don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 19 Ottobre 2020

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LA SAPIENZA DELLA CROCE CI ARRICCHISCE DAVANTI A DIO CON I FRATELLI AMATI IN CRISTO GESU’ 

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“O uomo!” Così Gesù risponde al “tale” e a ciascuno di noi, insoddisfatti e sempre in cerca di giustizia. “O uomo!” perché in lui e in noi il Signore intercetta Adamo. Ricco “presso Dio” nel Paradiso, di fronte al “raccolto abbondante” ricevuto in “eredità”, si è fermato a “dialogare con sé stesso” ed è rimasto intrappolato nella menzogna del demonio. Come accade a noi quando, di fronte alla storia, ci rintaniamo nella nostra ragione facendo spazio alle adulazioni del nemico che ci convincono che è tutta un’ingiustizia perché nessuno si è accorto che il vero dio siamo noi. Bene, a quel punto siamo fritti e diciamo: “so io che fare” per rimediare e farmi giustizia: accumulare! “So io”, perché io sono dio. Ecco perché cerchiamo la giustizia che riporti le cose in ordine, e per ottenerla riconosciamo a Gesù l’autorità di Maestro. Non certo per imparare da Lui che è mite e umile di cuore, ma per costringere gli altri, “mio fratello”, a dividere con me quello che, ingannato dal demonio, credo che mi abbia sottratto.

Eh sì, è qui che si nasconde il tranello. Siamo così “stolti” da credere alla menzogna secondo la quale sarebbe “divisibile” l’infinito! Possiamo credere a una baggianata del genere solo se il demonio riesce a convincerci che la nostra “eredità” non sia infinita; che cioè la vita donataci si infranga sul limite invalicabile dell’ingiustizia e della gelosia di Dio che ci ha sottratto la possibilità di toccare e mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male. Se accettiamo questo presupposto falso, allora possiamo credere anche alla conseguente affermazione secondo la quale saremo infelici sino a che non ci ripiglieremo quello che Dio ci ha tolto: per questo “accumuliamo per noi e non davanti, alla presenza di Dio”: moglie, marito, amici, denaro, tutto fagocitato nella “cupidigia” perché il demonio è riuscito a “dividere” da Dio, fonte della vita, prima le persone e poi le cose. Si tratta dell’atteggiamento tipico di chi non ha conosciuto l’amore di Dio, e vive il cristianesimo covando nel cuore il risentimento: ovunque vede ingiustizie e nemici ed esige da Gesù che legittimi la propria cupidigia facendosi “giudice” e “mediatore” al soldo del diavolo, il principe dei “divisori”.

Insomma, chiediamo a Gesù e alla sua Chiesa che legittimino e portino a termine la nostra vendetta contro Dio. Paradosso fatale per l’anima prima e la mente poi, che ci fa precipitare nel delirio di grandezza dell’uomo ricco della parabola. Solo uno che si crede dio e non ha più la coscienza del peccato può essere certo di “avere a disposizione molti beni per molti anni”. Solo uno “stolto” può illudersi che davvero ci si possa appropriare dell'”eredità” di Dio: essa, infatti, è un dono, ed è protetta nel “caveau” inattaccabile della gratuità. Può accedervi solo chi si riconosce creatura, e per di più ormai indegna a causa dei propri peccati. 
 

Ma coraggio, perché siamo ancora in tempo per accoglierla: il Testamento di Gesù parla chiaro: “Padre, perdonali – cioè concedigli l’eredità della vita eterna – perché non sanno quello che fanno”. In quel momento, sulla Croce, il Signore stava parlando di te e di me, che ci illudiamo di “sapere cosa fare”, mentre invece siamo degli ignoranti totali. Gesù ha lasciato la sua eredità agli “stolti” che, come Davide pizzicato con le mani sporche di sangue, riconoscono la loro “stoltezza”. Sì fratelli, “la vita non dipende dai beni”, perché “anche se uno è nell’abbondanza”, se cioè sperimenta i miracoli con cui Dio moltiplica la sua povera debolezza, non è per questo al riparo dalla tentazione. La vita vera, quella eterna che non si corrompe, dipende dall’umiltà con cui, ogni giorno, imploriamo il Signore di avere pietà di noi perché “non sappiamo che fare” dei doni di Dio, e non “abbiamo dove metterli” tanto il cuore è indurito; e così, nella paura di perderli, li serriamo nei “granai” del nostro egoismo, sempre “più grandi” per saziare il vuoto di un dio senza paradiso; i giorni spesi a progettare e mettere in agenda “per molti anni” riposo e godimento, e nessun giorno riservato alla morte. Sino a quello in cui un “fratello”, un altro Adamo ingannato come noi, non ci ruba “l’eredità”, il nostro tempo, l’onore, la carriera, i diritti; sino a che la “notte” degli eventi oscuri e dolorosi non viene a “chiederci la vita” rivelando la nostra “stoltezza” che chiede giustizia mondana a Colui che ha consegnato se stesso per giustificarci per sempre nella giustizia della Croce.

Ecco la sapienza alla quale ci chiama il Signore! Lasciarci amare e giustificare nell’amore che unisce ciò che il demonio ha diviso. Anche oggi ci viene a cercare nell’inferno dove la separazione dal Padre ci aveva gettato, per ricondurci all’ovile e fare di noi i suoi” fratelli” per i quali ha donato tutta l’eredità. Contempliamo allora la Croce sulla quale Gesù ha preso su di sé le nostre ingiustizie spogliandosi di tutto pur di “arricchire davanti al Padre” con le nostre vite riscattate. Lasciamoci “giudicare” dal vero “mediatore” che è Dio, e ci “giudica” anche oggi con la sua croce che, con amore, ha preparato per noi: i progetti fondati sull’egoismo si riveleranno spine conficcate nella testa, ovvero preoccupazioni, angosce e notti insonni. Le ricchezze accumulate con avidità saranno i chiodi che impediscono la libertà di donarci ed essere felici. Tutto per umiliarci e imparare a desiderare di vivere come “si fa” nella Chiesa, “tra i cristiani”.

Ecco allora “che fare”: rimanere “presso” il Signore, ai suoi piedi come Maria, ascoltando la sua Parola che ha il potere di creare figli di Dio dalla pietra che è il nostro cuore. Figli che si arricchiscono presso il loro Padre, distendendo sulla Croce le loro braccia insieme al loro fratello Gesù, per “riunire” i fratelli dispersi e presentarli a Lui. Per donare ovunque e a tutti “il raccolto abbondante” dell’amore che colma la “campagna” della nostra vita, e così arricchire il Cielo di “fratelli” che cercano in noi l’Eredità perduta. 


AUTORE: don Antonello Iapicca
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