don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 28 Ottobre 2020

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CHIAMATI NELLA NOTTE IN CUI CRISTO HA VINTO LA MORTE PER ANNUNCIARE CON LA SUA FORZA IL PERDONO DEI PECCATI

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La nostra chiamata sorge dall’aurora di Pasqua. Gesù infatti chiama i Dodici al termine di una lunga notte di preghiera, e li costituisce “apostoli”. Apostoli deriva dal greco “apostello”, che significa “persone inviate appositamente da un Altro”. In ambiente ebraico vi era lo “schaliah”, l’inviato, il procuratore nel quale era considerato presente colui che lo inviava; tutto quello che l’inviato faceva era considerato come fatto da colui che lo aveva inviato. Nel Talmud si legge: ” Lo schaliah di una persona è un altro se stesso”.

Gesù è l’Apostolo del Padre, l’incarnazione viva e reale, qui ed oggi, dell’amore infinito di Dio. Gesù è uscito dal segreto del Padre per entrare nella notte dei nostri peccati e della nostra morte. Nell’agone definitivo ha vinto il nostro egoismo. Il monte dove Gesù è salito a pregare è “il luogo della sua solitudine, in cui si rivolge al Padre. E’ l’espressione dell’interiore ascesa al di sopra degli invischiamenti nelle cose di tutti i giorni. La vocazione dei discepoli nasce nel colloquio di Gesù con il Padre. Se vogliamo scoprire la nostra vocazione, accoglierla e portarla a maturazione, dobbiamo scoprire il monte di Gesù: la liberazione dalle cose di tutti i giorni, il contatto con il Dio vivente, dove si ascolta la voce di Gesù” (J. Ratzinger, Servitori della vostra gioia, p. 89).

Gesù nella preghiera ha ascoltato il grido sofferente dell’umanità. La notte sul monte è stato l’immergersi nella notte che ha inghiottito l’uomo di ogni generazione sopraffatto dall’inganno del demonio. Gesù, come Mosè “dentro [la tenda] rapito in alto mediante la contemplazione, si lascia fuori [della tenda] incalzare dal peso dei sofferenti” (Gregorio Magno, Regola pastorale, SCh 381, 198) sul monte che già prefigurava la Croce, si è lasciato incalzare dal dolore di ogni uomo; il peccato lo ha crocifisso e spinto nella notte della morte dalla quale è però uscito vittorioso nell’alba della risurrezione. La nostra chiamata nasce da questo mistero d’amore. I nostri nomi sono risuonati nel cuore di Cristo accanto al grido di dolore dell’umanità. Per questo il Signore ci ha raggiunti e amati così, schiavi di essere sempre e solo apostoli di noi stessi. Nella nostra notte, quella che forse stiamo vivendo ora, la Sua preghiera ci ha liberati e all’alba della risurrezione ci ha chiamati ad essere Lui per questa generazione. Famiglia, lavoro, studio, gioie e dolori, ogni momento è uno sguardo d’amore di Cristo impresso nel nostro stesso sguardo, la Sua vittoria che scaturisce dalla nostra vita per la salvezza del mondo. Il nostro nome nel Suo Nome. Noi in Lui. Apostoli di Cristo, figli del suo amore. Il nostro nome chiamato è segno di una vita consegnata al dolore dell’umanità. Tutto di noi è a servizio di questa generazione; nulla della nostra esistenza è estraneo al dolore e ai bisogni di chi ci è posto accanto, di coloro ai quali siamo inviati. Nel nostro nome risuona la voce di Gesù, e con essa ci incalza il peso dei sofferenti. Dietro ogni evento della nostra vita si nascondono i volti dei poveri, dei peccatori, degli schiavi. A loro siamo inviati, ogni istante, in ogni luogo.

“Ma dov’è Dio? Lo conosciamo e possiamo mostrarLo nuovamente all’umanità per fondare una vera pace?” (Benedetto XVI, Discorso ad Assisi, 27 ottobre 2011). Ciascuno di noi, misteriosamente, annuncia la risposta di Dio al grido di dolore del mondo, perchè la risposta è stata, è e sarà Cristo morto e risorto. In Lui non solo annunciamo, ma siamo noi stessi la risposta. Dirà Gesù di fronte alla fame delle folle: “Dategli voi stessi da mangiare”. La risposta alla fame è tutta in quel “voi stessi”. La sua Parola chiama all’esistenza, moltiplica e distribuisce; la sua chiamata ci ha tratti dalla morte alla vita, ha dato senso e pienezza alla nostra esistenza, e così ne ha fatto un dono per l’umanità. Possiamo dare noi stessi da mangiare perché Lui è in noi e noi ormai siamo Lui. Per questo è necessario che Dio parli lo stesso linguaggio dell’uomo, di quello concreto a cui siamo inviati. Ciò significa che, per essere una risposta autentica, credibile e comprensibile Dio ci conduce nella medesima vita, nelle medesime sofferenze dell’umanità. L’apostolo è la voce stessa di Dio, ed è sintonizzata sul dolore; ciò significa che lo condivide, che lo sperimenta in tutto, come ogni altro uomo. Per essere la risposta di Dio occorre dunque parlare la stessa lingua di chi soffre: ammalarsi, essere traditi, abbandonati, sperimentare la solitudine e l’ingiustizia, perché in tutto brilli la speranza dell’amore che ha vinto il peccato e la morte. Se moltissimi nel mondo non riescono a trovare Dio “dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo a noi credenti, a tutti i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile” (Benedetto XVI,Discorso ad Assisi, 27 ottobre 2011). E’ questo il cammino dell’incarnazione, che depone un seme di vita eterna nella carne soggetta alla corruzione. 

Non siamo apostoli per la nostra volontà, per un desiderio, per quanto nobile sia. E’ Gesù che costituì, che fece i Dodici. E’ opera sua, come la nostra stessa vita è una sua opera che scaturisce dalla sua intimità con il Padre. Mette i brividi pensare al grande mistero della profonda intimità con Gesù alla quale e per la quale siamo stati chiamati. Essa giunge al punto di far di noi degli alter Christus, degli altri Cristo, condividendo con Lui vita e missione. Gesù è sceso in missione sulla terra uscendo dall’intimità con il Padre per cercare e salvare la pecora perduta. Si è consumato nell’amore che lo ha gettato all’ultimo posto, il posto più lontano dal Padre, scavalcando in una corsa a ritroso, il peccatore più grande della storia. L’ultimo posto di Gesù perché nessuno resti escluso dalla salvezza. Nell’ultimo posto di Gesù vi è il nostro ultimo posto, quello dell’apostolo, quello che ci è riservato ogni giorno. E’ esattamente dove i fatti della nostra vita ci conducono che siamo inviati in missione. E’ nella difficoltà sul lavoro, in famiglia, dove e con chi sia, che siamo mandati ad essere Cristo stesso, a portare la salvezza, a caricarsi dei peccati del mondo, o meglio a lasciare che Cristo li carichi sulle sue spalle che ha preso in prestito da noi. E’ questa la missione, la chiamata che ci ha raggiunti, l’amore che consuma il male consumando la nostra vita, perché il mondo riceva la vita, quella vera che ci è data e che sovrabbonda in noi.

“Dodici è il numero delle tribù di Israele, ma è anche il numero delle costellazioni che scandiscono il ritmo dell’anno. Questo nuovo popolo è così votato alla conformità tra cielo e terra: sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra. Il cammino che qui si intraprende, decide per il cielo e per la terra e li rende conformi. I dodici, che qui sono stati chiamati, diventano per così dire le nuove costellazioni della storia, che ci indicano il cammino attraverso i secoli” (J. Ratzinger, Servitori della vostra gioia, p. 91) . Così, se la Chiesa, la comunità della quale siamo parte è la costellazione della storia che indica la salvezza e la via a Dio, la nostra esistenza è una stella, che si consuma brillando, luce purissima che brucia peccati e debolezze, il fuoco dell’amore infinito di Dio riversato in noi perchè tutto di noi sia un segno sicuro e autentico del Cielo.


AUTORE: don Antonello Iapicca
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