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don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 23 Marzo 2019 – Lc 15 1-3.11-32

LA FESTA DELLA LIBERTA’ CHE NASCE DALLA MISERICORDIA

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“Bisognava far festa”. Ma dov’è la festa nella nostra vita? Shows televisivi, discoteche, e alcool e droghe, e fine settimana sulla neve, e le liturgie delle domeniche allo stadio, e compleanni per stupire, e molto altro per ritrovarsi a festeggiare senza festa, mentre la vita rimane un angolo buio rischiarato ad intermittenza. L’incombere della fine, della morte, infatti, non ci abbandona neanche nei momenti più lieti: “Ora, soltanto se c’è una risposta alla morte, l’uomo può essere veramente contento. Ma, se esiste questa risposta, allora è essa l’effettiva e valida autorizzazione alla gioia, ciò che può veramente costituire il fondamento di una festa” (Joseph Ratzinger). Proprio la risposta alla morte è il cuore del vangelo di oggi, espressa nella gioia del ritrovamento del figlio da parte del Padre.

Il figlio più giovane cercava la pienezza della vita, e per questo ha tagliato con suo padre allontanandosi dalla sua casa. Si è avviato però su un cammino che lo ha condotto alla morte. S’era perduto progressivamente esaurendo l’eredità ricevuta, perdendo con essa la sua identità, al punto di non riconoscersi più neanche come figlio. In casa lo era, poteva aprire il frigorifero e mangiare a sazietà, la sua dignità di figlio ne costituiva l’essere e il ruolo, era ed ora non è più. E’ morto. Ma quello che a prima vista sembra un esito tragico e definitivo, si rivela il momento decisivo per il suo cuore inquieto. La ricerca della felicità si infrange sulla rivelazione cruda e amara della menzogna che lo aveva sedotto. Ritrova così un brandello della propria dignità, e una consapevolezza misteriosa lo fa sperare d’essere riaccolto. E rientra in se stesso. La misericordia di Dio non lo aveva abbandonato, era lì accanto a lui, non lo aveva limitato, aveva rispettato la sua libertà, anche a costo di vederlo precipitare nell’inferno. Il Padre non aveva smesso un istante di essere padre, anche mentre il figlio aveva rifiutato di essere figlio; ma, per quanto egli si fosse allontanato sfigurando la somiglianza con suo padre, era comunque rimasto suo figlio: proprio perché libero era figlio, anche se ha usato la libertà per farsi e fare del male: figlio libero di un Padre libero. E’ questo il più grande paradosso che rivela l’essenza del cristianesimo: nell’abisso del male provocato dalla perversione della libertà appare più fulgido l’immutabile amore di Dio. Proprio perché creato a immagine e somiglianza del Dio libero, accanto al proprio compimento nell’amore, all’uomo si presenta sempre anche la possibilità di peccare interpretando e usando perversamente della libertà che lo fa somigliante al Creatore; come è accaduto ai progenitori, creato per amare nella libertà di chi nulla difende, sedotto dal demonio, l’uomo può peccare, “fallire il bersaglio” secondo l’etimologia ebraica del termine, difendendosi e chiudendosi agli altri per soddisfare le concupiscenze della carne.

Ma se l’uomo è stato libero di rivolgersi contro il suo Creatore, Dio è libero di amarlo ancor di più, di guardarlo con una più grande misericordia, e con essa, strapparlo al destino di morte che si è preparato. Lo sguardo del padre che, nell’attesa, scrutava alla finestra il ritorno del figlio prodigo, era andato ben oltre l’orizzonte dove giunge l’occhio umano. Come la nube della Presenza-shekinà di Dio aveva accompagnato il Popolo sui sentieri dell’esilio, quello sguardo d’amore e gravido di misericordia aveva accompagnato il figlio con una pazienza a noi sconosciuta. La misericordia di Dio, infatti, non ha misura, supera infinitamente quella dei farisei, i più puri e intransigenti religiosi, ai quali la parabola era rivolta. Essa risplende negli occhi del Padre che erano sempre stati fissi su quel suo figlio perduto, sino a farsi in lui memoria e nostalgia proprio mentre scendeva in quel letamaio dove era precipitata la sua vita. “Rientrando in se stesso” il figlio ritrova la traccia di quell’amore, un’ombra forse di quello sguardo paterno che lo attirava a sé. Confuso nel deserto della sua anima, il ragazzo percepisce la voce paterna che parla al suo cuore e lo fa “levare”, risuscitare secondo l’originale greco, per tornare da lui. Non si riconosce più come figlio, ma riconosce il Padre. Di se stesso aveva ritrovato solo quell’ultimo brandello di dignità che lo legava alla vita, ma tanto è bastato. Non era importante chi e che cosa egli fosse diventato, quanto chi era suo Padre. Risuscitato dall’inferno il figlio si pone allora in cammino, sospinto nella conversione dalla memoria paterna riaccesa in lui dalla Grazia.

E in quel cammino, a che punto non ci è dato sapere perché esso è quello pensato e diverso per ciascun uomo, il Padre accorre ad abbracciare e accogliere “il figlio smarrito e ritrovato, morto e ritornato in vita”. In quell’abbraccio di misericordia si compie e materializza quello invisibile che lo aveva accompagnato istante dopo istante, impercettibile perché rispettoso della libertà del figlio. Tutti noi siamo questo figlio ferito, perduto e ritrovato perché egli è, innanzi tutto, immagine del Figlio di Dio crocifisso e trafitto da ogni peccato, perduto nell’oscurità della tomba, ritrovato nella risurrezione. Il Padre lo ha atteso al ritorno dagli inferi, e in Lui ha riabbracciato ciascuno di noi. La Madre, la Vergine Maria sotto la Croce, lo ha atteso, seguendolo nel suo strazio, e una spada a trapassarle l’anima senza però cancellare in Lei la certezza della risurrezione, come la Chiesa che ci segue senza disperare mai della nostra salvezza, anche quando non vogliamo avere nulla a che fare con lei. Nella Comunità dei figli perduti e ritrovati possiamo contemplare l’opera della misericordia di Dio capace di riaccendere la memoria della nostra identità; attraverso l’ascolto della Parola e della predicazione, i sacramenti e la dolcezza della comunione con i fratelli, possiamo “levarci” dalla morte, dal peccato e dal fallimento. In questo cammino di ritorno impariamo a vivere ogni relazione, ad essere padri e madri, figli, sposi e spose, amici, fidanzati: con gli occhi del cuore e della mente incollati invincibilmente su chi ci è vicino e si allontana, ci rifiuta, nelle piccole come nelle grandi cose, per seguirlo con amore e misericordia; senza smettere di riconoscere in lui l’identità di figlio libero di un Padre libero; senza dimenticare l’amore nel quale siamo stati riscattati e perdonati noi per primi, per attendere con pazienza la sua conversione, fosse anche sino all’ultimo istante della vita, nella speranza che è certezza della vittoria di Dio su ogni peccato. Siamo chiamati a guardare tutti con il cuore immerso nella festa del perdono paterno, sperando e desiderando per chi ci è accanto la stessa gioia che non ha fine, riconoscendo nei loro passi il cammino che ad essa conduce, accompagnando l’abbraccio misericordioso e paziente del Padre che non abbandona nessuno.

Fonte e approfondimenti

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Lc 15, 1-3. 11-32
Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola:
«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

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