Il “panico” tra i cardinali per il Giubileo “scandaloso” di Papa Francesco

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L’Anno giubilare della Misericordia è terminato, ma non sembra aver minimamente scalfito le posizioni di quella parte di gerarchia ecclesiastica cresciuta e radicata nella convinzione che esistevano valori non negoziabili, che bisognava adoperare la tolleranza zero, capace di dire sempre e solo no, anche se questo era causa di sofferenza per tante persone.

Gesù, con profonda ironia, chiedeva ai pii farisei, ai sommi sacerdoti e agli scribi, tutti grandi esperti delle Sacre scritture, “Non avete mai letto…?” (Mt 12,3; 21,16). Leggevano sì, ma non capivano, avevano occhi ma non vedevano (Mc 8,18), perché la Scrittura si comprende solo se letta con lo Spirito che l’ha ispirata: l’amore incondizionato del Creatore per le sue creature. La stessa domanda bisognerebbe porla a quelle reverende eminenze che si scandalizzano dell’attuazione del messaggio di Gesù. Hanno mai letto il vangelo, dove il Signore invita a “perdonare settanta volte sette?” (Mt 18,22), numeri che non indicano la quantità, ma la qualità del perdono che deve essere come quello di Dio.

Finché la buona notizia era confinata nella dottrina e nel catechismo, andava tutto bene, ma quando il vangelo diventa vita e prende forma concreta nell’esistenza dei credenti, i tenaci difensori della “tolleranza zero”, si allarmano e starnazzano. Questa gerarchia ecclesiastica, sorda al monito di Gesù “tra voi non sia così” (Mt 20,26), si è costituita in una struttura di potere sempre in difesa di se stessa, ferma nel difendere i propri privilegi, ma esitante nell’accogliere forme nuove di vivere il vangelo. Sospettosa verso tutto quello che in qualche maniera può mettere in discussione la dottrina, la tradizione, il passato, e ostile a qualunque cambiamento. Questa casta mummificata nei suoi riti, anacronista nei suoi tanto suntuosi quanto ridicoli paludamenti, non sa come rispondere alle necessità dell’uomo, riproponendo vecchie risposte ai nuovi bisogni, riesumando ammuffite affermazioni dottrinali che sanno di naftalina e non certo del profumo della vita. Arroccati nella loro intransigenza, questi ecclesiastici si sentono minacciati da quello che invece dovrebbe essere l’unico tratto distintivo che li rende riconoscibile come uomini di Dio: l’amore compassionevole (“Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”, Lc 6,35).

Il panico che si è impadronito di molti ecclesiastici è simile a quello che colse i capi religiosi del tempo di fronte alla novità Gesù di Nazaret: “Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui!” (Gv 11,48). E se la gente crede in Gesù, è la fine dell’istituzione religiosa che pretendeva essere l’unica rappresentante di Dio, la depositaria della sua immutabile volontà. “Dio è Amore” (1 Gv 4,8), e l’amore quando è rinchiuso in una dottrina diventa sterile e inefficace. L’amore può essere trasmesso solo mediante opere concrete che comunicano, alimentano, arricchiscono la vita dell’uomo, ed è l’unico tratto distintivo che rende riconoscibile i seguaci di Gesù: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Non la dottrina, il culto, la devozione, ma l’amore.

“Tra voi non sia così…” (Mt 20,26), il monito sempre attuale di Gesù pertanto non può più essere disatteso, e interpella continuamente la Chiesa, chiedendo di sostituire i rapporti di potere con quelli di amore, quelli di dominio con quelli di servizio, quelli di interesse con quelli di generosità. Quando la Chiesa non è capace di offrire uno sguardo di misericordia che esprima perdono, ma solo l’intransigenza della dottrina, significa che il sale ha perso il sapore e “a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente” (Mt 5,13). Se quelli che pretendono essere i rappresentanti del Cristo non sono capaci di essere autentici testimoni di misericordia, non servono a nulla.

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