Commento al Vangelo del 13 Settembre 2020 – don Giovanni Berti (don Gioba)

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C’è un limite al perdonare? E cosa significa perdonare? A cosa serve?

Pietro domanda al Maestro Gesù la misura del perdono all’interno di un dialogo sulla comunità, raccolto nel capitolo 18 del Vangelo di Matteo che stiamo leggendo in queste domeniche. Il Maestro sta insegnando che il perdono è uno dei pilastri che sostengono la comunità dei discepoli, la futura comunità cristiana e anche l’intera comunità umana. Per Gesù si deve perdonare “settanta volte sette”, cioè sempre e in ogni situazione.

Andiamo al sodo, diretti, senza girarci attorno. Quei giovani che hanno pestato a morte il giovane Willy, prendendolo a calci anche quando era a terra ferito, possiamo perdonarli? Per loro siamo “oltre” le settanta volte sette che Gesù indica come misura del perdono?

Me lo sono chiesto anche io nel pieno dello stupore e dolore per un fatto così incredibilmente violento e disumano, che però non è il primo e nemmeno ultimo. E ognuno di noi potrebbe fare un elenco lunghissimo di episodi che mettono davvero a dura prova l’insegnamento di Gesù sul perdono.

“Se il mio fratello commette colpe contro di me, …” dice Pietro. Già con queste parole il Vangelo ci indica che stiamo parlando di una relazione di fratellanza che viene rotta da qualcosa di violento che tende a distruggere i legami. Poco sopra anche Gesù aveva parlato di “fratello” da ammonire in caso di colpa e nel caso avesse ascoltato quel fratello sarebbe stato riguadagnato, altrimenti sarebbe da considerarsi come “pagano e pubblicano”. Ma anche i pagani e i pubblicani nel Vangelo sono amati da Dio e anche dallo stesso Gesù nella sua vicenda umana.

Il perdono non è quindi solo una “pietra messa sopra” che dimentica il torto ricevuto e la frattura d’amore creata, ma è un processo, a volte lungo e faticoso, di ritorno all’armonia, alla fratellanza perduta, alla ricostruzione della comunità che il male tende a distruggere e disgregare.

Gesù crede nel perdono anche impossibile, come vuole dire nella sua parabola, perché Dio perdona sempre, Dio è perdono. La parabola ci racconta di un perdono incredibile che un uomo riceve da un padrone misericordioso. Gli viene perdonato un debito esagerato, ma il dramma è che il perdonato non riesce a fare lo stesso con un suo simile, un servo come lui che gli deve una piccola cifra in confronto alla sua. È questa ingratitudine cieca che a sua volta “blocca” il perdono ricevuto e così l’uomo rimane immerso nel suo male.

Perdonare non è fare finta di niente e dimenticare. Perdonare è credere che il male non può avere l’ultima parola nemmeno nella persona che commette il peccato più grave e orribile. Questo non significa non fare giustizia e che chi sbaglia possa pagare il suo errore, ma non posso far della vendetta l’unica risposta al male. Non posso far si che il torto ricevuto uccida la mia fede nel bene e nell’amore. Non voglio che chi commette una colpa contro di me spenga la mia speranza per il bene.

Etty Hillesum, giovane donna olandese ebrea vittima dell’Olocausto a Auschwitz, scriveva così “Odiare non è nel mio carattere. Se, in questo periodo, io arrivassi veramente a odiare, sarei ferita nella mia anima e dovrei cercare di guarire il più presto possibile”. Sta parlando dei Tedeschi che sotto il nazismo stavano perseguitando gli ebrei e altre minoranze. È l’odio, che Etty chiama “malattia dell’anima” il vero nemico che non possiamo far vincere. Il saper perdonare ci aiuta a cercare giustizia ma nello stesso tempo credere e costruire un mondo di relazioni dove vince l’amore.

Gesù voleva dire questo ai suoi discepoli quando li invita a perdonare sempre: non far si che il torto ricevuto faccia morire d’odio il proprio cuore.


Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)