Commento al Vangelo del 19 Aprile 2019 – mons. Angelo Sceppacerca

208

Dinanzi a un Dio che si fa crocifiggere per amore, tace ogni parola e si perde ogni pensiero. Solo l’arte, la mistica e l’amore possono sostenere lo sguardo e farsi preghiera.

La Crocifissione (Mathias Grünewald, Altare di Isenheim) è il pannello centrale della faccia esterna a sportelli chiusi. È la visione ordinaria da contemplare costantemente, eccetto nelle più grandi feste dell’anno liturgico, quando si aprono le facce più interne. I malati erano invitati a contemplare con fede il Crocifisso, a nutrirsi del sangue dell’agnello nell’Eucaristia, a condividere il suo sacrificio per partecipare alla sua vita. Erano incoraggiati a perseverare nella fede e nell’amore da Maria, Giovanni Evangelista e la Maddalena, che sotto il peso della tragedia si piegano e si incurvano, ma vincono le tenebre, come suggerisce lo splendore dei colori.
Le tenebre immense che incombono sul mondo simboleggiano la dimensione universale e cosmica del male. Gravano sul corpo di Gesù che è appena morto, ma porta ancora ben visibili i segni di una lotta atroce. Pende dalla croce come un cadavere enorme, di colore livido con ferite verdastre; ha il volto contratto, sfigurato, le mani e i piedi contorti; ha perfino lacerato il perizoma ai fianchi e incurvato l’asse trasversale del patibolo. Anche la corona di spine è enorme; anzi sembra essersi propagata a tutto il corpo, che è ovunque irto di schegge e di spine, come se uscissero dal di dentro. “Nessuno è morto come lui”, diceva santa Brigida di Svezia, grande mistica.

L’immagine della Sindone conferma in modo sorprendente il racconto dei Vangeli. Mostra su tutto il cuoio capelluto numerose piccole ferite da oggetti appuntiti e colature di sangue venoso e arterioso (una distinzione scoperta solo alla fine del 1500). Le ferite a raggiera presuppongono una corona di spine non ad anello, ma a casco, che doveva essere legato alla testa e stretto ai capelli, favorendo così l’abbondante coagulo. L’immagine della Sindone documenta anche lesioni a stampo in quasi tutto il corpo, effetto di una terribile flagellazione (circa 100 colpi); inoltre pugni al volto, escoriazioni alle spalle e alle ginocchia a motivo del trasporto del patibolo e delle cadute, ferite dei chiodi ai polsi e ai piedi, una ferita da punta e taglio al costato. Tutto corrisponde esattamente al racconto dei Vangeli e testimonia una atroce sofferenza fisica non solo per le ferite, ma per la sete e soprattutto la progressiva asfissia in croce.

Per amore si è fatto uno con tutti i peccatori, immedesimandosi realmente. Così non siamo più soli, neppure nell’abisso più profondo del peccato e della perdizione. Nessun rifiuto e nessuna disperazione sono troppo forti per il suo amore. Il cartiglio bianco alla sommità della croce risalta sulla tenebra fitta e proclama vittoriosamente che Gesù di Nazaret è il re dei Giudei, il Salvatore di tutti gli uomini. Lo stesso bianco rischiara la veste di Maria, l’Agnello che versa il sangue nel calice e il libro delle profezie in mano a Giovanni Battista. Esso attesta la vittoria sulle tenebre del male e invita alla speranza.

L’epilogo è la gloria. Con sorpresa ritroviamo la corona di spine anche nella rappresentazione della gloria di Cristo (vedi il giudizio universale di Michelangelo nella Cappella Sistina). L’immagine escatologica del giudizio universale include, secondo la tradizione dal Medioevo in poi, l’ostensione degli strumenti della passione, compresa la corona di spine. Gli strumenti dell’umiliazione e del tormento diventano i motivi e le insegne della gloria del Salvatore. Ed è con la sua passione e con il suo amore che ogni uomo deve confrontarsi: accogliere è salvezza; rifiutare è perdizione: il giudizio è questo.

Mons. Angelo Sceppacerca

Fonte – Diocesi Triveneto