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Ti aspetto da Ilaria

Ilaria

Un suono elettronico. Smette e riprende, insistentemente. Ma cos’è? Sono di nuovo in terapia intensiva?
Eppure non c’è niente attorno a me. Ancora il suono.
Hanno cambiato qualcosa in ospedale? Non capisco, sono confusa… Gli oggetti intorno a me si deformano e svaniscono piano piano, però sento sempre questo suono elettronico. Che strano, somiglia a un telefono che squilla.
«Ilaria, è il telefono. Che devo fare?». La voce di mia madre mi arriva chiara e distinta, e finalmente apro gli occhi. Sono a casa mia, nel mio letto, l’ospedale solo un sogno e quel suono che sentivo era davvero il cellulare che squillava. Chi può essere? Di solito non sono in tanti a cercarmi.
« Pronto? »
«Ilaria, sono Maria Luisa, volevo avvertirti che sono un po’ in ritardo. Scusami! Dieci minuti e sono da te».
«Tranquilla, tanto io non mi muovo! »

« Che c’entra? Magari hai altro da fare… »
finiamo la conversazione, chiudo il telefono e rifletto sulle parole di Maria Luisa: lei non pensa che solo perché non riesco a camminare 10 non possa avere una mia vita, con degli impegni; e questo mi fa sentire una persona che ha ancora una sua dignità.

I dieci minuti passano, ho giusto il tempo di mettermi a sedere sulla sedia a rotelle e accendermi una
sigaretta. Mentre aspetto guardo la mia immagine riflessa nel vetro della finestra: da quando sono dimagrita sembro ancora più alta del mio metro e ottantadue e la sedia a rotelle risulta piccola. Mi sento decisamente buffa! Sorridendo di me stessa, mi aggiusto i capelli: devo ammettere che gli chatouche rossi sui miei capelli biondi stanno proprio bene. Per una volta sono contenta di me. Chiamo mia madre per aiutarmi a indossare le scarpe e proprio allora Maria Luisa arriva ed entra
affannata nella mia stanza.
« Scusami, per quanto mi impegni non riesco mai a essere puntuale. Sono incredibile… », dice mettendosi a sedere accanto a me.
« Stai tranquilla, anche io ho riposato più di quello che pensavo. Se fossi venuta prima mi avresti trovata addormentata».

«Lo dici solo per farmi sentire meno in colpa! », esclama lei sorridendo.
Cerco di metterla a suo agio, istintivamente provo a nascondere il filo della flebo e le medicazioni che ho sul braccio. Poi noto che lei ha attenzione solo per me, guarda tutto quello che mi mette in imbarazzo e non mi sento più rassicurata.
« Ilaria vanno bene queste?», interviene mia madre portandomi un paio di scarpe.
«Ma non quelle bianche, mamma, ho la tuta blu, quindi ci vanno le scarpe blu.

« E mamma mia quanto sei pignola, figlia mia! Anche bianche stanno bene finge di disperarsi mia madre.
«Mamma, 10 sai che non mi piacciono. Prendi quelle blu, per favore Mi piace vestirmi coordinata, anche quando metto una tuta. « Scusami, ma a queste cose ci tengo », dico rivolgendomi a Maria Luisa.
«E perché ti scusi? Fai solo bene! Anche io sono così».
«Dawero? Allora mi capisci, che bello! »
« Eccome! »
Mia madre mi aiuta a indossare le scarpe e poi ci lascia sole.
« Se penso a com’ero fissata da ragazzina… »

« Vabbè dai, da adolescenti siamo tutte così «Sì, ma io ero quasi maniacale! Pensa che quando andavo in motorino mettevo solo abiti e accessori coordinati con il casco! »
« Tu guidavi il motorino? »
«Sì, certo, come no!»
«Ma dai! Racconta un po’. »
La guardo con esitazione. È passato tanto tempo da allora e ho quasi dimenticato quel periodo della mia vita. Ma poi mi lascio andare e ripenso a me sedicenne, davanti alla concessionaria insieme a mio padre.
«Ilaria mi raccomando… continuava a ripetermi lui. Non so più quanto abbia insistito per convincerlo a comprarmi un motorino e finalmente c’ero riuscita!
Era tutto blu, il mio colore preferito, e sembrava stesse aspettando solo me.
«Ma sì, pà, certo che starò attenta, stai tranquillo lo cercavo di sembrare rassicurante, ma già mi vedevo a sfrecciare sulle strade.
«Vabbè, tieni allora». Finalmente mio padre mi diede le chiavi e in un lampo io salii sul mio motori
no, nuovo fiammante, infilai la chiave e partii come un razzo.

« Ci vediamo a casa! urlai mentre mi allontanavo.»

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