d. Giampaolo Centofanti – Commento al Vangelo del 22 Marzo 2020 – Gv 9, 1-41

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«Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». Come osserva Gesù si può dare una cecità che non dipende da una colpa personale. Il brano odierno narra il graduale, a misura della sua personalissima vita, venire portato di quel cieco verso il vedere. Tale storia mostra che Cristo conduce nello Spirito ogni uomo, non solo i credenti. Quel cieco viene guarito e nemmeno sa chi è Gesù.

Anzi si vede che solo ora comincia a trovare sé stesso proferendo le stesse parole di Dio, perché solo in Lui ci possiamo sempre più conoscere: sono io. E ciò non più condizionato dalle etichette affibbiategli dalla gente, che dunque ora faticava a identificarlo. Gesù non rivela tutto subito ma ogni cosa al tempo giusto. Sparisce dalla vista del cieco, poi lo cerca Lui stesso quando il cieco resta spiazzato, confuso, dal venire espulso dalla sinagoga. Un povero che fin dall’inizio vediamo col cuore tendenzialmente libero, un povero che chiede aiuto. La grazia di essere un mendicante. Al punto che Gesù per guarirlo può compiere gesti insoliti.

Il brano evidenzia in contrasto con ciò una possibile drammatica tendenza del potere a manipolare le persone, schiavizzandole e rendendole cieche. Il potere che intende dominare non vede, non vuole vedere, e non vuole far vedere. Fino a spegnere le coscienze, i cuori, come nel caso dei genitori del cieco. L’uomo invece di divenire sempre più desideroso di luce non la ritiene utile, vede solo il bianco o nero degli opposti apparati in campo, sempre le stesse cose, per il dominio… E non riesce ma neanche vuole staccarsi dai suoi privilegi.

Un bravo padre di famiglia deve comportarsi con prudenza e realismo ma la sete di fasullo vario successo può far divenire più realisti del re. Non solo per nulla tesi a cercare ogni via per vivere e seminare, condividere, libertà ma gradualmente, sempre più insensibilmente, chiusi ad ogni spiraglio in tal direzione.

Sposalizio

1

Questa lunga mia notte
risplende nei tuoi occhi
fiduciosi e tranquilli.
Raggi di luna lucente
filtrano nella stanza oscura,
come i tuoi occhi nel mio dolore.
Io mi addormento
fiducioso e tranquillo.

2

Lasciavi il silenzio di tutto,
restava solo la luce.
Imparai a filtrare
il grano dalla pula.
Ti scoprii lampada
ai miei passi
nella notte oscura.
Seppi che un cielo
sconosciuto mi pensava.
E ti amai come si ama la vita.

3

Vieni, entra, la porta è aperta
ed entra il vento e la luce delle stelle.
Vieni, entra, mentre ti attendo
dormendo e sognando.
A lungo ho camminato,
valli e monti ho traversato,
ora ti attendo nel mio riposo.
Vieni entra, siedi alla mia tavola e dimmi,
in questa notte di vento e di pace,
quella parola che diventa vino e pane.

Poesiola tratta da Piccolo magnificat, un canto di tanti canti (poesie che un prete ha sentito cantare, inavvertitamente, dalla vita, dalla sua gente): https://gpcentofanti.wordpress.com/2015/07/02/piccolo-magnificat-5/

A cura di don Giampaolo Centofanti su il suo blog