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don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 23 Febbraio 2019

CONVOCATI NELLA CHIESA COME GLI APOSTOLI SUL TABOR, ASCOLTIAMO LA PAROLA DI GESU’ CHE TRASFIGURA LA NOSTRA CARNE NELLA GLORIA DEL SUO AMORE VITTORIOSO SULLA MORTE

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“Non sapevano che cosa dire”: come già il Popolo di Israele sul Sinai, sul Tabor, di fronte a Cristo trasfigurato, gli apostoli avevano sperimentato lo stupore che atterrisce e lascia senza parole di fronte all’abisso della sproporzione tra l’uomo e Dio, tra la sua chiamata e l’inadeguatezza della risposta. Lo stesso sbigottimento che ci prende quando, alla luce della predicazione, è illuminata la nostra realtà di peccato così distante dall’immagine e somiglianza con Lui nella quale Dio ci ha creato. Madri, padri, preti, siamo tutti fragili e precari, nella salute e nello spirito, incoerenti, distratti, superbi, egoisti e incapaci di amare.

 Non a caso infatti Pietro voleva issare tre tende: esse ricordano quelle della festa di Succot (capanne), memoriale della permanenza del Popolo nel deserto, quando, tra una mormorazione e l’altra scaturita dalla durezza del cuore, ogni ebreo aveva fatto l’esperienza di poter (e dover) vivere del solo cibo della Parola di Dio. Secondo il linguaggio biblico, la tenda è la carne dell’uomo votata alla morte a causa del peccato. Per questo Pietro, intuendo la salvezza che risplendeva dalla carne trasfigurata del Signore, voleva offrire la tenda della propria precarietà a Mosè, Elia e Gesù. Voleva cogliere quel kairos per non perdere l’occasione di accogliere nella sua carne fragile la Parola della Torah (Mosè), dei Profeti (Elia) e la Parola fatta carne (Gesù) per compiere nell’amore ogni parola della Scrittura a cui aveva creduto e nella quale aveva sperato. Pietro sapeva che nessun lavandaio, ovvero nessuna religione, filosofia o ideologia, nessun consiglio, ideale, legge o sforzo umano avrebbe potuto rendere gloriosa la sua carne schiava del peccato.

Per questo, fecendo una tenda per Lui, voleva consegnare la sua umanità sporca e strappata allo splendore di Cristo, l’unico che avrebbe potuto trasfigurarla per renderla candida come quella con cui Dio aveva rivestito Adamo ed Eva rendendoli immagine somigliante di Lui. Quella del Tabor è dunque l’esperienza “bella” dell’incarnazione di Gesù nella nostra storia che ci attira a sé perché, consegnandogli la nostra vita, la possa trasfigurare nell’amore, la veste battesimale segno della natura divina con cui la Chiesa ci riveste. Come accade quando ci troviamo di fronte alle icone orientali, la cui luce promana dal centro del dipinto e attira nella comunione con il soggetto in virtù dello squarcio di luce che ci raggiunge. Non a caso il primo soggetto che devono dipingere gli iconografi è proprio la Trasfigurazione: “La contemplazione delle icone ci introduce in un percorso interiore, che è la via del superamento, e in questa purificazione dello sguardo, che è purificazione del cuore, ci disvela la bellezza, o almeno qualche suo raggio.

E la bellezza ci mette in relazione con la forza della Verità” (J. Ratzinger). E noi nella Chiesa camminiamo alla luce della Parola che a poco a poco purifica cuore e e mente per dischiudere nella fede lo sguardo capace di intercettare la Verità, cioè la Gloria, la presenza onnipotente di Dio nella debolezza della nostra carne. Il Tabor allora è ogni liturgia nella quale possiamo sostare sul cammino che ci conduce a Gerusalemme, perché ogni passo nella storia scandisca i ritmi di una vita trasformata in una liturgia che dia gloria a Dio. Ogni giorno ci attendono una croce e un sepolcro, ma il Vangelo che la Chiesa ci annuncia illumina con la sua luce purissima il destino eterno preparato per noi. La predicazione infatti ci attira nella visione dell’amore di Dio capace di perdonare e per questo trasfigurare la nostra vita nel Mistero Pasquale del Signore che, attraverso i sacramenti, realizza la purificazione dell’interno della coppa (il cuore) perché anche l’esterno (la carne) sia netto. Per questo l’esperienza della Trasfigurazione si compie nella comunità cristiana che costituisce il nuovo Israele convocato sul nuovo Sinai dove, pur peccatori, possiamo contemplare Dio senza morire.

E, come Pietro sul Tabor, consegnarci a Cristo così come siamo, perché trasfiguri la nostra precarietà nell’incorruttibilità del suo amore. Come farlo? Ce lo dice Dio stesso la cui voce risuona nella Chiesa: Shemà Israel, Ascolta Israele. Ascolta ogni giorno Mosé ed Elia, ascolta e non rifiutare secondo le tue voglie la chiamata a conversione del Battista che prepara la riconciliazione tra te e Dio e i fratelli; solo così sperimenterai che Cristo, Messia sofferente e disprezzato, ha compiuto sulla Croce tutta la Legge e i Profeti perché tu possa gustare già ora le primizie della vita nel seno di Abramo. Ascolta e maturerà la fede attraverso la quale la luce della Pasqua prenderà dimora in te. Ascolta, e come in Gesù, dal tuo cuore ricolmo di Spirito Santo risplenderà la vita celeste. Una vita trasfigurata infatti, è una vita evangelizzata, ovvero il compimento del Vangelo nel paradosso delle nostre inadeguatezze, la bellezza celeste che riverbera dalle ferite del peccato perdonato, la veste splendente di Cristo che riveste la nostra debolezza. 

Ascolta, e aprirai gli occhi su Cristo vivo nei tanti Lazzaro piagati che bussano alla tua vita mendicando un raggio della Luce Pasquale che sta trasfigurando nella gloria le piaghe della tua carne crocifissa con Lui. 

Fonte e approfondimenti

Qui puoi continuare a leggere altri commenti al Vangelo del giorno.

Mc 9, 2-13
Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elìa con Mosè e conversavano con Gesù.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.
Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».
E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.
E lo interrogavano: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elìa?». Egli rispose loro: «Sì, prima viene Elìa e ristabilisce ogni cosa; ma, come sta scritto del Figlio dell’uomo? Che deve soffrire molto ed essere disprezzato. Io però vi dico che Elìa è già venuto e gli hanno fatto quello che hanno voluto, come sta scritto di lui».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

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