don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 6 Gennaio 2021

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I magi siamo noi (e se fosse la pagina di una vita?)

(Matteo 2,1-12)

Epifania anno B 2021

I magi siamo noi, siamo noi che ci mettiamo in viaggio guardando il cielo e non tanto per coraggio ma per necessità, quella che hanno tutti i giovani con la loro incoscienza benedetta, quella di chi guarda le nuvole e pensa di esser fatto solo per volare. Noi siamo i magi, spinti dall’acerbo desiderio di chi crede ciecamente nei sogni e si intristisce davanti alla scontata concretezza di certi progetti. I magi siamo noi, spinti dal bisogno di lasciare territori esistenziali accolti solo per eredità, di abbandonare amori normali in cambio di ideali quasi cavallereschi, giovani magi alla conquista sfacciata della vita, anche noi rapiti da un sogno totalizzante, da utopie grandi come il mondo. A quei tempi lasciare la terra natia non è stato difficile, diciamocelo, nulla ci tratteneva a casa, perché tutto sapeva di vite altrui, di già vissuto, tutto sapeva d’infanzia e noi si aveva fretta di crescere, di partire, di scoprire. I magi siamo noi e quando siamo partiti, quel giorno, aggrappandoci alla coda di una cometa che brillava solo per noi, con l’illusione in tasca che il mondo avrebbe gioito del nostro sogno eravamo sicuri, davvero sicuri, che chiunque si sarebbe affidato alla nostra nuova topografia del mondo finalmente svelata dal nostro totalizzante appassionato coraggio.

I magi siamo noi, noi che entriamo come stupidi nelle fauci di un qualunque Erode, noi che accecati dall’imprudenza rischiamo di mandare all’aria perfino i piani divini. Noi siamo i magi, anche noi abbiamo le nostre Gerusalemme, di quando si è creduto che i sogni potessero cambiare la pelle del potere, che l’ideale potesse piegare il sistema, noi siamo i magi quando abbiamo accarezzato l’idea di riuscire dove tutti avevano fallito, ed è giusto così, tentare e fallire, fa parte della vita. Solo bisogna imparare a fallire. Gerusalemme va incontrata almeno una volta nella vita. Si inizia a imparare solo trovando il coraggio di piangere, di sentire il caldo delle lacrime versate in quell’angolo di mondo in cui finalmente abbiamo capito di non essere poi tanto speciali, e poi la paura, e la fretta di lasciarlo il Palazzo prima di diventare vittime sacrificali delle nostre stesse illusioni. Prima di coinvolgere ancora qualcuno nei nostri deliri.

Noi siamo i magi, quando per un attimo ci voltiamo a guardare negli occhi Erode e i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo e ci riconosciamo, perché noi siamo anche loro, ogni volta che stiamo fermi, ogni volta che la Verità rimane una spiegazione e non si tramuta in strada, in rischio, in principio di conversione. Noi siamo i magi e siamo splendidi quando non ci sentiamo migliori di nessuno, quando riconosciamo che ci sono momenti nella vita in cui si è stanchi di camminare e si ha paura di perdersi, perché il viaggio è sempre un enigma, siamo noi i magi quando non ci limitiamo a condannare l’Erode che si portiamo dentro ma accettano che ci sia una parte di noi che si affeziona agli odori e alle pareti e alla protezione di ciò che ha costruito, perfino ai nostri errori e alle nostre manie ci affezioniamo, come un Erode qualsiasi. Siamo noi i Magi e siamo bellissimi quando accarezziamo il potere e lo vediamo per quello che è, un animale impaurito, un grido che disperatamente vomita tutta la sua paura di morire. Siamo noi i magi quando ce ne andiamo, per imparare finalmente a morire, ma senza rancore. Senza condanna.

Siamo noi i magi, quando vediamo apparire di nuovo una stella, e lo sappiamo, è la stessa che seguivamo all’inizio ma noi ormai siamo cambiati, noi abbiamo attraversato Gerusalemme, noi non siamo più giovani. Abbiamo addosso la paura, abbiamo addosso l’amarezza e un po’ di nostalgia per la casa che abbiamo lasciato. Siamo noi i magi e siamo un po’ invecchiati, sappiamo che la stella può sparire e allora cominciamo ad innamorarci della terra, ci lasciamo interrogare dalla pesantezza, ci affascinano le macerie, la purezza delle orbite dei pianeti e le scie luminose delle comete iniziano a specchiarsi, ad appesantirsi, e diventano come arature di terreno: ci innamoriamo dei solchi, dei sentieri, delle pietraie, ci commuoviamo per i ruderi delle case abbandonate. Nel cuore dell’errore non vediamo più lo scandalo e l’urgenza di purezza ma beviamo una inesorabile sorgente di dolente compassione.

Qualcuno inizia a dire che siamo diventati pessimisti, o che ci stiamo adeguando, in verità stiamo solo vedendo un cielo capovolto, riflessi di stelle dentro le pozzanghere, stiamo solo incarnando il sogno e sì, perdiamo pezzi, le pareti del cuore di scrostano un po’, conosciamo il morire e il tradire, scopriamo che un po’ di Gerusalemme si è incagliata in noi, ma continuiamo a camminare. Non potremmo fare altro, ma con il capo che umile, sempre più spesso, si china a interrogare la polvere.

Siamo noi i magi, e quando riusciamo a ripartire impariamo ad essere forse meno audaci ma tanto, tanto più misericordiosi, non ci fa più paura lo sporco, i nostri mantelli si sono sgualciti, ci sono strappi, ci innamoriamo di chi, guardandoci, ci trova bellissimi.

Siamo noi i magi, quando la stella si ferma, quando scendiamo da cavallo, quando alla fine di una traiettoria troviamo un inizio, quando ci inchiniamo al nostro bambino, ancora una volta, scoperto solo alla fine del viaggio. Siamo noi i magi quando comprendiamo che è qui che dovevamo arrivare, e ci commuove la nostra vecchiaia, la pelle di cartapesta, gli occhi ingenuamente liquidi, la pochezza di un itinerario che si credeva memorabile e che è già giunto al termine. Siamo noi i magi, mentre le mappe su cui ipotizzavamo il futuro si sono sgualcite e sono state superate da nuove “entusiasmanti” scoperte. Siamo noi i magi quando, vecchi, misuriamo i nostri viaggi a passi lenti e appesantiti dalla sedimentazione paziente del tempo, siamo noi i magi quando ci ripariamo sotto coperte di ricordi, siamo noi i vecchi magi, che non abbiamo più bisogno di partire disorientati verso Gerusalemme ma ritorniamo lenti al nostro oriente, torniamo a casa, e ci stringiamo stretta la nostra infinita vulnerabilità. Gli scrigni dei nostri tesori li abbiamo lasciati a Betlemme, aperti, affamati del sorriso di quel bambino a cui ogni tanto ci piace tornare con il ricordo, con la memoria di quello che eravamo e di quello che siamo diventati.

Siamo noi i magi, o speriamo di imparare a diveltarlo, quando un giorno, come in un sogno, la Vita ci dirà che è ora di tornare ma di farlo cambiando strada, che è giunta l’ora di tornare ma prendendo una via nuova, inedita, unica. Un sogno, a dire che non ricomincerà l’ennesimo giorno destinato in notte, una volta per sempre usciremo dall’eterno ciclo dei giorni e piano, pianissimo, Lui verrà a bussare alla nostra di grotta e noi, finalmente bambini bisognosi di essere protetti, lo vedremo entrare e Lui, proprio Lui, si inginocchierà davanti a noi. E poi aprirà lo scrigno dell’oro e dentro ci troveremo tutte le storie che abbiamo conosciuto in quel viaggio chiamato vita, ritroveremo il dolore delle madri che piangono per i figli, il dolore dei figli senza padre, il dramma di chi si è sentito maltrattato dalla vita, i traditi che non si sono vendicati, i silenziosi, i resistenti… e noi guarderemo stupiti e senza dire nulla comprenderemo: eccoli lì i re della terra, la sovrana preziosità della vita, ecco davanti a chi avremmo dovuto inginocchiarci. E poi lo scrigno dell’incenso e nello scrigno del divino tutti i frammenti delle nostre storie d’amore. Divini innamoramenti, anche quelli di un secondo, anche quelli che avevamo dimenticato, tutto conservato, tutto sacro, perfino il dolore quando  stato conseguenza dell’amore: sacri i baci e sacre le carezze, divino è l’amore custodito. Leggero, come il volo solenne dell’incenso. E la mirra, quel profumo riservato ai cadaveri? No, quello non lo vedremo, perché come vecchi magi prima saranno salite le lacrime a chiuderci le palpebre emozionate dai ricordi e poi, finalmente, la morte, come neve, a coprirci, e noi come seme sotto il manto bianco, e noi a sentire le Sue carezze, le Carezze di quel Bambino sulla nostra pelle e la Mirra a portarci a colorare il respiro, non avevamo ancora capito che è la morte ad essere profumata.

E Lui, solo Lui, finalmente Lui, quel bambino che avevamo ferocemente cercato tanto tempo prima ora è qui, e accarezzandoci ci farà tornare per un’altra strada, su quella strada fatta finalmente di terra e di cielo, senza separazione e su quella strada ritroveremo tutti, finalmente liberi ed amati.

Scusate, anche oggi mi sono lasciato condurre senza opporre resistenza, ho dilatato quei pochi versetti, se vi ho stancato scusatemi, ma quella pagina, la pagina dei Magi, a me sembra contenere la storia, la storia di come potrebbe diventare la nostra vita, se avessimo finalmente il coraggio di vivere d’amore e di morire consumandoci dietro la Sua stella.


AUTORE: don Alessandro DehòSITO WEB Leggi altri commenti al Vangelo della domenica

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