d. Giampaolo Centofanti – Commento al Vangelo del 18 Aprile 2020

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Forse molti, e tra questi io, se non tutti tranne Maria hanno creduto come Tommaso. Egli non ha creduto tanto per aver visto materialmente ma per aver sperimentato nel cuore. Difficilissimo credere in quello che Dio è capace di fare se me lo dice un altro. Al punto che nella Chiesa talora circola un altro limite: non trattare mai, nemmeno all’opportuno, delle sorprese di Dio, ridurre tutto ad un’etica terrena.

Ancor prima, comunque, è difficile intuire, perché senza la grazia possiamo riportare a quello che viviamo, che abbiamo scoperto, senza percepire che c’è un infinito oltre. Gesù nella sua misericordia come con Tommaso si manifesta anche agli altri. Toccano con mano una vita insospettabilmente nuova. Questi doni possono lasciare ugualmente nel credere solo a quello che diventa alla nostra portata. Così si rischia di non entrare nella fede profonda quella che spera nella venuta potente di ciò che ora non si vive. E ciò può durare a lungo perché tanti aspetti della fede, dell’amore, una volta scoperti sono in fondo di per sé comprensibili ad uno sguardo terreno. La grazia di vigilare sul credere ad un oltre infinito può farsi più strada per esempio quando sperimentiamo che Dio ti può toccare il cuore come e mille volte più di una fidanzata di cui si è pazzamente innamorati.

Ma persino lì si può riscontrare una tendenza a rinchiudere la fede nelle cose vissute concretamente. Vigilare sull’infinito, mirabolante, oltre non solo spirituale ma anche umano, culturale vorrei dire, è un dono immenso. Perché mette in una ricerca e anche in una piccolezza di cuore che come vediamo in questo brano permette a Dio di manifestarsi più rapidamente senza violentare la mia libertà, il mio cuore. La sete di luce spirituale e umana, ossia di Gesù, Dio e uomo, che mi mette di vedetta, in continuo pellegrinaggio, per cogliere il nuovo da Dio e da ciascuno. Questa crescita dunque ci aiuta a cercare di imparare, di ascoltare con attenzione, di cogliere la grazia, degli altri. Ci aiuta ad amare attenti ad ogni particolare dell’altro, la sua vita, i suoi bisogni. Perché è bello amare con tutto il cuore ma l’amore in Dio anche impara a ricevere ogni dono dell’altro.

Mentre talora il banalizzare la sua vita involontariamente mi può disporre con minore attenzione. Cercare di cogliere ogni minima sfumatura nuova. Lasciarsi portare oltre dalla fede e dall’amore. I discepoli gettano la rete sulla parola di un uomo sulla riva del mare perché in quell’invito vi è bun dono dello Spirito. La loro attesa di Gesù risorto li rende più attenti. Gettano la rete di giorno, superando la loro mentalità di pescatori e scoprono un mondo. Cristo ci aiuta anche attraverso gli altri. Ed è dopo l’esperienza non solo del rinnegamento ma ora anche dell’incredulità alla Parola di Dio e agli altri che Gesù rinnova e amplia il mandato dell’annuncio ora ad ogni creatura. Altra cosa quest’ultima che, ricevuta come seme, dovranno assorbire in profondità: il messaggio non è solo per Israele ma per il mondo.

Qui poi si arriva tra l’altro all’aspetto del mandato. Ogni cristiano ha il mandato dell’annuncio. I mandati particolari si ricevono in pienezza dalla Chiesa, ossia pur e oltre tutti i limiti umani, da Cristo. Se si vuole lasciare operare più pienamente Dio le cose spirituali di gruppo le si fanno chiedendo il mandato alla persona preposta. Non prendendosele da soli.

Maranà tha

Quale gioco di luci e riflessi,
che prospettiva agli sguardi?
Il limpido lago specchia di te
solo l’ombra, come lasciando
discreto il segno del vegliare
che vivi, nascosto, d’amore.
E’ questa cerulea parvenza
che volge in alto il mio viso
dal bastimento che attende
e anche lì, sul monte, ti vedo
oscura pieve nel sole ardente.

Poesiola tratta da Piccolo magnificat, un canto di tanti canti (poesie che un prete ha sentito cantare, inavvertitamente, dalla vita, dalla sua gente).

A cura di don Giampaolo Centofanti su il suo blog