don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 24 Luglio 2019

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DISSETATI AL CALICE DELLA MISERICORDIA SERVIAMO CRISTO IN OGNI UOMO OFFRENDO LA VITA

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Il Signore aveva appena annunciato, per la terza volta, il suo destino: Passione, Croce e Resurrezione. Ma i loro interessi e le aspirazioni più profonde soffocavano le parole serie e gravi del Maestro. Il cuore dei più intimi di Gesù, di Giacomo e Giovanni, era come il nostro, piagato di vanagloria e di egoismo. Un’inguaribile tendenza a fare di tutto, anche del seguire Gesù, qualcosa che ci sia propizio e soddisfi i nostri bisogni, affettivi e carnali, per sentirci vivi. 

Nelle parole, lacci. Negli sguardi, ventose. Negli atteggiamenti, esche. Nelle opere, catene. Ci diciamo pronti a qualsiasi cosa, a “bere qualunque calice”, ma è per “sedere alla destra e alla sinistra” di chi possa assicurare un posto di prestigio nella vita. Nulla in noi è gratuito perché, ingannati dal demonio, scambiamo Dio con “io”. Per questo, nella “madre dei figli di Zebedeo” possiamo rintracciare le sembianze di ogni nostra madre che, avendoci concepito nel peccato, ci ha trasmesso desideri e obbiettivi limitati alla carne che, una volta raggiunti, ci lasciano più vuoti di prima: “studia figlio mio, cercati una brava ragazza, e un posto fisso mi raccomando, e una casa che il mattone è per sempre; e risparmia, accumula, che non si sa mai nella vita…”. 

Eppure, anche sotto ciò che nostra madre ci ha insegnato a “volere che il Signore ci faccia”, si cela in noi il desiderio di partecipare a qualcosa che non muoia e non ci faccia preda degli eventi, di relazioni stabili e durature. Ma “Gesù esaudisce le sue promesse, non le nostre attese” (S. Fausti), perché è Dio, quello vero a cui possiamo assomigliare, l’ecce homo nel quale siamo stati creati e ricreati, non il feticcio che immaginiamo; non il Messia che instauri un regno umano dove, come Giacomo e Giovanni pensavano, possiamo dominare con Lui su tutto e tutti. Cristo non ha il “potere” mondano che esige di “essere servito”, ma quello celeste e scandaloso di “servire” che, attraverso la Chiesa, viene anche oggi a donarci con la Vita Eterna, l’essere più profondo che riordina ogni relazione nella disciplina dell’amore.

La Grazia di dare la vita, amare, anche quando non si è amati, anche quando si è disprezzati, come ha sperimentato San Giacomo, che ha offerto se stesso nel martirio d’amore; invece del primo che la carne desidera, ha occupato l’ultimo posto, il più vero, il più felice perché è il posto di Cristo, dove per salvarci ha bevuto sino in fondo il calice che gli abbiamo porto ricolmo dei nostri peccati. Lo stesso calice è preparato per noi nella Chiesa, dove tra i fratelli nulla è come nel mondo di chi brama potere e successo. Essa è la Madre che ci gesta per non seguire più i desideri della nostra madre nella carne porgendoci il calice del sangue di Cristo che ha distrutto il peccato e ci colma della sua stessa vita più forte della morte infondendo in noi il potere di servire ogni uomo bevendo il calice della sofferenza che l’amore suppone. 

Per questo ogni giorno è pronto per noi un calice con il quale Gesù ridesta la chiamata a seguirlo che raggiunse anche Giacomo sulle rive del mare di Galilea. Lui ha il potere di farci vivere all’ultimo posto dove servire chi ci è accanto contemplando, come Giacomo, nella Trasfigurazione del Signore il suo potere che trasforma anche noi, pavidi e incoerenti che si addormentano nel Getsemani, in apostoli capaci di pazienza nelle sofferenze e nelle persecuzioni per annunciare il Vangelo compiendo i miracoli dell’amore che sovrabbonda in noi. Forse non saremo inviati in Spagna come Giacomo, ma di certo sino agli estremi confini della terra e della vita di chi ci è accanto.

Certo, soffriremo delusioni e fallimenti come l’apostolo ha patito l’insuccesso della sua predicazione. Ma apparirà anche a noi la Vergine Maria, sul pilastro della Croce come apparve a Giacomo in quel di Saragozza: coraggio, non siamo soli nella missione che ci è affidata. Maria è con noi per consolarci e sostenerci affinché con la Chiesa di cui è immagine, possiamo bere il calice del dolore e del peccato di ogni uomo per testimoniare la vittoria di Cristo contro cui il veleno di cui è colmo non ha potere.

Fonte e approfondimenti

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Il mio calice, lo berrete.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 20, 20-28

In quel tempo, si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Parola del Signore.