don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 26 Marzo 2020 – Gv 5, 31-47

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DALLA VANAGLORIA DELL’EGOISMO ALLA GLORIA DI DIO DELLA VITA NUOVA SPESA PER AMORE

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La Quaresima, questa di deserto autentico dettato dal coronavirus, ci accompagna alla verità, a scoprire che, come tra i Giudei, anche nelle nostre famiglie, come negli uffici, nei gruppi di amici, in parrocchia, tutti cerchiamo gloria gli uni dagli altri. Le nostre relazioni sono come quei sistemi di allarme costituiti da una serie di elementi che inviano tra di loro raggi infrarossi, formando così una barriera invisibile. Appena il segnale tra le parti viene interrotto scatta l’allarme. Così, quando i fallimenti dolorosi interrompono bruscamente la trama di gesti, parole e atteggiamenti ipocriti che ci lega invisibilmente agli altri, scattano le liti piene d’ira e rancori che sembra ne stessimo facendo scorta da anni.

Perché tessiamo una trama di menzogne con cui ci avviciniamo agli altri, non per donarci, ma cercando in loro dei “testimoni” a nostro favore, qualcuno che ci dica che esistiamo, che siamo importanti, che valiamo. Ma, anche se ottenute, si tratta di false testimonianze, tutte carnali, lacci che danno gloria per riceverne. Senza l’amore di Dio dentro, unica consistenza che dia valore alla vita, senza il suo amore a testimoniare l’unicità di ciascuno di noi, tutto è vanità. La vanagloria è un’ombra di morte, il ripiegamento orgoglioso su se stessi che impedisce la fede: “E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?”. Non può credere chi cerca dagli altri, dalla loro stima e dal loro consenso, la gloria – il peso, il valore, la consistenza della propria esistenza, secondo l’etimologia del termine greco dóxa e di quello ebraico “kavod”.

Grava su di lui la maledizione descritta dal profeta Geremia: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere” (Ger. 17,5 ss). La vanagloria chiude la porta al Messia e la apre ai falsi profeti che vengono “nel proprio nome”. Per questo spesso rifiutiamo Cristo, che viene nel fratello come incarnato nella storia, anche questa, e che, “nel nome del Padre”, ci offre gratuitamente il suo amore su cui fondare, una volta per tutte, la nostra vita, i pensieri, le speranze, tutto. Per non cedere alle lusinghe della superbia potrebbe non bastare “scrutare le Scritture”; certo, in esse possiamo avere la “vita eterna”, ma occorre lasciarci giudicare da esse, e umiliarci per scoprire in essa la “testimonianza” di Cristo che giunge sino alla nostra storia e ci chiama per “andare a Lui e avere la vita”. Ora più che mai, si apre dinanzi a ciascuno di noi un cammino stretto, oscuro, che ci appare invalicabile, impossibile da intraprendere, a causa dei pensieri e degli scenari futuri che ascoltiamo, o che produciamo senza sosta, quasi sempre generati dal nemico dell’anima.

Questo concreto sentiero che ci è davanti è quello che ci conduce alla Vita o no? Tremiamo, sentiamo che sì, è la voce del Padre che ci chiama a seguire Cristo sulla via dolorosa del Calvario, ma, come i Giudei, sino ad ora “ci siamo rallegrati della luce di Giovanni Battista”, ci ha scaldato la “lampada” della profezia che “arde” nella predicazione, ma è stato “per poco”. Tutto bello e commovente, ma oggi più che mai la carne tira di più, come la forza della ragione nella quale esplode l’emorragia della paura… “Per poterci salvare” davvero il Signore ci chiama a conversione, che è ascoltare e obbedire alla parola dei Profeti, che ci rivelano la sua presenza e il suo amore in ogni evento. Perché sino ad oggi, anche noi, per giustificare la nostra incredulità e le nostre ragioni, abbiamo saputo appellarci alla Parola di Dio; ma forse, in virtù della sua inutilità nel far fronte a questo evento, ci stiamo rendendo conto che qualcosa non ha funzionato nella nostra relazione con Dio. Se “non vogliamo andare a Lui” per consegnargli sino in fondo la nostra vita significa che siamo ancora orfani; se non viviamo nell’intimità con Cristo ogni evento significa che non abbiamo “creduto davvero all’Inviato del Padre”, perché “non abbiamo mai udito la voce del Padre, né abbiamo visto il suo volto, e non abbiamo la sua parola che dimora in noi”. Riconosciamo di aver vissuto così, e accettiamolo con il cuore contrito che a Dio piace tanto: “non abbiamo in noi l’amore di Dio”, non si vede nelle nostre opere. Ma coraggio, Gesù lo sa e ci ama così.

Ci conosce e viene a salvarci oggi, in questo bagno di verità e di umiltà nel quale siamo condotti. Gesù non viene a “prendere gloria dagli uomini”, perché in noi cerca solo i peccati per perdonarli., la debolezza per farne la dimora della sua potenza, la nostra paura per dissolverla nella fede sigillata a fuoco nel cuore. Viene Gesù per donarci, indelebile, la “testimonianza su di Lui” e sulla sua vittoria sulla morte; ma essa non proviene dalla carne, nei modi che vorremo noi, ma dal Cielo e si manifesterà a ciascuno nell’amore speciale e unico con cui è stato amato da sempre, e sul quale finalmente potremo aprire gli occhi per “accoglierlo in noi”. Allora questo che stiamo vivendo è il tempo nel quale ascoltare la Parola di Dio, la sua voce che ci parla perché è così che ha scelto di donarci la fede che vince ogni paura. Ascoltare la sua voce è l’unica forma di vivere, per entrare nel cammino angusto stretti a Cristo Parola del Padre fatta carne. E sperimenteremo la Pasqua, come mai nella nostra vita.


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