lì, facendo della sua vita un Tempio pronto ad accogliere il suo Dio; era sola con in seno la speranza di tutto il suo Popolo.
Suo padre si chiamava Fanuele, che significa “il volto di Dio”, ed era una memoria della lotta di Giacobbe con l’Angelo al guado di Jabbok, il luogo che “Giacobbe chiamò Peniel, perché disse: ‘Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata’”. E la vita di Anna era trascorsa proprio come in quel guado, lunghi anni di lotta nella preghiera per conservare, in mezzo alle difficoltà, la fede che i suoi padri avevano svenduto. 

Come Giacobbe era stata colpita in quanto aveva di più caro, e come lui aveva imparato a fare della sua debolezza la terra buona dove l’attesa confidente della salvezza stendeva le sue radici. Per questo, i suoi occhi purificati dalla sofferenza sapevano discernere la volontà di Dio celata nelle prove più dure, e dalle sue labbra scaturivano parole profetiche a cui attingevano i poveri come lei.

Era, infatti, profetessa e sapeva che sarebbe arrivata la Giustizia; la preghiera incollata alle pietre del tempio era l’immagine di questa certezza che tappezzava ogni centimetro d’esistenza, che la fondava e la orientava. Sapeva aspettare con gli occhi dischiusi dalla speranza, e proprio per questo saprà riconoscere nel Bambino quello che attendeva. 

Non poteva quindi che “sopraggiungere in quell’ora”, mentre il Messia era offerto a Dio e al mondo. In un istante, dopo decine d’anni trascorsi tra digiuni e preghiere, ecco la Grazia di un incontro. 
 
Non era stata inutile la sua vita, anzi. Come non sono inutili gli anni nei quali invecchiamo tra preghiere che sembrano evaporare inascoltate. Non è inutile pregare per il figlio che si è allontanato dalla Chiesa e non si vuole sposare; per il marito o la moglie che hanno tradito; per il fratello che ci odia pieno di gelosia. 

Non è inutile una sola delle nostre preghiere, dei sacrifici e dei digiuni, delle elemosine e delle lacrime. Tutto è raccolto nelle mani di Dio, e darà frutto a suo tempo, quello pensato da Lui nella sua provvidenza. 
 
Per questo la vecchiaia è feconda in una carica profetica dirompente. I calli del cuore solcati da lavoro e preghiera plasmano preghiere e parole sapide, autentiche, capaci di conficcarsi in terra come in Cielo, nel cuore degli uomini e in quelli di Dio. 

Quante anziani, invece, vivono ai bordi della società, dalla panchina dei giardini pubblici ad una sedia in un angolo della casa; se non peggio, dimenticati in un ospizio, scivolando nella nostalgia di ore senza senso, ingoiati dalla mormorazione e dal risentimento. 
 
No, la vecchiaia è il tempo della preghiera più intensa, dell’intimità in attesa del compimento di tutta una vita. Gli anziani sono le antenne che ricevono ansie, speranze, angosce e desideri di tutta la famiglia per ritrasmetterle a Dio; e che ascoltano le sue parole per annunciarle profeticamente ai più giovani. 
 
Non sono soli, sono lasciati liberi per Dio, perché si compia in loro il Salmo 92: “Il giusto fiorirà come la palma, crescerà come il cedro del Libano. Quelli che sono piantati nella casa dell’Eterno fioriranno nei cortili del nostro DIO.  Porteranno ancora frutto nella vecchiaia e saranno prosperi e verdeggianti, per proclamare che l’Eterno è giusto; egli è la mia Rocca e non vi è alcuna ingiustizia in lui.”  

E a loro, come ad Anna, è concesso, in una pienezza di vita che gli anni precedenti non hanno conosciuto, la Grazia dell’incontro più importante, quello decisivo, per loro e per le loro famiglie. Possono accogliere Gesù con un’umiltà che la gioventù non ha e non può avere; è necessario cadere molto e molto rialzarsi per imparare ad accogliere la Luce capace di diradare le nebbie dell’illusione
 
Anna dunque, è immagine del culmine della vita, la parte migliore, la più saggia, la più santa, la più feconda. Perché era proprio nella vecchiaia inoltrata che quel Dio pregato, amato e temuto le aveva risposto; ed ecco ora un Bambino per lei ritornata bambina sul cammino di umiliazioni della vita accolte da un’anima intrisa di Parola, e preghiere; piccolo per lei diventata piccola nei digiuni di affetti, riconoscimenti, prestigio e successo; umile per lei diventata umile come la terra su cui aveva deposto le sue ginocchia; nascosto per lei che si era nascosta nel cuore di Dio. 

Per questo Anna “loda Dio” per la sua fedeltà e “parla del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme; come gli anziani cresciuti nella fede parlano di quel Bambino che è la salvezza e il perdono dei peccati a figli e nipoti, nuore e generi afferrati e distratti da mille impegni. Come la Chiesa che annuncia il Vangelo al mondo che, inconsapevolmente, attende la felicità nelle proprie città. 
 
Nulla d’eccezionale, solo lo stupore d’un evento atteso e accaduto nella semplicità d’un Bimbo che nasce. Così è la nostra storia con Dio. Preghiera e digiuno sono in noi ad esprimere l’attesa e il desiderio di Lui; anche la preghiera fatta carne nelle umiliazioni e il digiuno fatto lacrime di dolore e nostalgia sono il grido che cerca e aspetta Lui. 

Perché Dio incontra i suoi figli esaudendoli con il compimento inatteso delle loro preghiere. Come fece con Abramo, al quale Dio donò non solo un figlio, ma una discendenza più numerosa delle stelle del Cielo. 
Abbiamo però bisogno di Maria che lo accompagni ogni giorno Gesù a scovarci nel tempio della nostra vedovanza, dove non riusciamo ad amare perché abbiamo perduto l’amore dello sposo. 

Viene nella Chiesa con il Vangelo e la testimonianza dei fratelli dove stiamo digiunando affamati di felicità, mentre la storia ci obbliga a piegare la testa e le ginocchia nell’umiltà. Nelle nostre case e nelle nostre famiglie quando e relazioni si fanno incandescenti, nei nostri uffici che sembrano giungle, negli ospedali e nei letti dove la malattia ci inchioda. 

Viene per noi che siamo diventati anziani troppo presto, di quelli sfiduciati perché la vita se n’è andata senza lasciar nulla che sappia d’amore. Viene a chi non si è mai allontanato dalla Chiesa e a chi invece dalla Chiesa se n’è andato sbattendo la porta. 
  
Viene ogni giorno Maria ad insegnarci la fede perché Lei ha creduto anche per noi increduli dinanzi alle prove della vita. Ha “compiuto tutto secondo la Legge” per noi che nulla siamo stati capaci di compiere. Viene perché siamo creditori della Grazia fratelli, come Anna ci annuncia oggi: non dobbiamo far altro che convertirci, “tornare” cioè con Gesù nella “Galilea” della nostra Nazaret, la città dove la volontà di Dio ci ha deposto. 
 
E qui diventare bambini alla scuola della Santa Famiglia che è la comunità cristiana: “Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine!” (Paolo VI). 

Solo in essa possiamo “crescere e fortificarci, pieni di sapienza”, per diventare “anziani”, ovvero adulti nella fede, sazi di anni bagnati nella misericordia saremo fecondi come da giovani – stolti e superbi perché inesperti della Grazia – non lo siamo stati. E così sapremo annunciare parole “profetiche” a chi ha perduto la speranza. 
 
Per questo il Signore ci chiama a “non allontanarci mai dal tempio”, cioè a camminare fedelmente nella Chiesa per lunghi anni come Anna: fuori siamo vedove, senza diritti anche se ci sembra di poterli accaparrare tutti. Mentre nella Chiesa “la Grazia di Dio scende sopra di noi” per farci figli di Dio, partecipi dell’eredità che spetta loro, la vita che non muore nella quale donarsi senza riserve.
 
Non dimentichiamolo, anche noi siamo figli di una generazione che ha abbandonato Dio. Ma Lui non dimentica di averci assegnato una porzione della Terra Promessa tra le più feconde, come ad Aser. Questa giungeva sino al Carmelo, il giardino profumato e fertile di frutti squisiti (in ebraico karmel significa proprio “frutteto – giardino”). Apriamo il cuore, perché lo Sposo scende anche oggi a cercare la sposa nel suo giardino, per inebriarla con il suo profumo di misericordia, e trasformarla in un frutto d’amore per il mondo.
 
Coraggio allora, perché Anna è una profezia di speranza per tutti noi. Anna sei tu e sono io, sposati nell’incompiutezza dei sette anni che disegnano la prima creazione ferita dalla caduta del peccato originale. Forse neanche ce ne rendiamo conto, forse tuo figlio nemmeno sa chi sia Anna. 

Ma tutti, come lei, attendiamo il Messia Bambino che dischiuda l’alba della nuova creazione, l’ottavo giorno della redenzione che trasfigura la nostra carne e la nostra esistenza riscattandola dal peccato. La vita che solo la forza inerme di un Bambino stretto tra le braccia può liberare per amare.