Dehoniane – Commento al Vangelo del 20 Novembre 2018

84

Il commento alle letture del 20 Novembre 2018 a cura del sito Dehoniane.


 XXXIII settimana del tempo ordinario II settimana del salterio

Collirio

Nella sezione delle lettere rivolte «alle sette Chiese che sono in Asia» (Ap 1,4), il veggente di Patmos – autore del libro dell’Apocalisse – non sembra aver bisogno di troppi preamboli per farsi portavoce delle parole di fuoco del Signore, che sanno incarnare il registro dell’esortazione solo dopo aver attraversato la necessità di un iniziale rimprovero. Mentre i credenti della Chiesa di Sardi vengono smascherati nella loro nascosta ambiguità

–  «Conosco le tue opere; ti si crede vivo, e sei morto» (3,1) – la comunità di Laodicea viene colta sul vivo di una pericolosa for  ma di autonomia: «Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non    ho  bisogno  di  nulla»  (3,17).  La  cura  prescritta  dalla  sapienza del Signore, in entrambi i casi, consiste in una disponibilità a modificare l’orientamento del cuore per recuperare una percezione grata e fiduciosa nei confronti della realtà in cui si compie continuamente la venuta del Regno: «Ricorda dunque come hai ricevuto e ascoltato la Parola, custodiscila e convèrtiti perché, se non sarai vigilante, verrò come un ladro, senza che tu sappia a  che ora io verrò da te» (3,3).

L’immagine del ladro che sorprende tutti nel cuore della notte viene, per così dire, approfondita e rilanciata nel secondo rimedio che il veggente suggerisce alla Chiesa di Laodicea, dove ciascuno sembra così insensibile a se stesso da non accorgersi di essere «un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» (3,17). Di fronte a questa fuorviata percezione di sé, non esiste altro rimedio se non quello di una rinnovata visione di come stanno veramente le cose, alla luce della piena rivelazione del volto di Dio:

«Ti consiglio di comprare da me […] collirio per ungerti gli occhi   e recuperare la vista» (3,18).

Dopo averci parlato della cecità fisica nel vangelo di ieri, oggi la parola di Dio ci impone il confronto scomodo con una forma assai più subdola e pericolosa di incapacità visiva: quella che spesso abbiamo su noi stessi e sul valore profondo della nostra realtà di uomini e donne creati a immagine del Creatore. Per quanto la logica battesimale ci inviti a scrutare il nostro volto in quello del Verbo incarnato, siamo tutti abituati a rivolgere lo sguardo non tanto su quello che siamo (agli occhi di Dio), ma su quello che vorremmo essere (agli occhi degli altri). Scivolando e restando in questo gioco di aspettative, entriamo gradualmente in una forma di miopia che, anche quando non fosse dolosa, risulta almeno assai dolorosa perché avvelena il nostro contatto con la realtà.   Un uomo, nel vangelo, sembra capace di prendere coscienza che non si può vivere sempre a occhi chiusi. Così, quando la luce passa improvvisamente accanto alla sua vita, si mette disperatamente a cercarla, senza alcuna vergogna di apparire povero e bisognoso: «Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là» (Lc 19,4). Zaccheo riesce a tradurre in pratica il rimprovero e l’esortazione dell’Apocalisse assumendo fino in fondo la sua debolezza e facendola diventare una via di accesso al mistero di Dio. Forse esausto, dopo una  vita tutta costruita sulla venerazione del potere e del prestigio, Zaccheo accetta di mettere a nudo il suo bisogno di relazione autentica e si strofina gli occhi al passaggio di un Dio che ama cercare e trovare solo chi si sente perduto. In tal modo, diventa egli stesso una goccia di collirio che cade e rivela la potenza salvifica del vangelo: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (19,9-10).

Dio non può e non vuole venire a noi come un ladro, ma come uno sposo che è disposto a tutto per noi, tranne compiere quel passo di disponibilità e di accoglienza che solo la nostra libertà può maturare: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).

Signore Gesù, tu desideri che noi recuperiamo la memoria della tua parola e la vista sulla nostra fragilità da te amata e cercata. Suscita in noi il coraggio di domandarti il collirio del rimprovero e dell’incoraggiamento. Rendici capaci di guardare in modo nuovo gli altri e la realtà, di vedere chi era già accanto a noi per offrirci il collirio della sua presenza.

[box type=”shadow” align=”” class=”” width=””]

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

Lc 19, 1-10
Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

Fonte: LaSacraBibbia.net

[/box]

Articolo precedenteIl Vangelo del giorno, 20 Novembre 2018 – Lc 19, 1-10
Articolo successivoCommento al Vangelo di domenica 25 Novembre 2018 – Alberto Maggi