don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 20 Ottobre 2020

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INSONNIA D’AMORE

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Come tante ragazze povere, ingannate e fatte schiave da aguzzini travestiti da benefattori, anche noi, sedotti da una menzogna, abbiamo vissuto obbligati a “servire” un “padrone” crudele. L’esperienza che ci definisce con più evidenza è proprio quella di Adamo ed Eva scacciati dal Paradiso, stranieri e schiavi. Per quanto pensiamo, progettiamo e facciamo, non siamo a casa, non ci sentiamo mai liberi, ed è insopportabile. Ma, proprio la lontananza dalla nostra patria e dalla nostra casa, proprio la dura schiavitù che regola da dietro le quinte la nostra vita, proprio questa ferita è il seno benedetto dell’amore. 

Il Vangelo di oggi ci svela che, dall’istante in cui Adamo ed Eva, e dopo di loro ciascun uomo di ogni generazione, quando tu ed io ci siamo destati al di qua del Paradiso, come tutti, abbiamo cominciato ad amare, a desiderare di poter amare. Sembra assurdo, eppure l’amore autentico nasce sempre da un’attesa, dalla nostalgia di casa, come appare evidente nel figliol prodigo. Come mai Matteo e Zaccheo, come mai gli apostoli sulle rive del Mare di Galilea, hanno “aperto subito” al Signore, rispondendo senza indugio alla sua chiamata? Apparentemente non aspettavano nulla, come anche Abramo per esempio. Ma se scaviamo un po’ ci renderemo conto che non è così. Matteo e Zaccheo erano pubblicani, stranieri in patria, odiati e rifiutati; gli apostoli non avevano pescato nulla, pur faticando tutta la notte; Abramo era senza figlio e senza terra. Tutti lontani, tutti insoddisfatti, tutti perduti “nel mezzo della notte”, tutti con un’attesa incipiente nel cuore. Forse neanche loro sapevano di aspettare qualcosa, eppure un dolore premeva sul petto, una sensazione strana affiorava a volte nel loro stomaco, come un’insoddisfazione, ma, probabilmente, non ci avevano dato peso. Sino al giorno in cui Dio ha “bussato” alla loro porta e, nell’aprire frettolosamente il loro cuore, hanno compreso di aspettare da sempre quel volto e quella misericordia. Nella nostalgia che cuciva le loro ore, era deposto l’amore della sposa del Cantico dei Cantici, pronta ad alzarsi per aprire al suo Sposo quando avrebbe bussato. 

Dormivano, come tutti noi, storditi tra impegni e disillusioni, ma il loro cuore di sposa vegliava. La storia, infatti, la nostra, quella vissuta sino ad oggi, e quella che si compirà in questo giorno, ogni persona, ogni evento, tutto cesella in noi l’attesa. Come uno scultore che, seguendo i segni nascosti della figura che ha in mente di realizzare, scolpisce il marmo grezzo, così il Padre, attraverso i dolori, i fallimenti, le difficoltà, la precarietà, le malattie, plasma a poco a poco in noi l’attesa perché ne diventiamo consapevoli e sappiamo obbedirle; e così, quando appaia Gesù, essa si vesta di speranza, l’abito bello dell’amore che di cui sono capaci i peccatori scacciati lontani dal Paradiso. Non sappiamo che cosa significhi amare. Per questo balbettiamo erotismo e ci sporchiamo con la pornografia; cadiamo nell’egoismo e nella gelosia, perché non siamo a casa, e fuori dal paradiso l’amore è sfregiato dal peccato, non può nulla di diverso che quello che detta la concupiscenza. 

Il Vangelo raccoglie questa incompiutezza ad esempio nella figura dellavedova, così ricorrente. E’ sposata, ma ha perduto il marito. Non è completa, attende un ritorno, improbabile per la carne, ma certo per quel germe di vita divina che il peccato non ha potuto cancellare. Una vedova assediata da un avversario, il demonio, che l’ha derubata; le ha tolto quanto di più caro avesse, lo sposo che era carne della sua carne. Come ciascuno di noi, che cerchiamo nei gironi e nelle persone il volto amato, la parola amica, la mano capace di proteggerci. Nella vedova e in noi si svela dunque l’immagine del “servo che attende il ritorno del suo padrone”. Come tutti noi, egli serve costretto e male altri padroni, usurpatori che lo hanno rapito. Come noi che non riusciamo a servire gratuitamente il coniuge, i figli, gli amici, i colleghi, la fidanzata, i fratelli. Vorremmo, come scrive San Paolo, ma non possiamo e facciamo il male che aborriamo. Eppure proprio tu ed io, servi incompiuti e incapaci di servire, siamo oggi “beati”. Sì, beato te se, nella fatica e nella sofferenza, attendi l’unico e autentico Padrone. Se hai nostalgia dei suoi “ordini”, della Parola che dà luce agli occhi e pace all’anima. Se il tuo cuore veglia perché sei servo suo, appartieni a Lui e a nessun altro. Se ci troverà oggi “ancora svegli”, preda dell’insonnia d’amore di chi desidera il “ritorno” dell’Amato.

E il Padrone “giunge nel mezzo” della nostra “notte” di schiavitù, e ne fa anche oggi una Pasqua. Dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia. Dove? Dove sei oggi, nel fango nel quale sei caduto. Dove scorre la nostra vita Gesù scende come nelle acque del Giordano, e, proprio in questo istante, il cielo si “apre” e il Padre ci guarda uniti al suo Figlio e si compiace di noi. Basta essere oggi dove Lui verrà, nella storia concreta che ci è data, sulla Croce dove si aprono il Cielo e la terra, il cuore di Dio e il cuore nostro, l’uno in attesa dell’altro. Gesù ha “aperto” il Cielo e si è fatto carne per “bussare” ad ogni nostra carne. Riusciamo a capirlo? Si è fatto peccato per “bussare” ai nostri peccati e liberarci. Il suo battesimo e la sua Croce sono il nostro battesimo e la nostra croce; sono il luogo dove il nostro bussare alla libertà ha incontrato il suo bussare alla nostra schiavitù. 

Bussa al nostro cuore perché ha udito il nostro bussare intriso di lacrime. Il suo amore ha trovato il nostro amore. Sì, è amore, un embrione di amore, ma è amore a Cristo quello che vagisce dentro di te, e magari fa i capricci, e cade e si sbuccia le ginocchia. E’ amore quello di tuo figlio che scappa e disobbedisce, di tua moglie o tuo marito, del tuo vescovo e del tuo superiore, dei tuoi fratelli. Perché cresca e diventi amore adulto e capace di donarsi ha bisogno di ascoltare Gesù che bussa al suo cuore. Abbiamo tutti bisogno dell’annuncio del Vangelo, della predicazione della Chiesa. Di ascoltare e di annunciare, che sono i battiti di un cuore che attende, il cuore della Chiesa. Nel suo seno materno il “Padrone” autentico della nostra vita, ci è venuto incontro in fretta con i “fianchi cinti”, e ci ha comprati al caro prezzo del suo sangue, chinandosi a lavare ogni nostro peccato. Il suo “passaggio” in mezzo a noi ci ha liberati dal giogo del faraone e ci ha trasferiti nella Terra Promessa del suo Regno, dove il Primo si fa ultimo, e il Maestro fa “mettere a tavola” i suoi servi per “servirli”, donando gratuitamente quello che con cupidigia avevano creduto di poter rubare. Ci siamo nutriti del suo amore e non ne possiamo più fare a meno. 

Al solo pensiero che Egli ha dato la vita per tutti ci sentiamo spinti dal suo amore a non vivere più per noi stessi ma per Lui. Per questo, dopo averne sperimentato il “ritorno dalle nozze” nelle quali ha sposato l’umanità sul letto della Croce, dopo aver gustato il perdono di un Padrone dolcissimo, lo “attendiamo” con gioia, vivendo ogni istante come una notte di Pasqua. “Beati” noi se saremo “svegli” per “aprirgli subito”, quando “arriva e bussa” per farci entrare con Lui nei momenti difficili del matrimonio, nel rapporto con i figli, con i colleghi, gli amici, il fidanzato. In loro, con le loro mani, con le loro parole busserà anche oggi… “Beati” noi se saremo “pronti” ad annunciare loro il Vangelo rinunciando ai criteri mondani; con “le vesti strette ai fianchi” dalla castità della carne e dello spirito, che lascia liberi e non si appropria di nessuno nell’“attesa” che sia Dio, con i suoi tempi, a parlare ai cuori; con “le lampade accese” di Carità nella Verità, senza compromessi. “Beati” noi se il Signore ci troverà così, celebrerà con noi e con tutti la sua Pasqua di vita e libertà. 

UN ALTRO COMMENTO

“Insonnia d’amore”, il titolo d’un romantico film di qualche anno fa. Insonnia beata, secondo le parole di Gesù del Vangelo di oggi. La beatitudine di chi non riesce a dormire perché il cuore batte forte in gola in un amore travolgente. Beati coloro che amano Cristo d’un amore incorruttibile. Che sono pronti ad aspettare, perché ogni istante può essere quello buono.

Ma noi quante volte, come i poveri discepoli al Getsemani, cadiamo distrutti dal sonno delle nostre fatiche senza risultati. Quante volte gli occhi si fanno pesanti senza sperare nulla. Il nostro amore per il Signore, è, nella migliore delle ipotesi, una grigia routine. L’amore di chi è ancora schiavo, di chi non ha conosciuto o ha dimenticato la notte della Pasqua. L’Egitto è come il Getsemani dei discepoli, angoscia senza speranza, qualcosa da cui scappare, come presi nella morsa della depressione che ti costringe a letto per non pensare, per non vedere, per anticipare la morte, unica plausibile via d’uscita al fallimento della vita. Un’esistenza che non attende è un’esistenza spenta, che scivola vegetando sui giorni. Chi non attende non ama, è schiavo dell’egoismo che lo sospinge ad offrire ogni cosa alla propria concupiscenza.

Anche noi spesso viviamo in Egitto, coccolando le sue cipolle, accontentandoci dell’unico, solito sapore, per paura e per abitudine, forse non rendendoci neanche conto di quello che ci stiamo perdendo e quello che stiamo soffrendo.

L’Egitto del Signore invece è ben altra cosa. E’ angoscia gravida di speranza; Lui fa dell’Egitto una porta dischiusa sulla libertà. La Croce, il sonno di Cristo sulla Croce, la sua morte per noi, un sonno ben diverso da quello dei suoi discepoli, dal nostro dormire appesantito nello scoraggiamento.

Nel suo sonno è nascosta la nostra salvezza. Nel suo sonno d’amore possiamo trovare la pace. Il suo sonno a saziare i nostri vuoti. Nell’incontro del nostro accidioso dormire con il suo sonno fecondo d’amore vi è l’unica possibilità di salvezza, di gioia, di pace e d’amore. E’ il sonno dello Sposo che consegna completamente la sua vita per riscattare e liberare i suoi amati, ciascuno di noi. E’ il sonno della Pasqua, quel sonno che ha vinto la morte da dentro il sepolcro, facendo dei nostri sepolcri, delle nostre notti un cammino di libertà. I giorni, le ore, il lavoro, lo studio, le malattie, le relazioni, tutto quello che ci sembra incatenarci ad un sonno di fuga e di abdicazione è, in Cristo risorto, il luogo dell’attesa.

Esattamente dove più stretta stringe la morsa della schiavitù, dove la notte dell’angoscia è più oscura, è preparata per noi la beatitudine più vera e autentica. E’ la Pasqua del Signore che spezza l’assedio della morte e del buio, è la sua luce d’amore che ci viene a cercare, e l’attesa della liberazione, dell’incontro con il suo amore è la beatitudine più grande. L’attesa è già libertà, i fianchi cinti per la fretta e l’urgenza del momento dirigono già l’esistenza sul cammino della Verità. Vivere la vita come una lunga notte di Pasqua: ogni istante, ogni evento, tutto immerso nell’attesa innamorata e trepidante dell’Amato che viene a liberarci per fare, giorno dopo giorno, della nostra vita un’offerta gradita a Dio, amore puro nel dono libero di sé.

Il Suo amore ci tiene svegli e accende il nostro cuore destandolo dal peccato e dall’angoscia. Beato quel cuore in attesa tremante del suo Sposo; vedrà e sperimenterà, ad ogni notte di paura, la misericordia di Dio che trasforma l’Egitto e la sua angoscia in un banchetto di nozze e di libertà, dove sedersi e riposare amati e serviti da un amore eterno e incorruttibile.


AUTORE: don Antonello Iapicca
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