Commento alle letture di mercoledì 8 Dicembre 2021 – Carlo Miglietta

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LA VOCAZIONE DI MARIA (Lc 1,26-38)

Il dittico delle annunciazioni

Sia l’annunciazione a Zaccaria (1,5-25) che quella a Maria (1,26-38) sono descritte secondo il genere letterario biblico degli “annunci di nascita”, con cui viene  precomunicato ai genitori il concepimento di Ismaele (Gen 16,11-16), di Isacco (Gen 17,4.15-22;21,1-3) e di Sansone (Gdc 13,2-24). Lo schema è:

  1. a) un angelo annuncia la nascita e riferisce un vaticinio sul nascituro;
  2. b) turbamento del destinatario;
  3. c) obiezione;
  4. d) promessa di un segno rassicuratore.

L’annuncio a Maria affonda le sue radici anche:

  1. nel modello dei “racconti di vocazione”, come quello di Mosè (Es 3,7-14;4,1-17), di Gedeone (Gdc 6,11-23), Isaia (Is 6), Geremia (Ger 1), secondo lo schema:
  2. a) apparizione;
  3. b) timore;
  4. c) messaggi divino;
  5. d) obiezione;
  6. e) segno e nome
  7. negli annunci profetici di salvezza a Israele: in tal modo Luca fa di Maria la personificazione del popolo eletto. Maria,con il suo “sì”, è l’Israele obbediente (Es 24,3.7);
  8. nei racconti della creazione e del peccato della Genesi: Maria è la nuova Eva che si contrappone alla disobbedienza antica (Gen 3): con Gesù inizierà una nuova creazione, riconciliata con Dio;
  9. nel modello apocalittico di Daniele 8-10: la somma dei dati cronologici che scandiscono gli avvenimenti è di 490 giorni (6 mesi tra l’annunciazione a Zaccaria e quella a Maria (1,26.36), cioè 180 giorni, nove mesi tra l’annunciazione a Maria e la nascita di Gesù, cioè 270 giorni, 40 giorni tra il Natale e la presentazione di Gesù al tempio (Lv 12,3), pari alle 70 settimane di giorni di Dn 9,24 dopo le quali il Messia sarebbe entrato nel Tempio per “espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna”;
  10. nel tema, presente fin dall’Esodo, della nube-Spirito-Presenza di Dio (Es 13,21; 14,20; 16,10; 19,9.16; 34,5…).

Dittico degli annunci:

  1. Gabriele appare a Zaccaria nel tempio (1,11), a Maria in una “città della Galilea” (1,26) “dei pagani” (Mt 4,14), in “casa”(1,28): passaggio dalla religiosità cultuale riservata ad Israele ad una fede interiore, aperta a tutti i pagani.
  2. Maria è l’ultima delle grandi “sterili” della Bibbia: la “teologia della sterilità” ricorda come “dono del Signore sono i figli, sua grazia il frutto del grembo”(Sl 127,3). Lo scrittore sacro sottolinea come le mogli dei tre antenati del popolo eletto, Sara, moglie di Abramo (Gen11,30; 16,1; 18; 21), Rebecca, moglie di Isacco (Gen 25,21) e Rachele, moglie di Giacobbe (Gen 29,31; 30,1-2.22-23), siano sterili, senza un particolare intervento di Dio; e così Anna, madre di Samuele (1 Sam 1,7.10-18; 2,1-6). Qui la sterile Elisabetta diventa madre perchè “è stata esaudita la preghiera” del marito (1,13), Maria per libera iniziativa di Dio.
  3. L’obiezione di Zaccaria esprime dubbio (1,18),e viene punita con il mutismo, quella di Maria è richiesta di illuminazione (1,34), e premiata con la grazia fecondante dello Spirito (1,35).

Dittico dei figli:

  1. L’angelo afferma che Giovanni “sarà grande davanti al Signore” (1,15), quasi in senso relativo (“il più grande tra i nati di donna”: 7,28), mentre di Gesù dice che “sarà grande” (1,32) in senso assoluto, come  si dice di Dio (Is 48,11; Sl 48,2; Ger 10,6).
  2. Giovanni è “pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” (1,15), ma è pur sempre figlio naturale di Zaccaria ed Elisabetta, Gesù è “pieno di Spirito Santo”(4,1) ma frutto dello Spirito Santo nel grembo di Maria (1,35).
  3. Giovanni è “profeta dell’Altissimo” (1,76), Gesù “figlio dell’Altissimo” (1,32).
  4. Giovanni ha la missione di “preparare al Signore un popolo ben disposto” (1,16), a Gesù “Dio darà il trono di Davide suo padre, e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (1,32-33).

L’annuncio a Maria

L’annunciazione coinvolge Maria, la ragazza nazaretana chiamata a un’avventura umana e spirituale unica. A narrare questo evento è Luca (Lc 1,26-38).

Un francescano archeologo, Bellarmino Bagatti, ha trovato una traccia antichissima della devozione delle origini in una casa nazaretana adibita allora a luogo di culto dai giudeo-cristiani: “Nell’intonaco si trovò un’iscrizione in caratteri greci. Essa recava in alto le lettere greche XE e, sotto, MAPIA. È ovvio riferirsi alle parole greche che il Vangelo di Luca mette in bocca all’angelo annunziatore: <<Chàire Maria>>”. Ebbene, attraverso quella comunicazione angelica, segno di una rivelazione trascendente, si delinea nel testo di Luca come un piccolo Credo che offre una perfetta definizione dell’identità di Cristo: “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce, lo chiamerai Gesù. Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo. Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine. Lo Spirito Santo scenderà su di te, la potenza dell’Altissimo stenderà su te la sua ombra; colui che da te nascerà sarà Santo e chiamato Figlio di Dio” (Lc 1,32-33.35). È la stessa proclamazione dell’incarnazione, cioè dell’incontro tra il divino e l’umano in Gesù, che è espressa da Giovanni nella frase essenziale “Il Logos si è fatto carne” (Gv 1,14). È per questo che Maria è allusivamente rappresentata come l’arca dell’alleanza del tempio di Sion su cui si stendeva l’”ombra” della presenza divina ed è interpellata dall’angelo come kecharitomène, cioè come “ricolma di grazia” da parte di Dio. Suo figlio sarà, come dice il poeta tedesco Novalis nei suoi Inni alla notte scritti tra il Natale 1799 e l’Epifania 1800, “frutto infinito di misterioso amplesso”. E il filosofo Johann G. Fichte in una predica pronunziata nella festa dell’annunciazione a Maria, il 25 marzo 1786, esclamava: “Ci sembra poco che fra tutti i milioni di donne della terra soltanto Maria fosse l’unica eletta che doveva partorire l’Uomo-Dio Gesù? Ci sembra poco l’esser madre di Colui che doveva rendere felice l’intero genere umano e grazie al quale l’uomo sarebbe divenuto un’immagine della divinità e l’erede di tutte le sue beatitudini?” (Ravasi).

Analizziamo ora il testo dell’annuncio a Maria.

28: Maria deve “rallegrarsi” (“kàire”) perchè è l’incarnazione dell’Israele antico, che deve esplodere di gioia perchè è giunto il Messia: meglio che l’”Ave” latina è la traduzione “Gaude” dei padri greci. “Maria infatti è salutata da Gabriele con le parole di gioia (1,28) con le quali i profeti Zaccaria (2,14-15;9,9-10), Sofonia (3,14-17) e Gioele (2,21-27) avevano invitato alla a speranza la “figlia di Sion”, cioè il resto di Israele (Is 10,20) che, tornato dall’esilio, avrebbe ricostruito la “casa  di Giacobbe”, della quale Gesù sarà il re (1,33)” (M. Masini). Dio viene “in mezzo a noi”, a rendere fertile la nostra sterilità, a portare la salvezza e l’abbondanza. Facendo obbedienza a Dio, Maria dovrà essere sempre la donna della gioia, del sorriso, dell’allegria, e non delle lacrime o dei pianti!

Maria è la “kecharitòmene”, la “graziata”, resa amabile (non “piena di grazia”, sarebbe stato “plerès charitòs”, come in At 6,8 riferito a Stefano). Maria è fatta bellissima dalla misericordia di Dio. Tante lodi popolari hanno cantato la bellezza di Maria: “Dell’aurora tu sorgi più bella… Bella tu sei qual sole…”; “Immacolata, vergine bella…”; “Mira il tuo popolo, o bella Signora…”: si parla di una  bellezza teologica, non estetica, frutto della divina misericordia.

E’ la favorita per amore, l’Israele scelto per misericordia: “Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio… Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11,1-4). E’ l’eletto reso bello per grazia: “Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia. Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue e ti unsi con olio; ti vestii di ricami, ti calzai di pelle di tasso, ti cinsi il capo di bisso e ti ricoprii di seta; ti adornai di gioielli: ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo: misi al tuo naso un anello, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo. Così fosti adorna d’oro e d’argento; le tue vesti eran di bisso, di seta e ricami; fior di farina e miele e olio furono il tuo cibo; diventasti sempre più bella e giungesti fino ad esser regina. La tua fama si diffuse fra le genti per la tua bellezza, che era perfetta, per la gloria che io avevo posta in te, parola del Signore Dio” (Ez 16,8-14). E’ Israele fatto sposo di Dio: “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,21-28; CdC).

Se Eva aveva disobbedito a Dio, Maria le si contrappone con il suo “sì” (Lc 1,38), e con il suo invitare a “fare quello che lui vi dirà” (Gv 2,5), come l’Israele obbediente al Sinai. Al Sinai, infatti, c’è una nuova creazione e Israele, al sesto giorno della Teofania, è fatto manducare dell’albero (il monte Sinai), che produce le Parole sante della Torah, e risponde: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo” (Es 19,8; cfr 24,3.7), nell’obbedienza contrapponendosi al peccato di Eva. E il popolo, che secondo i Rabbini era di minorati fisici, oppresso dalla schiavitù, diventa la sposa bella e senza macchia del Cantico dei Cantici: “Io non t’infliggerò nessuna delle infermità che ho inflitte agli Egiziani, perché io sono il Signore, colui che ti guarisce!” (Es 15,26). E il giudaismo leggerà il Cantico dei Cantici come il poema d’amore dello Sposo-Dio che bacia nel giardino la sua sposa dandogli la Torah sul Sinai: “Mi baci egli con i baci della sua bocca” (Ct 1,2).

Maria è anche la nuova Eva, la prima delle “madri” di Israele, che nella tradizione rabbinica era bellissima. I rabbini, parafrasando Gen 2,22, vedono in Dio il paraninfo che la agghinda di splendore per presentarla ad Adamo. Tale bellezza, perduta con il peccato, è riflessa in Sara la bellissima, in Abisag la Sunamita di Davide (1 Re 1,4), nella madre dei Maccabei, ma soprattutto nell’Israele fedele che nel giardino del Sinai accoglie la Torah. Maria, dirà Giustino (+165 circa), è la nuova Eva, che con il suo “sì” è fatta bellissima. Ai piedi del nuovo albero della vita, la Croce, sarà perciò costituita “madre” dei discepoli (Gv 19,25-27), e potrà, come Eva, esclamare: “Ho acquistato un uomo dal Signore” (Gen 4,1).

Ma è anche figura della Chiesa, che nasce dall’obbedienza, è fatta bella dallo Spirito, diventa sposa di Cristo.

“Il Signore è con te”: è termine proprio dei racconti di vocazione. Maria è modello del credente, chiamato a stare con il Signore. E’ questa Presenza – Shekinah, la colonna di fuoco che illumina di notte e nube che ripara di giorno. E’ questa Presenza ch dà sicurezza al turbamento di Maria (Lc 1,29), che le dà forza per superare la sua obiezione: “Come è possibile?” (Lc 1,34). A nessuno ciò si addice meglio che a Maria, la “chiamata” per eccellenza, il luogo dove il Verbo stesso è diventato Emmanuele, Dio con noi, ha posto la sua tenda in mezzo qa noi (Gv 1,14), ella che sarà coperta dalla sua ombra – nube –  Shekinah.

29: Maria è turbata, riflette, domanda: entra in crisi. La sua è Fede matura che nasce dall’ascolto di una Parola che è segno di contraddizione, che è sempre chiamata a uscire, a convertirsi, all’esodo.

30: L’angelo poi dice a Maria: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio (eùres gàr chàrin parà tò Theò)” (Lc 1,30). Nella Bibbia questa espressione (“trovar grazia presso qualcuno”) indica solitamente l’atteggiamento di un superiore che annuncia una relazione particolarmente favorevole e benevola con un inferiore. La Scrittura dice che hanno trovato grazia presso Dio Noè (Gen 6,8), Abramo (Gen 18,3; 19,9), Mosè (Es 33,12-17; 34,9), il re Davide (At 7,46), il popolo di Israele (Ger 31,2). Maria, la graziata, diventerà madre del Messia.

34: A ciò Maria obietta la sua “virginitas ante partum”. L’idea di un “voto di verginità”, certamente lontana dalla mentalità ebraica, che vedeva nella procreazione l’unico modo di perpetuarsi e di inserirsi nell’attesa messianica (unica eccezione, gli Esseni di Qumram…), si fa strada solo con Origene (185-254) e poi soprattutto con Agostino (354-430). Taluni ne vedono le basi in questo testo, altri no. In ogni caso, bisogna “sottolineare che il testo… invita ad andare oltre alla disputa circa la verginità fisiologica o meno di Maria. La curiosità deve lasciare il posto alla teologia, le questioni marginali al cuore di un annuncio sempre più esplicitato dalla riflessione orante della Chiesa primitiva: da una terra vergine Dio creò Adamo mediante il suo soffio, da una carne incontaminata Dio creò Gesù, il nuovo Adamo, mediante il suo Spirito” (G. Bruni).

Verginità tipo della chiamata a liberarci dalla contaminazione data dal matrimonio con gli idoli. Verginità del cuore a cui tutti, sposati e celibi, sono chiamati e dalla quale, in definitiva, trae senso quella fisica.

Ma anche verginità che sottolinea la straordinarietà del piano di Dio, che dona il Messia al di là di ogni merito o capacità umana. Nella Bibbia c’è tutta una “teologia della sterilità” che ci ricorda che tutti i figli sono sempre dono gratuito di Dio: non è casuale che le mogli dei tre antenati del popolo eletto, Sara moglie di Abramo (Gen 11,30; 16,1; 18; 21), Rebecca moglie di Isacco (Gen 25,21), e Rachele moglie di Giacobbe (Gen 29,31; 30,1-2.22-23), e poi Anna madre di Samuele (1 Sam 1,7.10-18), fino ad Elisabetta madre del Battista (Lc 1,7.24-25) e alla stessa madre di Gesù (Lc 1,34-35) non siano fertili senza un particolare intervento divino.

38: Maria poi è la “schiava di IHWH” (Lc 1,38: non la “serva”), cioè la madre dello Schiavo (“ebed”) di IHWH trafitto per i nostri peccati (Is 53,5): anche a lei una spada trafiggerà l’anima (Lc 2,35). Come diranno i Padri, è “l’Agnella che partorisce l’Agnello” (Lc 2,35).

Maria esprime l’entusiasmo e la gioia per il progetto di Dio. Il verbo greco tradotto con “avvenga” (“gnoito”: “avvenga di me come tu fai detto”) è un ottativo, cioè una forma che esprime un desiderio ed una gioia: Maria non accetta con rassegnazione, ma accoglie con entusiasmo e dice in sostanza: “Sono proprio contenta che avvenga quello che hai detto, non desidero altro!”. Scriveva Paolo VI, propondendo Maria come modello della gioia cristiana: “È necessario che noi, ora, facciamo sentire qualche eco di tale esperienza spirituale, che, secondo la diversità dei carismi delle vocazioni particolari, illumina il mistero della gioia cristiana. Al primo posto ecco la Vergine Maria, piena di grazia, la Madre del Salvatore. Disponibile all’annuncio venuto dall’alto, essa, la serva del Signore, la sposa dello Spirito Santo, la Madre dell’eterno Figlio, fa esplodere la sua gioia dinanzi alla cugina Elisabetta, che ne esalta la fede: «L’anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore… D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata». Essa, meglio di ogni altra creatura, ha compreso che Dio compie azioni meravigliose: santo è il suo Nome, egli mostra la sua misericordia, egli innalza gli umili, egli è fedele alle sue promesse” (Gaudete in Domino, n.4). Ecco il modello del credente e del discepolo.

Carlo Miglietta


Il commento alle letture di mercoledì 8 dicembre 2021 a cura di Carlo Miglietta, biblista; il suo sito è “Buona Bibbia a tutti“.

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