don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 14 Ottobre 2020

LA LUCE DELL’AMORE OLTRE LA SIEPE DEL MORALISMO

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“Innalzate una siepe per la Torah” avevano insegnato i Padri al tempo dell’esilio. Essi credevano che sul Sinai, accanto alla Torah scritta, Dio avesse rivelato a Mosè anche la Torah orale; una serie di precetti che raggiungevano ogni aspetto della vita – le “altre cose” che Gesù stesso invita a “non trascurare” – perché in tutto fosse protetta la fedeltà all’Alleanza dei figli di Israele, pur vivendo nella Babilonia pagana. E’ cura dei figli pagare la decima della menta, della ruta e di ogni erbaggio per ricordare che tutto è dono del Padre e di nulla ci si può appropriare. Dietro a questi precetti, a differenza di quello che può sembrare, vi è l’attenzione ai particolari tipica dell’amore. “Pagare la decima” della menta”, di erbaggi piccoli e quasi insignificanti significa accogliere tutto in uno sguardo di rispetto e tenerezza che a tutto dà valore: un marito che ama davvero sa cogliere gli aspetti più nascosti, le sofferenze e le ansie meno evidenti della moglie, senza banalizzare nulla, relativizzando quando qualcosa si fa assoluta, ma cospargendo su ogni ferita il balsamo della compassione che verga d’eterno anche l’attimo più grigio e triste: “L’adempimento di un precetto non è il piegarsi sotto la frusta del legislatore, ma, strettamente inteso, è la felice possibilità di dare un valore eterno a ciò che è transitorio” (N. Oswald).

Non c’è dunque contraddizione tra l’amore e il precetto: essa esplode solo quando si assolutizza il fare dell’uomo a scapito del dono di Dio. Le decime erano una siepe che proteggeva dall’oblio di questa verità fondamentale; dimenticando di essere creatura si finisce con il credersi Dio. Per questo i “guai” severi di Gesù non si riferiscono all’osservanza dei precetti, ma sono il lamento funebre per chi ormai è morto nella superbia. Ammettiamolo: siamo sempre alla ricerca di chi, al nostro passare sulle “piazze”, si sbracci nei “saluti” perché si accorge di noi e riconosce in noi qualcuno per cui valga la pena perdere dieci secondi. C’è in noi come una calamita che ci spinge verso “i primi posti nelle sinagoghe”, quelli nei quali il demonio ci illude che potremmo essere come Dio. Più bravi, più intelligenti perché seduti proprio lì, accanto al suo posto, sperando un giorno di scalzarlo… Ve ne siete accorti? Gesù sta parlando del peccato originale fratelli: guarda i tuoi figli all’ora della merenda e capirai. Perché mai corrono per essere i primi a prendere il panino con la Nutella? Sanno che la mamma ne ha preparato uno per ciascuno, eppure c’è qualcosa che li spinge da dentro verso il primo posto. Se non sei il primo non vali, portiamo tutti dentro il graffio di questa menzogna. Se non diventi come Dio la tua vita non vale: a che ti serve il Paradiso se non sei tu a comandare? E’ un’umiliazione fare il giardiniere, la felicità è diventarne il padrone che stabilisce le regole.

Ah, siamo giunti al punto fondamentale: la realizzazione dell’uomo si compirebbe nell’assoluta e illimitata libertà di fare ciò che vuole e desidera; ma questo urta inevitabilmente con una legge esteriore a lui, che lo limita però dal di dentro. Quindi, afferma il sillogismo satanico, se poi senti il rimorso, significa che Dio ti ha piantato arbitrariamente una legge dentro il cuore e da essa non puoi emanciparti se non penetri dentro la sua fonte e te ne appropri. Se non tocchi e mangi dell’albero della conoscenza del bene e del male, diventando tu l’autore della Legge. Solo così essa non ti farà più male, ma risponderà di volta in volta alle tue esigenze, assecondando i desideri sui quali apporrà il suo timbro di legalità. La corsa ai primi posti e il bisogno di saluti nelle piazze raccontano di persone cadute nella tentazione originale che spinge il loro “io” verso la cattedra dove, come un dio, stabilire che cosa sia bene e che cosa sia male. A causa del demonio e del peccato, il peggior nemico della Legge è diventata proprio la Legge. Il peccato originale infatti, è l’orgoglio con cui l’uomo vuol diventare Dio per elaborare leggi con le quali imbavagliare la Legge di Dio affinché non gridi più nella coscienza.

E’ paradossale, ma è proprio così fratelli, e appare in quegli scribi e dottori della Legge che con l’adempiere dei loro precetti trasgredivano senza apparente rimorso la legge di Dio. Saziavano così la superbia del loro io annullando di fatto la Legge di Dio che li avrebbe tenuti umili e quindi autenticamente felici. Ma, come loro, anche noi non siamo Dio, e la coscienza, per quanto seppellita sotto una montagna di peccati legittimati dalle proprie concupiscenze, prima o poi fa sentire il suo grido, come accaduto al figlio prodigo, che era corso verso i primi posti e si è trovato dentro a “un sepolcro che non si vedeva e sul quale la gente passava senza accorgersi”. L’esito dell’ipocrisia infatti, è l’opposto esatto di ciò che il demonio presenta nella tentazione: altro che primi posti e saluti, chi lo ascolta finisce nell’irrilevanza e nell’oblio, nell’inferno che è il non sentirsi amati. Per questo, proporzionalmente ai nostri fallimenti e alle nostre frustrazioni, carichiamo sugli altri i “pesi che non abbiamo saputo portare”.

Assolutamente fuori misura, figli di un’illusione e di un delirio di onnipotenza tale e quale a quello del demonio, sono precetti di uomini, lettera senza Spirito, inadeguati al cuore dell’uomo, perché il demonio odia l’uomo e ogni legge da lui ispirata lo conduce alla morte. Eppure, spinti dal demonio, continuiamo ad erigere siepi di regole e moralismi illudendoci di proteggerci dalla debolezza dell’uomo che proprio la legge inadempiuta smaschera senza pietà. E così “trasgrediamo”, letteralmente “passiamo oltre” l’amore e la misericordia di Dio, le uniche che potrebbero salvarci. Quante volte siamo passati oltre alla moglie, al marito, ai genitori e ai figli “trascurando”, saltando la “cura” dell’amore e della misericordia di cui avevano realmente bisogno, per “curarli” invece con le nostre regole? Quanti “no” sbrigativi sbattuti in faccia ai figli invece di curare con calma in loro il “si” a Cristo? Scandalizzati della nostra e dell’altrui debolezza e impauriti dalla precarietà spirituale, corriamo per raggiungere i primi posti, lasciando indietro le persone che Dio ci ha messo accanto, andando al di là del loro passo, che ne è l’unica misura; senza la cura attenta e misericordiosa del Tu restiamo imprigionati nella solitudine superba dell’Io, sepolcro che ci chiude nella stessa trascuratezza e irrilevanza che abbiamo riservato agli altri.

Ma coraggio, oggi il “guai” di Gesù ha il potere di aprire quel sepolcro fratelli! Venite fuori, venite a me ci dice il Signore, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Perché sul suo suo giogo d’amore, la sua croce che schiude le porte al Paradiso, Gesù è l’unico che ha compiuto sino in fondo i precetti nell’amore autentico. Siamo noi infatti la “ruta e la menta”, parte cioè di “ogni erbaggio” che significa “tutte le persone di ogni generazione”: per ciascuno di noi ha versato molto più che la decima, ha dato tutto se stesso, senza trascurare di far giungere il suo amore e la sua giustizia sino alle zone più intime e nascoste della vita di tutti. Per Lui era “necessario” essere crocifisso per compiere ogni iota della Legge, e così perdonare ogni nostra trasgressione. Ha “curato” ogni dettaglio della nostra vita per farci “giusti” nel suo “amore”. Capite? Gesù ha saputo coniugare la Legge nell’amore meticoloso e creativo capace di adeguarsi a ogni piega del nostro animo, incarnandosi in ogni situazione della nostra vita. Il suo amore, infatti, colora e dà sapore alle nostre vite, liberandole dal carcere grigio e frustrante di leggi incompiute, di desideri inappagati, di ideali spezzati.

Che fare allora? Convertirci, che significa innanzitutto accettare ogni giorno la precarietà nell’attesa, colma di speranza, del suo aiuto, della sua misericordia, del suo amore capace di fare del fallimento più cocente un successo strepitoso. Convertiti, ascolta la Parola di Gesù, esci dalla tomba della menzogna e rivestiti della Verità che ti fa libero! Così potrai tornare indietro dove hai trascurato il fratello per prendere insieme a lui il giogo soave e leggero di Cristo. Solo “curando giustizia e misericordia”, infatti, non “trascureremo” neanche il minimo dettaglio con cui amare il fratello, parole e gesti che fanno della nostra casa, della nostra famiglia, della nostra parrocchia, della comunità cristiana, un luogo di “giustizia” e “misericordia” capace di generare la nostalgia dell’amore nel fondo della coscienza di ogni uomo.


AUTORE: don Antonello Iapicca
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