Dehoniane – Commento al Vangelo del 13 Novembre 2018

87

Il commento alle letture del 13 Novembre 2018 a cura del sito Dehoniane.


 XXXII settimana del tempo ordinario II settimana del salterio

Nella gioia del servizio

Qual è lo stile di vita di un discepolo di Cristo? Uno potrebbe rispondere semplicemente richiamando l’evangelo. Un discepolo di Cristo è chiamato a lasciarsi plasmare da uno stile evangelico, uno stile che quotidianamente si declina sulle beatitudini, e in particolare sulla misericordia e sull’umiltà. L’apostolo Paolo, scrivendo     a Tito, lo invita a educare il comportamento di anziani e giovani secondo quelle virtù che trovano proprio nell’evangelo la  loro  forma più autentica (cf. Tt 2,1-8). E l’evangelo, ricorda Paolo, «ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà», attenden do la «manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (2,12-13). Si vive in questo mondo pienamente responsabili di quella gioiosa notizia che si è chiamati a portare,    ma orientati nell’attesa e nella speranza di un compimento.

Ma nel brano di Luca proposto oggi dalla liturgia, possiamo cogliere una sfumatura ulteriore che dà qualità allo stile evangelico del discepolo. Ed è quella del servizio. In questo mondo il discepolo di Cristo vive come il suo Signore: nella gioia di servire Dio   e i fratelli. A ciascuno di noi è stato affidato qualcosa: la propria vita, dei doni, la responsabilità in vari ambiti. E come cristiani sappiamo che ci è stato affidato, proprio attraverso tutte quelle responsabilità che compongono la nostra esistenza, il dono del Regno, quel Regno seminato in mezzo a noi nella morte e risurrezione di Gesù, e che noi siamo chiamati a testimoniare. Questo è il nostro servizio, la nostra vocazione, ed è l’obbedienza a questa vocazione che deve essere compiuta giorno dopo giorno, nella fatica e nella gioia, quando si ha voglia e quando non si ha voglia.

E quando facciamo tutto quello che ci è stato chiesto, cioè rispondiamo alla nostra vocazione, tutto ciò è utile, il nostro servizio è utile: fa maturare il Regno in noi e attorno a noi. Ma con quale atteggiamento dobbiamo vivere questo servizio? Con quale cuore? Proprio qui si colloca la parola di Gesù, quella parola che dona qualità al nostro essere servi: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10). Il cuore del nostro servizio sta proprio in quell’aggettivo che, a prima vista, ci irrita e    ci dà un senso di frustrazione: «inutili». Ma se il nostro servizio   è inutile, allora perché farlo? Non è inutile il nostro servizio, ma noi dobbiamo ritenerci inutili. Ma cosa vuol dire inutili? L’inutilità di cui parla Gesù è la verità del nostro servizio: un servo è semplicemente e gioiosamente servo, non è il padrone; e ciò che fa, lo fa perché crede in esso e attraverso questo servizio aderisce alla sua realtà più vera, obbedisce alla chiamata della sua vita, diventa sempre più se stesso.

L’inutilità di cui parla Gesù è la gratuità: è servire contenti di farlo (anche se questo costa ed è faticoso), senza pretese, senza esigenze, senza rivendicazioni, senza bisogno di applausi, di consensi, di successi. Ci si sente liberi di donare se stessi, sapendo che questo dono è una piccola risposta alla gratuità e alla fiducia con cui siamo amati dal Signore. Lo spirito dell’evangelo non è quello di un salariato, che fa un contratto: io ti servo e tu mi dai. Pur essendo umili servi,   si vive da figli, nella casa di un Padre che dona senza misura, e quello che si fa lo si fa perché si ama. E chi agisce così, ogni sera e alla sera della sua vita può dire con gioia e libertà: sono  un semplice servo. Ho fatto il mio dovere: la mia vita è stata   una risposta all’amore di Dio. Certamente una risposta povera e inadeguata, mai all’altezza di quell’amore. Ma so che ciò che mi è stato affidato è un dono: sarà lui a portarlo a pienezza. Poter dire così alla fine della propria vita (e ogni giorno) è veramente consolante. Non ci si sente più servi ma figli.

Quando la nostra giornata giunge al termine, o Signore, non ci colga l’angoscia e la paura per ciò che non abbiamo potuto fare, per quello che non abbiamo saputo fare. Se scopriamo di essere stati inadeguati, ci venga in soccorso la tua misericordia e ci dia la certezza che siamo semplici servi che, nella loro fragilità, hanno cercato di comprendere la tua volontà e di ubbidire a essa con gioia e umiltà. Signore, ciò che non abbiamo fatto a causa della nostra debolezza, portalo tu a compimento!

[box type=”shadow” align=”” class=”” width=””]

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

Lc 17, 7-10
Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse:
«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

Fonte: LaSacraBibbia.net

[/box]

Articolo precedentePaolo Curtaz – Commento al Vangelo del 13 Novembre 2018
Articolo successivoCommento al Vangelo di domenica 18 Novembre 2018 – Alberto Maggi