don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 17 Settembre 2019

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RISUSCITATI DALLA COMPASSIONE DEL FIGLIO PER INTERCESSIONE DELLA MADRE CHIESA

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Nell’episodio si percepisce un’assenza decisiva. Manca il “padre”. Se la “madre” è “vedova” significa che il figlio è orfano di padre. Ed è proprio questa la malattia che lo aveva ucciso! Egli è immagine di Adamo, scacciato nella “morte” – che è il salario del peccato – per aver accettato l’inganno con cui il demonio lo ha indotto a ribellarsi del Padre. Come il figlio prodigo, è “morto” per aver scelto l’autonomia tagliando con il “padre”. Sarebbe “tornato in vita” solo tornando a casa. Sì, chi non ha Padre è morto. In questo ragazzo possiamo specchiarci tutti, inguaribilmente schiavi di un narcisismo che cerca l’identità lontano da Dio. Perduto il Padre, siamo diventati orfani che generano orfani, morti che generano morti, riducendo la vita a un tragico ossimoro. Dalla bara dove l’abbiamo deposta, pur sposandoci, pur essendo preti o catechisti, dirigenti o professori, siamo incapaci d’essere padri, di dare cioè una testimonianza credibile da seminare nel cuore per generarvi il desiderio di viverla. Poi i figli e le persone che ci sono accanto, vorranno avere la loro esperienza e la loro fede, è normale, tentando di adeguare alla propria personalità quanto gli abbiamo testimoniato e annunciato. E questo si chiama crescita, maturazione; così si diventa adulti. Ma se abbiamo tagliato con il Padre del Cielo e i padri della terra, in noi questa crescita umana e cristiana è stata abortita; e se non abbiamo avuto una seria iniziazione cristiana non siamo diventati adulti nella fede. Per questo non abbiamo nulla di autentico e decisivo da trasmettere, la fede; stiamo fallendo la nostra vita, accompagnando le persone al sepolcro, a quello che anche noi stiamo vivendo: mondo, carne e inganni del demonio. Mentre siamo nati e chiamati alla Chiesa per innescare in tutti il desiderio di essere e vivere come noi; che non significa imitazione, ma ispirazione a camminare seguendo le stesse orme, e apertura a Cristo perché operi in ciascuno come in noi. 

Era ciò che accadeva alla Chiesa primitiva, che compiva così la sua missione: “Vogliamo vivere come voi” dicevano i pagani ai cristiani. Per questo, la “madre vedova” è immagine delle comunità nelle quali, per i peccati e l’indurimento dei fratelli o la negligenza dei pastori, si era spento lo zelo per il Vangelo, raffreddato l’amore tra i fratelli, indebolita la capacità di restare crocifisse sul candelabro della storia. Avevano perduto lo Sposo e i loro “figli” stavano morendo. Accadeva allora, accade oggi… Comunità che non hanno nulla da annunciare, autoreferenziali come ripete Papa Francesco, dove non si danno i segni della fede che ha vinto la morte; mondanizzate, possono solo accompagnare il mondo alla sua tomba. Ma proprio quando tutto sembra perduto, giunge Gesù. Lo ha promesso e lo mantiene: Ecco, Io sarò con voi tutti i giorni. Con te, con me, con la Chiesa. Anche il giorno, questo, del nostro funerale conseguenza della superbia che ci ha separato dal Padre della Vita; anche oggi che il sale della comunità ha perduto il sapore e sta per essere gettato via e calpestato. Lui è il Figlio prediletto e scelto perché, con la sua morte e resurrezione, riconducesse ogni figlio al Padre perduto. Non per caso si trovava lì, in quel momento preciso: era profezia del suo cammino verso la Croce e la tomba, fuori dalle “porte” di Gerusalemme. Avvocato di ogni uomo, doveva incontrare quell’orfano ormai morto proprio “alla porta della città”, dove a quel tempo si svolgevano i processi. Doveva farlo assolvere annunciando che avrebbe preso su di sé la sua condanna, andando Lui, innocente, nella tomba preparata per ogni peccatore.

Esattamente come si trova ora alle “porte” della nostra vita, al limite estremo che ci separa dalla polvere impura di solitudine e silenzio dei terreni fuori città, dove sorgevano i cimiteri. Ma, per ridonarci il Padre, Gesù ha bisogno di guardare e avere compassione di nostra Madre. E chi è nostra Madre? Non solo colei che ci ha generato nella carne. E’ Maria, la Madre che ha dato alla luce il Figlio del Padre di ogni uomo. Anche di Lei è immagine la vedova del Vangelo. Oggi di nuovo Maria piange per noi perché ci ama; per salvarci, deve essere lì, accanto ai peccatori, dove incontrare la “compassione” di Gesù e ascoltare l’annuncio capace di consolare e schiudere la tomba: “Non piangere!”. Noi siamo morti, e, schiacciati dall’orgoglio, da soli non avremmo la forza di ascoltare. Solo abbandonati alle lacrime di compassione della Chiesa, appoggiati alla sua fede e insieme alla comunità, potremo dischiudere il cuore per accogliere le parole di Gesù. “Non piangere!”, le stesse parole che hanno fatto fremere il cuore di Maria Maddalena piangente aprendolo alla sua vittoria, sino a conoscere, in Lui, il Padre suo e Padre nostro; come oggi risvegliano in noi la Verità che la Chiesa ci ha annunciato mille volte: non piangere, la morte è vinta, ogni peccato è perdonato, Cristo è risorto dal sepolcro! 

La “compassione” di Gesù è quella di suo Padre che lo ha “toccato” con il suo Spirito quando giaceva esanime nella tomba, riscattandolo dalla morte. E’ la stessa con cui Gesù “tocca” oggi la nostra bara, contaminandosi con la nostra morte per purificarci e “rialzarci” a una nuova vita. “Dico a te!”: a me, a te, proprio a noi, e non sono parole dette così, alla massa. Sono una chiamata personale ad alzarci dalla tomba, forse a confessare quel peccato che abbiamo sempre occultato o minimizzato, perché Gesù vuole “riconsegnarci a nostra Madre”. È il potere della sua Parola che ci libera dal peccato e ci fa tornare vivi a casa, nella comunità cristiana, dove ascoltare la Parola di Dio e accostarci al banchetto che il Padre ha preparato per donarci il suo Figlio. Solo così potremo “sederci e ricominciare a parlare”, come facevano i rabbini, cioè come qualcuno che ha qualcosa di autentico da trasmettere. Il Signore ha il potere di fare di noi, anche se “giovinetti”, ancora deboli, fragili e inesperti, dei padri e maestri per questa generazione. Liberi dal narcisismo perché figli di Dio, potremo amare e perdere la vita perché tutti ascoltino l’annuncio che ha salvato noi.

Fonte e approfondimenti

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Ragazzo, dico a te, àlzati!

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 7, 11-17

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Parola del Signore