Commento al Vangelo del 6 Aprile 2020 – mons. Giuseppe Mani

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Siamo invasi dalle notizie sullo sviluppo del “virus”e desiderosi di conoscere la reale situazione del momento. Qual’è il giusto atteggiamento del cristiano?
Ce lo dice Gesù quando si trovò in agonia nel Getsemani: la condivisione.
I nostri fratelli colpiti dal virus vivono la situazione analoga a quella che Gesù e attraverso Gesù ci dicono cosa attendono da noi.

Il cristiano non deve né distrarsi né alienarsi per non farsi prendere dalla tristezza ma condividere, aiutare a portare la croce nel limite del possibile.
Durante la Passione sono tanti i personaggi che tristemente occupano un posto rilevante da attirare la nostra attenzione, nel Getsemani è solo Gesù col Padre , questo ci permette di penetrare nei suoi sentimenti, capire i diversi stati d’animo.
Entriamo allora nel santuario della passione, nel “Santo dei Santi” dove incontriamo Gesù solo col Padre.
I santi hanno desiderato sperimentare cosa ha provato Gesù, Francesco glielo chiese ed ebbe in dono le Stimmate, San Paolo dice “Io sono crocifisso con Cristo” (Gal 2,19), “Io porto nel mio corpo le stimmate di Gesù”(Gal 6,14)e ancora: “Io completo nella mia carne ciò che manca alle sofferenze di Cristo, per il suo corpo che è la Chiesa”(Col 1,24).
Oggi si sottolinea volentieri l’esperienza vissuta per una autentica conoscenza “Chi fa la verità viene alla luce”(Gv 3,21) L’agonia che i nostri fratelli “intubati” o soli nelle loro case vivono gli ultimi momenti della loro vita è la stessa esperienza di Cristo; partecipando ad essa partecipiamo anche alla loro.
Ogni uomo che lascia il mondo è un uomo come me. Tutte le agonie, prima della nostra, la somma dei drammi non fa che un solo dramma infinitamente moltiplicato che si ritrova nell’unico grande dramma e nella più terribile agonia che è quella del Figlio di Dio.
E’ difficile partecipare all’agonia di un fratello, è naturale rimuovere il dolore e allontanarsi dalle cause che ci procurano tristezza anche se si tratta della sofferenza di un familiare. Solo avvicinandoci con fede all’Agonia di Gesù possiamo comprendere fino in fondo quella dei fratelli. Chi ha il privilegio di avvicinarsi al dramma della Passione di Cristo può accedere alla duplice conoscenza di Dio e dell’uomo. La conoscenza di Dio-Amore ci apre alla conoscenza di ciò che veramente siamo.

L’evangelista Marco ci dice che Gesù, arrivato al Getsemani “cominciò a sentire paura e angoscia”. La Parola greca tradotta con “paura” esprime lo stupore provocato dall’apparizione di uno spettacolo inatteso, qualcosa di terribile che si presenta allo spirito di Gesù che provoca in Lui uno choc.

Questo spettacolo inatteso produce in Gesù uno “stato di angoscia”. Quanto all’angoscia, è anch’essa una parola greca molto espressiva; la si dice dell’uomo sconcertato, disorientato e agitato da una specie di ansia per la minaccia di un prossimo avvenimento. Noi vediamo Gesù nella sua natura umana provare ciò che ogni uomo conosce, l’angoscia della morte; lo prova però con una sensibilità eccezionale, Gesù vuol passare attraverso questo stato, per poi subire l’ultima prova. Alcuni pensano che l’angoscia sia provocata dalla situazione di abbandono di qualcuno che si trova in estrema difficoltà ed è abbandonato dai suoi. Gesù sperimenta l’abbandono materiale dei suoi discepoli più cari e soprattutto l’abbandono, soltanto apparente, ma ancor più doloroso, del Padre che sembra rimanere sordo alle invocazioni del Figlio.

Questa prova è la stessa dei nostri fratelli colpiti dal virus che si trovano in rianimazione e in assoluto isolamento. Ecco la testimonianza di Don Maurizio uscito da qualche giorno dallo Spallanzani:

“C’è un tratto che accomuna tutti coloro che muoiono per covid 19: è la solitudine radicale. È la solitudine del patire immenso che precede la morte – per quanto accompagnato da chi si prende cura di te -, è la solitudine che accompagna la morte, nel momento supremo, ed è la solitudine che la segue. Non sono possibili le condoglianze, se non per telefono o per messaggi. Non sono ammesse celebrazioni. Il lutto non può nemmeno essere celebrato e condiviso, anche nella fede comune.

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