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don Lorenzo Milani su La Civiltà Cattolica

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DON LORENZO MILANI: UN PRETE «SCHIERATO» CON IL VANGELO

Sul sito de La Civiltà Cattolica è disponibile in versione integrale l’articolo di p. Vanzan che scrisse su don Lorenzo per il 40° anniversario della morte: un prete “schierato” con il Vangelo.

A 40 anni dalla morte che sopraggiunse a liberarlo dalle terribili sofferenze del tumore (Firenze, 26 giugno 1967), il fascino di don Lorenzo Milani e l’originalità del suo messaggio restano più vivi che mai. Perché gli scritti e le dure battaglie che affrontò scuotono tuttora le coscienze intorpidite, mettendole di fronte alle ingiustizie e alle connivenze o miopie. In breve, la sua ribellione obbediente – peraltro tuttora fonte di opposte valutazioni, come del resto si fa con altri «profeti» di quel tempo – è lì a ricordarci che soltanto dall’interno, anzitutto di noi stessi, è possibile cambiare i meccanismi perversi anche delle istituzioni. Come sacerdote profetico e lungimirante, fu osteggiato per il suo voler rimanere al di sopra delle divisioni politiche e ideologiche che laceravano l’Italia nel secondo dopoguerra, mentre fu altrettanto incompreso come uomo folgorato dall’utopia evangelica, che volle realizzare nella Chiesa schierandosi dalla parte degli ultimi.

Concretamente, don Milani tentò gli esperimenti di avanguardia del regnum Dei prima tra gli operai e i contadini di San Donato, proprio quando, colmata l’ignoranza che li estraniava dal resto della società civile, prendevano coscienza del loro valore di uomini; e poi nella sperduta canonica di Barbiana, in mezzo a un gruppetto di bambini che, divenuti famiglia accogliente in una scuola non discriminata, imparavano un sapere globale, tipico dell’umanesimo integrale cristiano, e preparavano così un futuro migliore: per sé e per la polis. Scriveva infatti: «La scuola siede tra passato e futuro e deve averli presenti entrambi. […] E allora il maestro deve essere per quanto può “profeta”, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi oggi vediamo solo in confuso».

Mistero di una conversione

L. Milani nasce a Firenze il 27 maggio 1923, da una ricca e colta famiglia borghese. Il padre Albano, laureato in chimica, e la mamma, Alice Weiss – di origine ebraica, da giovane era stata a lezione d’inglese da James Joyce – entrambi agnostici, si erano sposati nel 1919 soltanto col rito civile, e non battezzarono i figli – Lorenzo, Elena e Adriano – fino al 1933, quando, con l’inizio della persecuzione razziale in Germania, decisero di celebrare in chiesa sia il battesimo di tutta la famiglia sia le nozze. Nel 1930, a causa della crisi economica, si trasferirono a Milano, dove Lorenzo poi si iscrisse al Berchet, mostrando subito un’indipendenza e audacia fuori dal comune. «Era diverso da tutti noi: spregiudicato, bastiancontrario. Si comportava come scriveva: senza curarsi della punteggiatura», racconta uno dei compagni, e a 18 anni, contro il parere dei genitori, non si iscrisse all’Università, ma frequentò l’Accademia delle Belle Arti di Brera: una scelta – influenzata dal pittore fiorentino Hans Joachim Staude, conosciuto nell’estate del 1941 – rivelatasi decisiva per la sua futura vocazione, esattamente come i mesi passati un anno dopo nella tenuta di famiglia a Gigliola, fuori Firenze. Proprio qui infatti, nella cappellina sconsacrata, trovò un vecchio messale che lesse d’un fiato, scrivendo poi all’amico Oreste del Buono: «Ho letto la Messa. Ma sai che è più interessante di Sei personaggi in cerca d’autore?».

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