Luigino Bruni – Commento al Vangelo di domenica 1 Novembre 2021

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Le beatitudini non sono virtù, non sono un discorso etico sulle azioni umane. Sono invece il riconoscimento che nel mondo “esistono già” i poveri, i miti, i puri di cuore, chi piange, i perseguitati per la giustizia, i misericordiosi. E poi chiamarli beati, “felici”. Le beatitudini sono soprattutto una ri-velazione, un togliere il velo per vedere una realtà più profonda e vera di quella che ci appare.

Il Vangelo non ci presenta un’etica delle virtù (questa c’era già), ma ci dona e ci rivela l’umanesimo delle beatitudini, che non c’è ancora, e quindi può sempre arrivare, ogni giorno. Se capissimo e vivessimo la logica delle beatitudini, dovremmo andare per le strade, nelle piazze, nelle imprese, nei campi di accoglienza, guardarci attorno e ripetere con e come Gesù di Nazaret: «Beati, beati…». Ci sono troppi puri di cuore, perseguitati per la giustizia, poveri, miti, che attendono ancora di sentirsi chiamare beati.

La prima beatitudine è per i poveri, è tutta loro. Sono due millenni che il Discorso della montagna prova a resistere agli attacchi di chi ha cercato e cerca di ridurlo ad altro, di ridicolizzarlo o trasformarlo in inutile esercizio consolatorio. Questa lotta alla semplice radicalità che vale per tutte le beatitudini è particolarmente evidente e forte per la beatitudine dei poveri.

In Matteo ci può confondere quel «poveri di spirito», perché si corre il rischio che quello «spirito» lasci sullo sfondo i «poveri», quelli normali, non solo quelli che vivono il distacco dalle ricchezze. I beati sono “i poveri e basta”. […]

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