don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 28 Giugno 2019 – Lc 15, 3-7

103

UNITO AL CUORE DI CRISTO CHE SI DONA A NOI NELLA CHIESA, IL NOSTRO CUORE ARDE D’AMORE PER OGNI UOMO

Link al video

Dio ha sempre i conti in rosso. «Lascia» i guadagni sicuri di «novantanove pecore» e si lancia alla ricerca di una, una sola pecora che s’è smarrita. Probabilmente la peggiore, la più egoista, una di quelle che è meglio perderle che trovarle. E si rallegra per lei, più che per le altre. È il folle cuore di Dio rivelato in Cristo, che non può gioire pienamente sino a che l’ultimo dei peccatori non sia stato «ritrovato» e «accolto». Nessuno di noi farebbe lo stesso. A scuola, nei posti di lavoro, tra gli amici, accade l’esatto contrario. Le teste calde sono espulse ancor prima di perdersi. Quando emerge quel difetto di tuo padre, o quel peccato di tua moglie, o quell’atteggiamento di tuo figlio, niente, è più forte di te, lo cancelli, punto.

Figurati se riusciamo ad infilarci nella melma di letame nella quale il prossimo è caduto per prenderlo sulle nostre spalle. Non possiamo perché dimentichiamo che proprio i nostri peccati e le loro conseguenze ci hanno resi «unici» agli occhi di Dio… Il demonio, infatti, riesce a rubarci la memoria dell’amore di Dio per noi, strappandoci la gratitudine per la sua misericordia. Ma senza l’esperienza di essere stati cercati dal Signore e presi sulle sue spalle perché incapaci di tutto per essere riaccolti nell’ovile, ovvero nelle viscere rigeneratrici della Chiesa, saremo esigenti e moralisti; disprezzeremo gli altri perché schiavi del disprezzo di noi stessi. Senza “gioia” perché obbligati a lavorare con sudore senza conoscere il riposo della misericordia. 

Ma coraggio, proprio le ferite che ci ha inferto il demonio agli occhi di Dio sono il segno che ci assomiglia a suo Figlio! Credilo, anche se è assurdo per un cuore abituato all’esigenza. Credilo che Gesù si è lasciato ferire e sfigurare, sino a diventare un rifiuto degli uomini, per assomigliare a te. Noi non avremmo potuto far nulla per tornare ad essere immagine e somiglianza di Dio. Per questo, Dio si è infilato nella sporcizia che ci ha sfigurato per prenderci e tirarci fuori, lavarci nel suo sangue e farci assomigliare a Lui. Credilo, Lui è l’unico Pastore che ama tanto una pecora perduta come te e me da diventare come lei per farla diventare come Lui! 

Nella pecora smarrita della parabola, infatti, è adombrato Lui, l’Agnello di Dio, l’unico «perduto» nella morte per riscattare le altre novantanove che si credevano «giuste», mentre invece vagavano «sperdute» nel «deserto». Nel sepolcro il Padre ha «ritrovato» suo Figlio, lo ha risuscitato «prendendolo sulle sue spalle» e lo ha riportato «a casa»; e con Lui tutti noi, che ci eravamo perduti nella tomba dove eravamo precipitati a causa dei peccati. Apparendo nel Cenacolo è esplosa la sua gioia ormai compiuta e piena nel rivedere i volti degli «amici» impauriti, e li ha inviati ad annunciare ai «vicini» lo stesso perdono e la «conversione». 

Questo è il folle cuore di Dio dischiuso dinanzi a noi attraverso la Chiesa, il Cenacolo dove esplode la gioia che non ha fine. Nella comunità cristiana, infatti, si respira la brezza del Cielo, che nella parabola appare come una curva esultante ad ogni gol del Signore, uno di noi strappato alla solitudine nella quale ci seppellisce il nemico. La gioia autentica scaturisce solo da questo incontro, e si compie nella conversione del peccatore, nel suo ritorno a casa. Ed è gioia pura, limpida, incorruttibile perché risplende della totale gratuità. Di che cosa potrebbe vantarsi la pecora perduta? Della sua debolezza, come San Paolo! Perché la conversione è lasciarsi abbracciare e portare sulle spalle da Cristo, deponendo lo sguardo sul suo cuore per rifugiarsi in esso, nascosti nel suo amore infinito. E questo è possibile solo nella comunità cristiana, il cuore di carne che Gesù ha lasciato per noi sulla terra. Ogni cammino di conversione infatti conduce alla Chiesa, profezia e anticipo del Cielo, dove sperimentare la primizia della gioia che ci colmerà eternamente. 

Questa gioia è il segreto dell’evangelizzazione, perché in essa si toccano il Cielo e la terra. Chi può restare indifferente alla sua esplosione contagiosa? Come può non restare coinvolto dalla tua gioia il collega, quando in ufficio, mentre stai vivendo la stessa sua precarietà, con il posto di lavoro appeso a un esile filo in attesa delle strategie aziendali? Sei stato salvato gratuitamente, e hai potuto offrirti un pochino per la salvezza degli altri. Hai appena “ritrovato” tuo figlio, ti sei caricato sulle spalle tuo marito, e per questo non puoi restartene chiuso, ma devi uscire e andare a “chiamare” ogni “vicino” e “amico” che incontri per farli partecipi della tua gioia! La missione è sempre madre di una missione più zelante.

La gioia genera sempre altra gioia. Nel cuore di Gesù si illumina il cuore della Chiesa che batte inesausto insieme a quello del suo Sposo: nella sistole unisce indissolubilmente a Lui la vita dei suoi figli; nella diastole il sangue versato per amore scorre sino a raggiungere, attraverso le sue membra, a ogni uomo. Inviata a “chiamare” annunciando il Vangelo, la Chiesa è così una seminatrice inesausta della gioia di cui vive. Se non c’è vuol dire che sta perdendo lo zelo, che ha dimenticato lo Sposo, vivacchiando tra regole e moralismi ai quali chiede certezze per non sprofondare nell’incredulità. Gli apostoli erano pieni di gioia anche nelle persecuzioni sofferte per il nome di Gesù. Come è accaduto a Santa Margherita Alacoque, che ha ricevuto le rivelazioni di Gesù sulla devozione al Sacro Cuore in mezzo a sofferenze e persecuzioni. 

E tu, ed io, siamo seminatori di gioia? Tuo figlio, ti ha mai visto felice dell’amore di Dio, mentre sei crocifisso con Cristo nelle difficoltà? Altrimenti, hai voglia a rimproverarlo, ad annunciargli la verità. Non ti crederà, le tue parole suoneranno come quelle di un cembalo che tintinna. Perché i pagani, o quelli in crisi e adirati con Dio o presi nei lacci mondani, dovrebbero credere al nostro annuncio? Perché nei nostri occhi, nelle nostre parole, nei gesti semplici di ogni giorno traspare la gioia dell’apostolo che esce, esce, esce sempre a sporcarsi per cercare, e trovare, la pecora perduta. Non c’è gioia più grande sulla terra che ritrovare la parte di noi che manca all’appello, il fratello allontanatosi dalla comunità. 

Se, come Margherita Maria Alacoque, abbiamo deposto il nostro cuore nel Sacratissimo Cuore di Cristo poseremo su ciascuno il suo sguardo per prendere e deporre nel suo Cuore quello stanco e ferito di ogni uomo. Perché solo nel suo Cuore “la più profonda contraddizione insita nella nostra esistenza perde la sua importanza assoluta” (Althaus), e può essere rinnovato il cuore di ogni peccatore: “Una volta, mentre ero davanti al Santo Sacramento mi trovai tutta investita della sua divina presenza e con tanta forza da farmi dimenticare me stessa e il luogo in cui mi trovavo. Mi abbandonai al suo divino Spirito e, affidando il mio cuore alla potenza del suo amore, mi fece riposare a lungo sul suo divin petto e mi scopri le meraviglie del suo Amore e i segreti inesplicabili del suo Sacro Cuore, che mi aveva tenuti nascosti fino a quel momento, nel quale me lo apri per la prima volta.

E lo fece in modo cosí reale e sensibile da non permettermi ombra di dubbio, dati gli effetti che questa grazia ha prodotto in me, anche se temo sempre di illudermi in tutto ciò che mi riguarda. Ed ecco come, mi sembra, siano andate le cose. Mi disse: «Il mio divin Cuore è tanto appassionato d’amore per gli uomini e per te in particolare, che, non potendo più contenere in sé stesso le fiamme del suo ardente Amore, sente il bisogno di diffonderle per mezzo tuo e di manifestarsi agli uomini per arricchirli dei preziosi tesori che ti scoprirò e che contengono le grazie santificanti e in ordine alla salvezza, necessarie per ritrarli dal precipizio della perdizione. Per portare a compimento questo mio grande disegno ho scelto te, abisso d’indegnità e di ignoranza, affinché appaia chiaro che tutto si compie per mezzo mio ». 

Poi mi domandò il cuore e io Lo supplicai di prenderlo. Lo prese e lo mise nel suo Cuore adorabile, nel quale me lo fece vedere come un piccolo atomo, che si consumava in quella fornace ardente. In un secondo tempo lo ritirò come fiamma incandescente in forma di cuore e lo rimise dove l’aveva preso, dicendomi: «Eccoti, mia diletta, un prezioso pegno del mio amore che racchiude nel tuo costato una piccola scintilla delle sue fiamme più vive, affinché ti serva da cuore e ti consumi fino all’ultimo istante della tua vita. Il suo ardore non si estinguerà mai… perché Io segnerò talmente col Sangue della mia Croce, da fartene riportare più umiliazione e sofferenza che sollievo… E in segno che la grande grazia che ti ho concessa, non è frutto di fantasia, ma il fondamento di tutte le altre grazie che ti farò, il dolore della ferita del tuo costato, benché lo l’abbia già richiusa, durerà per tutta la tua vita e se finora hai preso soltanto il nome di mia schiava, ora voglio regalarti quello di discepola prediletta del mio Sacro Cuore ».

Fonte e approfondimenti

Qui puoi continuare a leggere altri commenti al Vangelo del giorno.

Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 15, 3-7

In quel tempo, Gesù disse ai farisei e agli scribi questa parabola:

«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?

Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”.

Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione».

Parola del Signore.

Articolo precedenteGesuiti – Commento al Vangelo del giorno, 28 Giugno 2019 – Lc 15, 3-7
Articolo successivodon Franco Mastrolonardo – Commento al Vangelo di oggi – 28 Giugno 2019