don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 25 Agosto 2019

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GESU’ CI CONOSCE NELL’INTIMO AMANDO IN NOI LA SUA IMMAGINE PER RIDESTARLA E FARLA SPLENDERE DINANZI AL MONDO

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“Come mi conosci?”, ovvero “in che modo” mi conosci? “Come il Padre ha amato me anche io ho amato voi”. C’è un “come” unico e irripetibile, la forma concreta con la quale il Signore ci ama e quindi ci “conosce”, ci è intimo come nessuno. Ciascuno di noi è diverso, non vi è una persona identica all’altra; così, come seguendo il sentiero intricato delle nostre impronte digitali, Gesù ci ama. Si inerpica nelle asperità del carattere, scende nei precipizi dei cambi di umore, si ferma laddove cadiamo.

Gesù ha amato Natanaele “vedendolo prima” di ogni altro. Così anche ciascuno di noi è amato da Lui in una forma originale, perché ci ha visto quando e dove nessuno poteva vederci. Ci ha visto ancor “prima di essere chiamati”. Come accadde per Isaia, per Geremia e per San Paolo, Dio ci ha “conosciuti”, si è cioè unito indossolubilmente a noi, ci ha amato infinitamente, perché i suoi occhi ci hanno “visto ancor prima” di essere formati nel grembo materno, quando eravamo ancora informi.

Il suo amore precede ogni nostra scelta, pensiero e attitudine, ogni gesto buono o malvagio. Il suo amore non dipende da noi! Lui ci ha amati da sempre perché, come Natanaele, ci ha “visti senza falsità”. Ma come, noi siamo siamo falsi e ipocriti. Siamo peccatori, e ogni peccato sorge dal demonio, il padre della menzogna, e il Signore ci “vede senza malizia”? Si, perché ci ha “visto prima”, laddove siamo stati pensati e creati dal Padre.

Ci ha “visti sotto il fico”, il luogo dove i rabbini studiavano la Torah; ma il fico, secondo la Scrittura, è anche il simbolo di Israele. Israele, che significa “forte con Dio”, nasce sotto il fico, nell’ascolto e nell’accoglienza docile della Parola di Dio. Israele diviene esso stesso Parola, il segno della presenza di Dio nella storia. Tutti noi, dice San Giovanni, siamo stati creati per mezzo del Verbo – della Parola – e in Lui sussistiamo e ci muoviamo. Ecco, Gesù ha visto Natanaele mentre veniva creato, pensato e intessuto con la forza della Parola. Natanaele è apparso ed è venuto al mondo ascoltando la Parola.

Non può esserci malizia e falsità in chi è stato creato nella Parola della Verità. Poi è venuta la menzogna, certo, e il peccato originale. Ma ancor più in origine, per così dire, vi è la Torah che ha tratto Natanaele e ciascuno di noi alla vita. In questo istante Gesù lo ha visto e ci ha visto, “prima” di peccare, e “prima” anche di essere chiamato nella Chiesa, ad essere padre, madre, prete o suora; “prima” di qualsiasi chiamata vi è la Parola che ci ha creato: in quell’istante Gesù ha posato il suo sguardo su di noi e ci ha “giudicato” puri, senza il veleno della menzogna.

E quello sguardo Gesù ha conservato sino ad oggi, nonostante i nostri peccati. Lui ci vede come nessuno può vederci, neanche nostra madre, nostro marito, nessuno. Per questo va alla ricerca della pecora perduta: perché per Gesù non esistono persone malvagie, da scartare, senza speranza. Ai suoi occhi vi sono solo persone che hanno perduto la memoria della loro identità, della casa paterna, della Parola d’amore che le ha create. Esistono solo persone che “erano sotto il fico”.

Ogni esperienza successiva ha graffiato questa primitiva, e il dolore forse ha contribuito all’oblio. Ma l’esperienza di come e da chi siamo stati amati e generati esiste nel fondo di ciascuno, non è stata cancellata. Dentro di noi vi è come un’eco che risuona senza interruzione, ora più flebile, ora più veemente. Ma è proprio questa memoria che innerva le nostre giornate, e ci getta alla ricerca della nostra origine, in tutto quello che facciamo. Cerchiamo ovunque e in tutti l’amore che ci ha generato. Per questo Natanaele, anche se in un primo momento, all’udire di Gesù, oppone i criteri della carne, il frutto della propria esperienza, non rimane in essi. Si muove invece, accogliendo l’annuncio di Filippo.

Qualcosa l’ha fatto oltrepassare la barriera della natura e lo ha sospinto ad “andare e vedere”. Lo stesso può accadere per noi. Il desiderio di essere amati per quello che siamo ci sospinge sempre ad “andare e vedere”. Siamo un po’ come giocatori di poker, e, per questo, molte volte siamo caduti nel bluff de demonio. Ma ancora una volta, oggi, il Signore viene alla nostra vita, attraverso un fratello, un catechista, un sacerdote, e ci annuncia il suo amore. Non dobbiamo far altro che obbedire e “andare e vedere”.

E’ fondamentale l’andare: senza il movimento che ci fa uscire da noi stessi è impossibile poi vedere. E’ necessario aprire il cuore, fosse anche di un millimetro, e muoversi per uscire dalle certezze, dal pensiero che “da Nazaret non può venire nulla di buono”. Il Signore viene di nuovo a sfiorare il profondo del nostro cuore, e il suo sguardo torna nella parte limpida e incontaminata della nostra anima.

E ci attira a Lui, a consegnare noi stessi al suo amore. Scopriremo che nessuno ci ha mai amato come Lui; “andando” verso di Lui, “vedremo” noi stessi come da Lui siamo guardati, e nulla potrà mai più essere come prima perché ogni istante della nostra vita passata, presente e futura sarà illuminato e trasfigurato dallo splendore incorruttibile del suo amore. Prima di tutto c’è sempre il suo amore. Tornando ad esso, anche i peccati, i macelli, i fallimenti che gli sono successivi, acquistano una fisionomia diversa. Non sono altro che l’esperienza della vanità di tutto quello che non scaturisce dal suo amore. Vedremo, come Natanaele, “i cieli aperti” e “li angeli scendere e salire su Gesù”.

Ciò significa che i “cieli si aprono” per noi laddove incontriamo il Signore e sperimentiamo il suo amore infinito e “prima” di tutto; la terra dove abitiamo diviene allora, come fu per Giacobbe, un luogo santo, la porta del Cielo dischiusa sulla terra, e tutto acquista una luce nuova perché ovunque possiamo vedere scendere il Cielo nell’Incarnazione di Gesù nella nostra storia e sperimentare il nostro salire nel Regno eterno attirato dalla sua resurrezione. Tutta la nostra vita è una chiamata ad andare a vedere.

Ci chiama la moglie quando è stanca e nervosa, ci chiama il marito depresso, ci chiama il figlio che va male a scuola, ci chiama la vecchiaia e la malattia, ci chiamano i fallimenti umani; tutto ci chiama per farci uscire da noi stessi e andare per vedere l’amore di Dio che ci ha dato la vita e ci attira dietro a sé verso il Cielo impregnando della sua vittoria ogni evento e relazione. Questa è l’unica forma di vita senza malizia e falsità: rischiare ogni giorno il proprio “io” per vedere un Tu capace di colmare la propria vita, perché “Dio non ci ama perché siamo buoni e belli, ma ci rende buoni e belli perché ci ama” (san Bernardo).

Fonte e approfondimenti

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Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1, 45-51

In quel tempo, Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».

Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».

Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Parola del Signore

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