don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 25 Dicembre 2021

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Censimenti e cedimenti

“In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento su tutta la terra…”

Siamo figli di un decreto. In greco, nel vangelo, la parola è “dogma”, Cristo nasce e muore per decreto umano, dogma di fede il suo passaggio nel mondo. Come figli di padri suicidati per troppo amore viviamo cercando qualcuno che decreti il nostro posto nel mondo, imploriamo attenzione, ci sfiniamo nelle apparenze confuse in appartenenze.

Cristo non oppone apparente resistenza, sia al dogma del nascere sia a quello del morire, sempre per decreto potente e inappellabile. La pagina del Natale è scritta dopo la Passione, ne ricalca le curve, ne accenna il destino, sangue e morte attorno al cadavere di un Dio diventato improvvisamente improponibile e debole. Natale è la genesi della mattanza, nella grotta già il sepolcro, nella mangiatoia la cena ultima di un corpo fatto a pezzi, sempre e solo fuori dalle mura di Gerusalemme.

“E andavano tutti a farsi censire”. Le pagine del Vangelo sono registro eterno di nomi altrimenti destinati all’oblio. Un registro spietato, violento, il profilo dell’uomo sempre pronto a incolpare il Padre, il troppo amore non trova posto, la crocifissione inizia subito, affilati i chiodi per la carneficina, sembrano gli stessi che tengono insieme la culla.

La Buona Notizia è da subito accusa, schierarsi tra i buoni non serve a nulla se non a falsificare le successive interpretazioni, perché noi dovremmo sentirci accoglienti? Perché non ammettere la paura di un amore troppo invadente? Perché non avere almeno il coraggio di chi lo ripudia? Non si cresce forse annientando i padri, facendoli a pezzi? Mangiandoli.

“Ciascuno nella propria città”. Forse si gioca tutto qui, è questione di Regno a cui appartenere. Se il nostro regno è di questo mondo non abbiamo altro da fare che tornare al nostro posto, una città, l’anagrafe della nostra presunta innocenza. Sentirsi di questo mondo non per scelta ma per decreto antico, obbedienti a radici che hanno trovato terreno nel qui e ora. Siamo nati per inerzia d’illusione, forse concepiti per amore ma poi consegnati alla realtà. Cristo sembra obbedire. Trent’anni dopo invece tradirà proprio i suoi compaesani, la sua prima chiesa, loro, che pretendevano di conoscerlo riducendolo alle sole vie del sangue. Il figlio di Giuseppe, il falegname. Cristo tradirà la linea perfetta della genealogia. Produrrà uno scarto. Sposterà Altrove la propria città, parlerà con un padre dei cieli lasciando a Giuseppe di togliere il disturbo in un silenzio sepolcrale.  Sarà l’inizio di una frattura insanabile. Messia dei disadattati non cercherà mai di costruire sistemi di potere alternativi, padre degli scarti sarà tradito dai suoi stessi discepoli. Luce degli emarginati tradirà anche loro, dopo averli guariti o perdonati, consegnandoli a una fede inutile per il tempo presente. Demolitore di ogni censimento porterà divisione sulla terra, fratturerà famiglie, slogherà le chiese, disarticolerà qualsiasi ruolo, gli uni contro gli altri, a decretare l’impossibilità di ogni definitiva appartenenza terrena. La Buona Notizia decreta la distanza, dogma è l’appartenenza ad un Padre che qui si può solo sperare, intravedere, implorare, sbriciolandolo in gesti che sembrano d’amore.

“…alla città di Davide chiamata Betlemme”

Betlemme è un tentativo, Davide un antenato nobile a cui appellarsi. Almeno nel suo essere pastore, credibile solo la sua guerriglia e dignitoso il suo profilo ma solo fino all’ingresso in Gerusalemme. Poi re tristemente obbediente al potere e padre fallimentare, senza capitolazione non esiste salvezza.

Betlemme forse è un avvertimento, questo figlio di Davide rimarrà profetico, ne pagherà il prezzo, impressiona che unico decreto umano sia sempre e solo quello della violenza, praticarla oppure subirla, consegnandosi, annullarla è impossibile. Davide difenderà il regno, Cristo si crocifiggerà al Silenzio.

Maria, sua sposa, che era incinta”

Maria è l’Arca di Genesi, salpa per sopravvivenza, custode di una vita che non replica gli antichi riti, la rottura della genealogia di Adamo chiede il naufragio fuori dalle abitudini. I giorni del parto avvengono nella solitudine, la famiglia è assente, il villaggio è assente, l’unica alleanza possibile è quella con Giuseppe, clandestina, sigillata in segreto da un angelo. Anche Giuseppe ha dovuto scegliere, niente è concesso alla consuetudine, figli di un dramma nato svuotando di senso qualsiasi rituale. Non può essere un caso. Si sopravvive non in comunità ma per comunioni fragili, patti di sangue sigillati da un sogno, se non ci fosse un Padre sarebbe pura follia. Il sistema avrebbe tutelato il carpentiere, Dio no, lo condanna a sé stesso.

Questo è un testo scritto dopo la Passione, Giuseppe è nome antico di fratello venduto, simbolo di una famiglia disgregata, rimando alla violenza maturata tra le mura domestiche, sogni uccisi da una veste regale marchiata a sangue. Si diventa padri riproducendo il destino di morte di Abele. Sarà il nemico comune a riassestare i cocci, i due Giuseppe dovranno la vita all’Egitto.

“Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia”

I gesti sono gli stessi della passione, nascere e morire non hanno altra grammatica, sigillano l’insufficienza umana. Che sia un neonato o un cadavere poco importa, si fascia un mistero, entrambi ci abbandoneranno, incomprensibili nel loro sfuggirci. Maria usa fasce e depone, anche dopo la croce ci saranno fasce e deposizioni, e non basterà mai, non all’inizio, meno ancora alla fine. Scivolerà sempre Altrove il figlio dell’uomo e a noi non resterà che seguirlo oppure inchiodarlo alle nostre paure, fasciarlo alle nostre miserie, deporlo sulla superficie dei nostri deliri.

Ma lui è la vera cometa, rimane poco più che una scia. A noi la scelta, abissale, definitiva: lasciarci sprofondare in Lui e vivere lasciando che il tempo ci scavi, ci azzanni, ci annienti oppure. Oppure crocifiggerci alle nostre certezze dogmatiche, decretare la speranza, dogmatizzare la vita, ordinare la felicità. Crocifiggere l’umano al dovere di essere gioioso.

C’erano in quella regione alcuni pastori”

L’angelo si specchia nel pastore, la luce viene ingabbiata tra le croste e l’incenso lascia il posto al puzzo delle capre. Si incaglia subito la gioia, s’incarna, imputridisce, si affida agli inaffidabili e poi sparisce. Un brano scritto dopo la Passione. Nuovi pastori saranno le donne del sepolcro e credibile sarà il Vangelo ma solo putrefatto sulla lebbra delle carni dei traditori. Tre anni per riportare i pescatori nella grotta, nel cratere, nel sepolcro che ognuno si porta dentro, tre anni per sprofondare dentro, loro che in ogni modo provavano a negare discesa negli inferi dell’uomo, rifiutavano di riconoscersi complici del male. Come facciamo noi.

I pastori invece erano già pronti, ripudiati dalla vita, o forse quei pastori erano solo immagine dei discepoli, proiezione di ciò che avvenne dopo il Calvario. L’angelo si specchia nelle pupille del peccato e poi scompare, si insinua nelle ferite del tradimento e poi abbandona, la cometa cerca le grotte più oscure dei nostri peccati e poi ci lascia.

Per risorgere bisogna lasciarsi trascinare negli abissi che ci abitano. Senza incarnazione non resta che lasciarsi censire all’anagrafe dei buoni sentimenti.


AUTORE: don Alessandro DehòSITO WEB Leggi altri commenti al Vangelo della domenica

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