Commento al Vangelo del 7 Aprile 2020 – mons. Giuseppe Mani

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Continuiamo a penetrare nel Cuore di Cristo per partecipare ai suoi sentimenti ed esser così vicini ai nostri fratelli sofferenti.
Gli evangelisti dove averci detto che Gesù era oppresso da “paura e angoscia” ci riportano le parole stesse di Gesù “L’anima mia è triste fino alla morte”. La passione di Gesù fu corporale e spirituale.

Nel Getsemani le torture fisiche non hanno ancora fatto la loro apparizione ma l’anima di Gesù è invasa da un dolore atroce. Gesù si nutriva e parlava con la Parola di Dio e l’affermazione di Gesù ci fa pensare al salmo 42 “Come una cerva anela ai corsi d’acqua così l’anima mia ha sete di te , o Dio. L’anima mia ha sete di Dio del Dio vivente, Quando verrò e vedrò il volto di Dio!”.
“L’anima mia è triste fino alla morte” Cosa significa fino alla morte? La mia anime è oppressa da una tristezza da morire. Anche i profeti hanno desiderato la morte per essere liberati dalla loro missione troppo pesante: Mosè. Elia, Geremia hanno sofferto immensamente per la loro missione, ma il caso di Gesù nel Getsemani non assomiglia a loro: Gesù non esprime il desiderio di sottrarsi alla missione impostagli dal Padre , anzi vuol compiere fino alla fine la volontà che il Padre ha espresso per Lui.
Ma il compito gli sembra talmente enorme e terribile per la sua povera natura umana che non può che gridare la sua debolezza.
Gesù è triste di una tristezza mortale.

Non è difficile avvicinare l’esperienza di Gesù a quella dei nostri fratelli che , in solitudine, aspettano la soluzione delle cure che vengono loro somministrate .
L’esperienza di Don Maurizio può aiutarci a comprendere i loro sentimenti.
“Il covid 19 è un’esperienza di morte anche per chi non ne muore. Non sai mai quando il virus interromperà la sua corsa, a quale sintomo si fermerà. L’odiato e invisibile nemico è sempre in agguato. E poi senti o intuisci degli altri che muoiono, intorno a te. La morte è lì, come in agguato. Dovrebbe essere sempre così, nella vita, ma lo dimentichiamo tanto facilmente! Vedi gli altri morire intorno a te e ti chiedi: toccherà anche a me? Quando? E poi ti domandi: perché l’altro e non me? E perché sono stato colpito io e non l’altro? Insieme a questi, sorgono molti altri interrogativi, che riguardano il prima e il dopo: ho rischiato certo, ma il mio è stato un rischio prudente? Sono momenti che ti costringono, più o meno lucidamente, a un nuovo rapporto con l’altro, nel quale si alternano momenti di gratitudine immensa – basta pensare a chi si prende cura di te, spesso rischiando per sé – e di comunione profonda e altri di lotta e di incomprensione, di stanchezza e di fatica.

Il covid 19 è un’esperienza mortale perché ti colpisce in forme che hanno a che vedere con le esperienze più semplici della vita: il calore del corpo, nella febbre, e poi i dolori diffusi, la tosse, le difficoltà respiratorie, la nausea, l’inappetenza, la diarrea … Il virus tocca l’atto del respirare e del mangiare, insidiandoti nel tuo rapporto con le cose e con il mondo e colpendo l’intimo più profondo del tuo corpo. Si insinua in te, ingaggiando una lotta mortale, colpo su colpo, corpo a corpo.

Tutte queste esperienze di patimento e di morte, per noi credenti, e per ciascuno a modo suo, sono un modo per vivere la passione di Gesù, stando in comunione con Lui. Il Getsemani, il dolore che lacera il corpo, la solitudine della croce, l’impossibilità di condividere e comunicare con gli altri, l’incomprensione, il “sentirti fuori”, come scartato ed emarginato da una comunità che ringrazia, canta e loda, perché in quel momento tu non puoi farlo. Certo, la croce di Gesù è anche altro, perché è la morte del Figlio di Dio offerta per amore di coloro che lo rifiutano, ma è proprio nell’umanità del Figlio che ciascuno di noi ritrova la propria morte”.

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