don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 23 Maggio 2020

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CHIEDERE NEL NOME DI CRISTO LA GIOIA PIENA DELL’AMORE

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La nostra vita è inquinata da un pensiero malvagio. Spesso non chiediamo per paura di non essere esauditi; preferiamo non desiderare per non essere delusi. Soffochiamo i desideri pensando che sia l’atteggiamento più idoneo ad un cristiano di fede certa. Ma non è così. Questo atteggiamento denuncia al contrario una sfiducia di fondo, il veleno dell’incredulità. Non si tratta di abbandono e confidenza, piuttosto di un cinismo mascherato: per non soffrire e “dover” poi dubitare apertamente rimettendo in gioco quanto “faticosamente” acquisito, preferiamo rinchiuderci in un grigio fatalismo che presentiamo come fede. Ma l’insoddisfazione e la stanchezza di animo che traspaiono dalle parole e dagli atteggiamenti ci tradiscono. Le mormorazioni, i giudizi, l’invidia e la gelosia sono altrettanti sintomi di questa infezione dell’anima. Non azzardiamo, non osiamo. Siamo persuasi che, anche se sperimentiamo delle Grazie, vi sia comunque da soffrire, da pagare pegno. Ci siamo assuefatti ad un’idea del cristianesimo come di qualcosa di fondamentalmente grigio, che ci accompagna tra le vicende difficili della vita, che ci aiuta a rassegnarci, ad aspettarci comunque il peggio, e a conviverci. La storia che viviamo, segnata dalle disillusioni e dalla sofferenza, è sì opera della misteriosa volontà di Dio, ma questa non prevede, oggi, ora, e domani, una gioia piena. Guardiamo alla insoddisfazione come un ineluttabile stato della vita del cristiano, e viviamo nella certezza che dietro l’angolo si nasconda sempre un’insidia. Guardiamo alla nostra vita come ad un oggetto uscito difettoso dalla fabbrica: così del lavoro, dell’amicizia, del fidanzamento e del matrimonio, delle vacanze. E’ grave, è un pensar male di Dio, creatore sì, geniale sì, ma, nella migliore delle ipotesi, sbadato, comunque non attento ai dettagli, al punto di non accorgersi dei difetti di quanto prodotto. E come si può consegnare davvero la vita a qualcuno di cui non si ha piena fiducia? Come vivere abbandonati alla volontà di chi, comunque la si metta, non prevede la gioia, il compimento dei desideri, delle speranze? E così cerchiamo alternative, per ogni situazione prepariamo una “exit strategy”, come i contratti pre-matrimoniali stipulati in vista di un eventuale divorzio; progettiamo il futuro seguendo criteri carnali e mondani, che prevedano comunque, in caso di fallimento, la possibilità di acciuffare qualche scampolo di felicità e divertimento. E scivoliamo, forse senza rendercene conto, in un carpe diem che ci faccia arraffare subito, ora, quanto più possibile, perché domani chissà… Abbiamo perduto lo sguardo sull’orizzonte più vasto del progetto di Dio sulla nostra vita. Le preghiere che riteniamo non essere state esaudite, i tradimenti patiti, miscelati con la carne e le sue concupiscenze, plasmano in noi l’egoismo che ci chiude in noi stessi, anche quando ci illudiamo di fare qualcosa per gli altri. Questo atteggiamento di fondo che caratterizza il rapporto con Dio si trasferisce infatti, conseguentemente, nel rapporto con il prossimo. La sfiducia di fondo impedisce quell’apertura e quella libertà attraverso le quali si realizza un amore autentico. Non amiamo, né Dio, né gli uomini. Stringiamo amicizie, ci innamoriamo, ci sposiamo, ma restiamo comunque in una trincea dalla quale difendiamo quel territorio più intimo di noi stessi perché il dolore non vi entri. Preferiamo la solitudine e il nirvana del sentimento pur di tenere lontana la possibilità di essere delusi e soffrire. Probabilmente non ci rendiamo conto di tutto ciò, e ci illudiamo di credere, di non dubitare, di sforzarci sul cammino della fede. Ma le parole del Vangelo di oggi giungono ad illuminarci: “finora non avete chiesto nulla nel mio nome“. La chiave è in questa frase di Gesù. Abbiamo pregato, implorato, digiunato, sperato. E pensiamo di non aver ottenuto, o al massimo ottenuto solo parzialmente, con quel retrogusto amaro che è come una tassa sulla felicità, che ci impedisce la pienezza della gioia. E ci siamo chiusi, e siamo scappati, e abbiamo risolto di prenderci comunque, tanto per non sbagliare, delle “soddisfazioni”, laddove si fosse presentata l’occasione. Nella sessualità, con il denaro, nel rapporto con i colleghi di lavoro. Meglio l’uovo oggi che la gallina domani…

Abbiamo pregato, ma non abbiamo chiesto nulla nel suo nomeAbbiamo chiesto nel nostro nome, credendo che fosse il suo. Senza malizia, almeno al principio. Così, dall’esperienza della preghiera, dalle delusioni patite e dai pensieri e dagli atteggiamenti che ne sono scaturiti, ci rendiamo conto che non conosciamo il Signore. Che non siamo ancora entrati in quell’ora, in quel giorno nel quale Gesù ci possa parlare apertamente del Padre; non lo amiamo e non crediamo che sia il Figlio di Dio, il Kiryos: non lo abbiamo visto risuscitato. Per noi Gesù è solo un uomo, fantastico e migliore di ogni altro, ma non è Dio, non è amore infinito, non ha vinto il peccato e la morte: lo conosciamo secondo la carne, e la carne e il sangue non possono ereditare il Regno dei Cieli, non possono vivere la storia come un anticipo di Cielo, perché questo resta ancora chiuso e lontano, come qualcosa che, forse, ci riguarderà dopo la morte, ma che non ha nulla a che vedere con la nostra storia di oggi. Sbattiamo sempre sulla stessa parete che ci separa dalla libertà, dal Regno, dalla vita eterna. Chiedere nel proprio nome significa porre i propri criteri come l’assoluto, quasi che in se stessi abbiano il potere, ovvero il diritto, di realizzare e compiere i desideri e i progetti, escludendo a priori altre possibilità per la nostra vita; significa essere schiavi di un idolo. Pregare nel proprio nome è come guardarsi in uno specchio e chiedere a se stessi. Atteggiamento stolto e insipiente. Come recita il Salmo 92: “Quanto sono grandi le tue opere Signore, quanto profondi i tuoi pensieri! L’uomo insipiente non comprende, e lo stolto non capisce”. L’insipiente è colui che si lascia condurre dagli istinti animali, l’essere brutale, secondo il significato della parola ebraica del testo originale; è incapace di “conoscere”: il verbo ebraico è jada’, il verbo dell’esperienza integrale, che in greco sarà tradotto con oida, vedere e conoscere in pienezza, quasi nell’appartenenza all’oggetto visto e conosciuto. Lo stoltokesil in ebraico, riconduce allo stesso significato, all’incapacità di leggere, nella storia, l’opera di Dio. Ma vi è anche un’altra parola per definire lo stolto: nabal, un uomo irragionevole, che nega l’esistenza e la potenza di Dio, e per questo è colui al quale non si può dire nulla. Chi non ha visto Cristo risorto e non ha sperimentato il suo potere non può che vivere stoltamente, soprattutto se ha verniciato la sua esistenza di cristianesimo e di pratiche religiose. Per questo oggi il Signore ci invita ad uscire da noi stessi, a pregare nel suo nome. Ci chiama ad un esodo dall’Egitto – dalla schiavitù angosciante di chi vive obbligato ad innalzare piramidi al proprio ego, gli sforzi per realizzare i propri progetti e la frustrazione di vederli frantumarsi – alla Terra Promessa della libertà e della gratuità. Uscire dal proprio nome per entrare nel nome di Cristo. I costruttori della torre di Babele dicevano tra loro: “Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono.Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome per non disperderci su tutta la faccia della terra. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.” (Gen 11,1-9). Emigrando dall’oriente, ovvero divenendo stolti e insipienti, senza più orientamento. E’ la condizione di chi confida solo in se stesso e nelle sue parole, sarà suo pastore la morte. Chi non ha un punto fisso dove guardare, la stella polare, non può orientarsi nella notte della vita. Non può con-siderare, ovvero stare-con-le stelle. E’ questa l’origine della parola, (siderare, da sidus, siderare = costellazione di stelle); anticamente significava osservare gli astri nella ricerca di dei segni del destino. Fissare la stella polare per orientarsi, la stella che ha guidato i Magi sino alla grotta di Betlemme, alla manifestazione di Dio in quel Bambino di pochi giorni. La stella che conduce a riconoscere la volontà di Dio, la sua opera di amore nella povertà e piccolezza della nostra storia. Diceva Benedetto XVI in un’omelia per l’Epifania: “Le antiche profezie trovano riscontro nel linguaggio degli astri. “Una stella spunta da Giacobbe / e uno scettro sorge da Israele” (Nm24,17), aveva annunciato il veggente pagano Balaam... Cromazio di Aquileia, nel suo Commento al Vangelo di Matteo, mettendo in relazione Balaam con i Magi, scrive: “Quegli profetizzò che Cristo sarebbe venuto; costoro lo scorsero con gli occhi della fede. La stella era scorta da tutti, ma non tutti ne compresero il senso. Allo stesso modo il Signore e Salvatore nostro è nato per tutti, ma non tutti lo hanno accolto” … Vi è un grande affresco molto importante per capire il senso dell’Epifania: quello della torre di  Babele La conseguenza di questa colpa di orgoglio, analoga a quella di Adamo ed Eva, fu la confusione delle lingue e la dispersione dell’umanità su tutta la terra. Questo significa “Babele”, e fu una sorta di maledizione, simile alla cacciata dal paradiso terrestre… L’arrivo dei Magi dall’Oriente a Betlemme, per adorare il neonato Messia, è il segno della manifestazione del Re universale ai popoli e a tutti gli uomini che cercano la verità. E’ l’inizio di un movimento opposto a quello di Babeledalla confusione alla comprensione, dalla dispersione alla riconciliazione… L’amore fedele e tenace di Dio, che mai viene meno alla sua alleanza di generazione in generazione. E’ il “mistero” di cui parla san Paolo nelle sue Lettere… Questo “mistero” della fedeltà di Dio costituisce la speranza della storia.” (Benedetto XVI, Omelia nell’Epifania, 6 gennaio 2008). 

Questo movimento opposto a quello di Babele costituisce il senso più profondo delle parole di Gesù del vangelo di oggi: uscire dal proprio nome, smettere di fondare la propria vita su se stessi, e mettersi in cammino, come Abramo, uscendo dalla città nella quale sedersi, installarsi e difendersi da Dio e dagli altri, per entrare nella precarietà nomade, la libertà di chi si appoggia solo alla volontà di Dio. Fissare con gli occhi del cuore la stella sorta ad Oriente, la stessa che hanno seguito i Magi, per cominciare a de-siderare, lasciare (de)-di-considerare per seguire la stella, per muoversi e dirigersi verso l’oggetto da essa indicato. Dopo aver fissato la stella, la volontà di Dio preparata per noi, si può cominciare a desiderarla. Fissare Cristo, uscire dal proprio nome ed entrare nel suo nome, desiderare quello che desidera Lui, è questo il cammino pasquale cui ci chiama il Signore. E’ il cammino opposto a quello della nostra Babele, dove costruiamo destini credendo di scalare il Cielo perchè poi Dio benedica la nostra confusione, le troppe lingue che parla il nostro cuore, le pulsioni istintive che reclamano gioie a buon mercato. Per questo, allo stesso modo che Dio scese a vedere la città e la torre, Cristo risorto e asceso al Padre, scende oggi dal Cielo a vedere in che pasticci ci siamo cacciati, e con la luce della sua Pasqua e il dono del suo Spirito disperde ogni nostro pensiero malvagio. Viene oggi il Signore a cercarci, per attirarci nel suo Nome, nella sua intimità, nella sua stessa vita. Viene per donarci il suo stesso pensiero, i suoi stessi sentimenti, i suoi criteri, il suo amore, per parlarci apertamente e confidarci i suoi segreti, per consegnarci tutto di Lui, tutto di suo Padre. Viene per liberarci da vanagloria e rivalità, viene per effondere in noi il suo Spirito perchè possiamo dimorare in Lui. In Lui possiamo chiedere qualunque cosa, desiderare ardentemente e arditamente, e la vita si trasforma in un’avventura affascinante, perchè con Lui possiamo scavalcare ogni muro, perchè tutto possiamo in Colui che ci dà forza. In Lui desideriamo quello che desidera lo Spirito Santo, i suoi frutti che ci saranno elargiti istante dopo istante: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal. 5, 22). Così i nostri desideri coincideranno con la stessa volontà di Dio, e saremo liberi, senza difendere nulla, perchè Egli poti, con amore, i rami secchi dei nostri desideri carnali, estemporanei e dannosi per la nostra anima. Con Lui uscire dalla stoltezza e dall’insipienza per accogliere la Sapienza dello Spirito Santo, e vivere nel santo timore di Dio, l’umile e fiducioso abbandono alla volontà del Padre, fonte della vera gioia. La Sapienza dello Spirito Santo che sostiene la speranza perchè non sia delusa, la piccola speranza con la sua gioia fresca e innocente di cui scrive Peguy, la tela che intesse i nostri giorni riconducendoli dalla dispersione all’origine di ogni evento: l’amore più forte della morte. Il nome crea la possibilità dell’invocazione, della chiamata. Stabilisce una relazione. Se Adamo dà un nome agli animali, ciò non significa che egli esprima la loro natura, ma che li integra nel suo mondo umano, li mette nella condizione di poter essere chiamati da lui. Da lì capiamo ora che cosa, positivamente, sia inteso col nome di Dio: Dio stabilisce una relazione tra sé e noi. Si rende invocabile. Egli entra in rapporto con noi e ci dà la possibilità di stare in rapporto con Lui.” (J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Volume I). Chiedere nel nome di Gesù significa entrare in relazione con Lui, che ci “ha fatto conoscere il nome” di suo Padre: “Ciò che ebbe inizio presso il roveto ardente nel deserto del Sinai si compie presso il roveto ardente della croce. Dio ora è davvero divenuto accessibile nel suo Figlio fatto uomo. Egli fa parte del nostro mondo, si è consegnato, per così dire, nelle nostre mani.” (J. Ratzinger – Benedetto XVI, Ibid.). Nel nome di Gesù amiamo Dio, ne abbiamo l’esperienza viva e reale, perchè vediamo e conosciamo la vittoria sul peccato e sulla morte. Il nome di Gesù ci svela il nome del Padre: Abbà, Papà. Così si apre di nuovo dinanzi a noi l’oriente, l’orizzonte infinito nel quale è deposta la nostra vita. Come nel Getsemani possiamo uscire dalla nostra volontà per approdare nella volontà di Dio, nella quale tutto ci viene donato, la gioia piena e autentica cui aneliamo. Il suo Nome trasfigura, giorno dopo giorno, la nostra carne per renderla gloriosa e celeste: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.” (Rom 12,2). Una vita trasfigurata di Cielo, colma della gioia piena di chi ha conosciuto il suo amore, che sa per esperienza che tutto concorre al bene di chi ama Dio, che ogni istante della nostra vita è un tizzone ardente di santità, perchè la “vita eterna non significa la vita che viene dopo la morte, mentre la vita attuale è appunto passeggera e non una vita eterna. “Vita eterna” significa la vita stessa, la vita vera, che può essere vissuta anche nel tempo e che poi non viene più contestata dalla morte fisica. È ciò che interessa: abbracciare già fin d’ora la “vita”, la vita vera, che non può più essere distrutta da niente e da nessuno.» (J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Volume II).


AUTORE: don Antonello Iapicca
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