Simone Cristicchi – Abbi cura di me – Presentazione del libro a Romena

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Raramente un protagonista delle scene e chi ne narra la vicenda trovano un’intesa creativa e profonda come è capitato nella stesura di questo libro a Simone Cristicchi e a Massimo Orlandi: quest’ultimo ha raccolto confidenze, interpretato suggestioni e riportato dialoghi, rielaborando e riproponendo a sua volta, con personalissima creatività, la ricchezza di un percorso già originale.

Personaggio che avrebbe potuto adagiarsi su una carriera che la sua genialità artistica gli permetteva in vari ambiti (dal disegno, alla musica, al teatro), il vincitore del Festival di Sanremo 2009 si è rimesso invece continuamente in gioco, sia nella vita che sul palco: spesso a fianco degli ultimi (siano essi i “matti” presso i quali ha anche prestato servizio, siano i minatori che riunisce in un coro costruendo una performance che gira l’Italia con un successo inatteso, siano i profeti incompresi come David Lazzaretti), Cristicchi rimane un uomo inquieto, in ricerca.

Il suo approdo presso la Fraternità di Romena e altre realtà spirituali lo fa riflettere anche sulla questione più intima, e riannoda il suo percorso spirituale di cui la canzone presentata a Sanremo 2019 (che dà il titolo a questo libro) offre una sintesi formidabile. Questo libro racconta, emoziona, dibatte, provoca, e invita i lettori e i fan dell’autore di “Ti regalerò una rosa” a non dare nulla per scontato e a continuare a camminare: poiché «la vita è fragile» e siamo «in equilibrio sulla parola “insieme”». Un cammino umano e spirituale alla ricerca dell’essenziale da condividere nel terribile e meraviglioso quotidiano della vita.

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Testi tratti dal libro di Simone Cristicchi

A SIMONE di don Luigi Verdi

Ti ho guardato, cercando di capire da dove nasca quell’energia sovrabbondante che scuote il tuo cuore e che ha la freschezza di una sorgente nascosta.

Tanti artisti hanno questa energia, ma è un’energia che li fa gonfiare.

A te, invece, apre le ali e ti fa volare.

Simone, tu sei un fratello di ferite trasformate in benedizioni, un amico che sa alleggerire il cammino e accarezzare le ali.

Sei un bambino coraggioso capace di guardare sempre un metro oltre l’orizzonte, di fare quel piccolo passo nel buio che distingue chi ha paura da chi ha il coraggio di vivere.

Sei un mendicante di luce con occhi attenti a tutti coloro che pochi altri riescono a vedere: i matti come Antonio, i minatori, gli anziani, i profeti nascosti come David Lazzaretti.

Simone, quando canti, sembra che il passato si volga verso di te e il futuro si apra. Come se tu abbandonassi la voce alla polvere del cammino.

Canti per chi non ha voce, per chi non sogna più, per chi cerca briciole di felicità con occhi bagnati e terribilmente aperti.

Canti a piena gola non per distinguerti dalla gente, ma per unirla.

Sono grato alla vita per averti incontrato. Alla vita che ogni volta ci conferma che non è mai troppo il sacrificio per la libertà quando ne hai fame, e per l’amore quando ne hai sete.

E sono grato a questo libro nel quale in tanti potranno incontrarti e vedere “un vuoto immenso crescere e un arcobaleno esplodere”.

INTRODUZIONE di Massimo Orlandi

Come si fa a stringere in un pugno di pagine la storia di un uomo? Me lo chiedo più volte, mentre rincorro Simone senza raggiungerlo mai.

Simone è sempre un passo oltre, lo spinge una curiosità incessante, lo muove una creatività senza posa.

Mi rendo conto che l’unica cosa che posso fare per stare al suo passo è creare un’atmosfera dentro la quale possa ritrovarlo tutte le volte che mi sfugge.

La prima volta che l’ho incontrato per iniziare a lavorare su questo libro, abbiamo giocato a pallone nel prato di un monastero. Io, lui e suo figlio Tommaso. Passaggi, cross, colpi di testa. L’atmosfera abbiamo cominciato a costruirla così. Poi ci siamo visti molte volte nei luoghi più diversi: su un lungomare, in un eremo, in un camerino, in uno dei mille alberghi che frequenta nei suoi tour. Una sera Simone mi ha presentato il suo vastissimo repertorio di barzellette. È stata forse una delle situazioni che, quanto ad atmosfera, mi ha aiutato di più.

È un grande artista Simone. Un artista completo. La sua passione e il suo talento lo hanno condotto a esplorare ambiti molto diversi tra la canzone, la scrittura e il teatro, e a toccare tutti i tasti di quel meraviglioso pianoforte umano che sono le nostre emozioni.

Eppure, per quanto i suoi lavori esprimano bene la sua creatività, non sono sufficienti, neanche loro, neanche tutti insieme, a viaggiare sul suo passo.

Di solito, per chi fa spettacolo, conta ciò che avviene sul palcoscenico. Ci sono altri aspetti, esterni ai riflettori, che diventano invece rilevanti per capire e conoscere Simone. Sono la sua ricerca di un senso per gli eventi della vita che gli sono capitati, sono il suo bisogno di esplorare le grandi domande sull’esistere.

Questa dimensione interiore è dentro l’altra, connessa insieme, un tutt’uno. E Simone mi ha dato il privilegio di esplorarla e di raccontarla.

Un’atmosfera calda, vicina, amica, e dentro quell’atmosfera la disponibilità a mettere in gioco la sua intimità: questo mi ha offerto Simone. Non l’ho raggiunto. Non si raggiunge mai un essere umano. È sempre oltre l’immagine che ci facciamo di lui. Però ho sentito che potevo respirare un po’ della sua vita.

In ogni capitolo esordisco raccontando un episodio vero della sua storia in prima persona. Lo racconto non con le sue parole, ma immedesimandomi in lui, immaginandomi di essere lui. Mi piacerebbe che chiunque, leggendo, potesse fare lo stesso, e cioè provare ad appoggiare i piedi sulle orme di questa storia, indossando la vita di Simone in prima persona.

“Ogni essere umano è un messaggio irripetibile che Dio manda al mondo” diceva un grande mistico, padre Giovanni Vannucci. Non ci è dato di conoscere per intero quel messaggio irripetibile. Ma magari, avvicinandosi di più agli altri, possiamo conoscere un po’ meglio anche il messaggio che abbiamo dentro di noi.

In questi tempi di relazioni umane povere, di fatica a stabilire rapporti veri, nella solitudine esistenziale che molte volte proviamo, la parola di un artista è un dono di bellezza, è una cura per l’anima. È una rosa che ci possiamo regalare.

Capitolo 1

FERITE E FERITOIE

Attraversa il tuo dolore, arrivaci fino in fondo

Anche se sarà pesante come sollevare il mondo

E ti accorgerai che il tunnel è soltanto un ponte

E ti basta solo un passo per andare oltre…

(da Abbi cura di me)

Fu un giorno sospeso, quello in cui accadde. I giorni sospesi sono quelli in cui il tempo d’improvviso si ferma, e lascia che l’aria si gonfi di attesa.

Sono quelli in cui intuisci che è successo qualcosa, qualcosa di grave, perché tutti recitano, con visi tirati, un copione di normalità.

Quel giorno mamma rientrò a casa da sola, in silenzio, facendo finta di avere mille cose da fare, per evitare qualunque mia domanda.

Mia cugina venne a trovarci poco dopo col suo ragazzo, a sorpresa, indossando un sorriso forzato.

Strana lei, poco plausibili loro. Perplesso io.

“Andiamo al luna park” mi dissero. Era un premio immotivato, una vacanza imprevista.

Mi lasciai afferrare senza entusiasmo dalla corrente, restando, col cuore, dov’ero.

Era un giorno grigio e fermo, così lo ricordo, neppure le giostre seppero animarlo.

I giorni sospesi sono così. Si affacciano muti su ciò che non vogliono sapere, attendono senza sperare. Di solito tramontano in un sonno agitato.

Fu così quel giorno. Il giorno in cui morì mio padre.

***

A 12 anni si è troppo piccoli per saper gestire una notizia così pesante, ma abbastanza grandi per rendersi conto della sua portata. È un momento terribile per subire un affondo così grave.

Eppure Simone Cristicchi nasce proprio quel giorno. La sua vita di uomo e di artista prende forma dentro quel dolore immenso e muto.

Non c’è un prima. Ciò che è accaduto ha un effetto retroattivo. Quella ferita aperta si insinua nei rivoli della sua infanzia, la asciuga di senso, la trasforma in uno sfondo quasi impalpabile.

Aprendo le pagine dei suoi ricordi, anche Simone non ci si sofferma.

“La mia – racconta – è stata un’infanzia assolutamente normale, in una famiglia unita, in cui è sempre stato naturale volersi bene”.

Poche parole per disegnare un mondo realmente esistito, ma troppo presto sfumato.

Possiamo solo immaginarlo, quel bambino, nei giorni della sua infanzia; immaginarlo mentre esce dalla piccola palazzina di via Sorano, a Roma, per dirigersi verso le altalene del parco giochi. Saltella felice e spensierato, qualche volta porta sottobraccio libri e quaderni, più spesso un pallone.

Quarto Miglio, il suo quartiere, è una periferia che sa di paese: c’è la via principale che converge verso la piazza, c’è la chiesa, a fianco l’oratorio.

Roma qui è un concerto di palazzine basse e di negozi che animano un viavai sostenuto ma mai troppo frenetico. Per alzare il volume basta spostarsi verso la Tuscolana, dove la città esplode in una caotica sinfonia di vita, di rumori e di smog; per abbassarlo è sufficiente puntare verso il parco dell’Appia antica, dove ruderi antichi e alberi secolari si fanno da contrappunto nella ricerca del silenzio.

In quel microcosmo prendono vita le esperienze di un bambino che non ha tratti speciali se non la sua tendenza a star da sé, un po’ per timidezza, un po’ perché, da una posizione defilata, si osserva meglio, si immagina di più.

Il mondo creativo che in lui si prepara ha la forma di una spugna che assorbe tutto e che, per ora, rilascia solo poche gocce.

A scuola Simone vivacchia in tutte le materie, spicca in italiano e mostra un talento fuori dal comune nel disegno. La maestra Marina è la prima ad accorgersi delle potenzialità di quel bambino e a capire che non vanno imbrigliate, ma solo lasciate respirare.

“Sin da piccolo – ricorda Simone – avevo una postura stranissima per disegnare: impugnavo la matita non con due, ma con tutte le dita. Era una modalità tutta mia, nata chissà come. La maestra non mi corresse, non mi impose di uniformarmi agli altri, lasciò che continuassi a disegnare alla mia maniera, con uno stile che, poi, non ho più cambiato”.

Creare terreno fertile al talento e possibilmente sostenerlo, senza incanalarlo, senza sottoporlo alla pressione delle consuetudini: è l’eredità della maestra Marina, la sua prima talent scout. Nessun indizio di un cammino artistico, però, al massimo una timida avvisaglia.

Simone si gioca questi doni in maniera naturale e in fondo inconsapevole, sapendo che valgono un bel voto o l’incarico di un cartellone colorato per la scuola o l’oratorio.

Sotto le pieghe di quell’infanzia altro non c’è che quello che ci dovrebbe essere: i giochi, gli amici, la famiglia, soprattutto. Una famiglia, la sua, che non ha motivo né bisogno di farsi notare.

Mamma Luciana e papà Stefano si vogliono bene, e questo basta per raccontarli.

Entrambi lavorano come impiegati in segreterie scolastiche. Gli stipendi che entrano sono sufficienti a garantire ciò che serve per vivere, senza eccessi, i tempi di lavoro sono quelli giusti per accompagnare la crescita dei tre bambini di casa: Simone1 è il secondo, lo precede Daniele, lo segue Desirèe.

Si può crescere anche senza pensarci. A quell’età non ci si dovrebbe pensare. La felicità è una compagna di giochi invisibile, il cuscino su cui ci si può beatamente appoggiare.

Sullo sfondo di quella vita lineare e armoniosa, comincia però ad aprirsi una crepa, sottile ma profonda. Più che vederla, è possibile sentirla: è la voce di papà, sempre più rauca e bassa, resa innaturale da quel buco alla gola coperto da quella piccola, strana, macchinetta che porta sul collo, sotto un fazzoletto bianco.

Di mezzo c’è stato un intervento, “asportazione di polipi”, così Simone ha sentito dire. A lui quel sussurro artificiale non piace, è il suono dell’inquietudine, una musica mai sentita in quella casa.

Col tempo la crepa si allarga: il disagio di Stefano aumenta, i viaggi in ospedale si succedono, sempre più frequenti.

La vita quotidiana si impregna di una tensione che non si libera mai, una nota di disagio entra stabilmente in

casa e si prende di forza il suo posto, come un ospite indesiderato.

L’ultimo ricovero di Stefano è un vero supplizio per Simone. Il bambino tiene addosso il peso di un saluto mancato, di un rimbrotto non addolcito.

Alla vigilia di quel ricovero Simone stava suonando in camera sua la pianola Casio ricevuta per Natale. La suonava libero e felice, era il regalo sognato, il dono più importante che avesse mai ricevuto.

Ma quel giorno papà Stefano combatteva col dolore e il silenzio gli era più alleato di quel suono festoso. Era anche un po’ nervoso, si era agitato, insomma lo aveva sgridato.

Simone si era fatto zitto, mestamente. Prima che potesse affacciarsi di nuovo in camera, c’era stata la partenza, improvvisa, del padre, verso l’ospedale.

Non c’era stato spazio nemmeno per un ‘ciao’, per un sorriso giocoso che sarebbe bastato a cacciar via l’odore acre di quella sgridata.

“Quando torna papà?” reclamerà insistentemente Simone.

Ma quella domanda rimarrà sospesa come quel giorno, ormai imminente. Il giorno del luna park.

“Pochi giorni dopo l’ho sognato. Eravamo al suo funerale. L’ho visto passare con il suo sguardo sornione tra i banchi della chiesa e poi fermarsi vicino a me. ‘Hai visto?’, mi ha sussurrato in un orecchio, ‘ci sono cascati tutti!’”.

Non se n’era andato. Era ancora lì, con la sua voglia di scherzare, con il suo sorriso complice. Quello era papà. E giocava ancora con lui.

Non si può vivere in un sogno. Ma crederci un po’ fa bene, restituisce a Simone il calore di quella presenza. Soprattutto gli offre uno spazio nel quale la realtà smette di fargli male.

“Il ricordo più vivo che ho di lui riguarda le nostre vacanze estive a Segni, nella campagna romana. In quel piccolo paese papà sentiva di potermi dare piena autonomia, lasciando che mi muovessi da solo. E io giocavo e scorrazzavo in bicicletta tutto il giorno. Mi piaceva da morire quel suo dono di fiducia che mi consentiva una libertà impensabile a quell’età”.

La libertà, i giochi, gli scherzi, gli odori di casa, la tv insieme, le partite della Roma, semplicemente l’esserci. A 12 anni Simone vede tutto questo come l’impronta di un’assenza. Come il sigillo di un vuoto che si prende tutto.

Quel terremoto ha ribaltato la sua vita. Simone si muove tra quelle rovine e non riconosce più nulla. Il mondo non è più casa sua.

Quel bambino un poco introverso, ora si chiude rigidamente in sé stesso. Vietato avvicinarsi.

A scuola Simone non sopporta nemmeno una mano sulla spalla. Non vuole contatti, perché in ogni sguardo legge solo compassione. “Non sopportavo di essere visto come il bambino che aveva perso il papà. Volevo essere come tutti gli altri. Trovavo insopportabili tutte le attenzioni che ricevevo”.

All’oratorio, se possibile, la rabbia cresce ancora di più. Dov’è il Dio di cui mi parlate sempre? Perché permette tutto questo?

Solo quando torna a casa, dentro gli spazi familiari, Simone sente che può liberarsi della sua armatura. Ha imparato ad abitare i sogni, sono un buon riparo. Ha trovato uno sfogo nel disegno. “Mi chiudevo in camera giornate intere e disegnavo in maniera quasi compulsiva. Era la mia via di fuga”.

La rabbia e il dolore non trovano altro posto se non nell’inchiostro che si imprime con forza sul foglio, lasciando scivolare il dolore. Non sono solo storie, in molti casi sono ritratti, caricature, schizzi, sono percorsi di figure simili al gioco dell’oca, in cui casella dopo casella si inanellano i suoi personaggi preferiti, Indiana Jones, Rambo o Rocky Balboa.

Per ore e ore, ogni giorno, Simone mette i sigilli al mondo esterno per vivere in quello che si inventa da solo. È un isolamento creativo che ha un corrispettivo non da poco: mentre disegna Simone si sente meglio. Nel mondo della fantasia tutto quello che avviene è figlio della sua matita: non può accadere nulla di negativo, se lui non vuole. Quel mondo inventato è la sua zona franca. È la sua personale terapia. È la sua salvezza.

In un piccolo testo scritto molto tempo dopo, Simone racconterà a sé stesso quel periodo. Lo farà con il linguaggio delle favole, quasi per rassicurare il bambino di allora. Nello scritto si parla di lacrime che si formano senza riuscire a scendere, e di cieli grigi, ma anche di quei quaderni bianchi e del miracolo che inizia nel momento in cui lui li riempie di disegni e di colori. Il miracolo di far nascere un posto segreto dove non c’è da aver paura, dove nulla di brutto può succedere. “In quelle pagine – scrive – il mondo della fantasia diventava vero”.

In età matura Simone avrebbe capito che, dentro quella tragedia che aveva segnato indelebilmente la sua infanzia, c’era anche il germoglio di ciò che, da quel momento, sarebbe diventato.

“Amo molto una frase di Gandhi: ‘Il dolore è il nostro maestro e noi siamo i suoi allievi’. La fragilità che nasce da un dolore può diventare la grande forza che ci spinge a trovare la strada per camminare, per crescere. Attraverso il disegno, io ho cominciato a trasformare quel dolore in una energia positiva. La mia ferita è diventata così una feritoia, e le mie lacrime gocce di arcobaleno. Un anno fa ho ritrovato quei vecchi quaderni. Li ho sfogliati come reliquie, forse perché dentro c’era disegnato il percorso della mia guarigione, la strada verso la mia felicità”.

Un dolore può imprigionare, affossare, far franare una vita. Ma può anche contenere un piccolo segno di luce. Il segno di una lampada che, nell’oscurità di una camera, illumina un bambino, curvo sul suo quaderno.

È il primo ritratto di un artista, colto nel momento in cui nasce.

I racconti di nonno Rinaldo

Anni Trenta. Atmosfera di un film in bianco e nero. Al centro della scena c’è un ragazzino povero che prende a morsi un panino.

È a Roma, zona Circo Massimo, tutto solo. Gli passa davanti una grande macchina scura, di quelle utilizzate dalle autorità. Un signore elegantissimo indica all’autista di fermarsi.

Che stai a fa’ regazzino?” gli chiede. “Non lo vedi: me sto a magnà la pagnottella” risponde lui con prontezza.

Fine della scena. Il ragazzino è orfano. Ha perso il babbo e la mamma quando aveva 9 anni.

Il signore della macchina nera è un nobile romano.

L’esito di questo dialogo è imprevedibile: il giorno dopo questo signore offrirà al ragazzino un lavoro, cioè lo libererà dalla sua povertà.

“Non temere Simo’. La vita ti può regalare mille sorprese”. Nonno Rinaldo non pronuncia mai queste parole. Lascia che sia il nipote a giungere a questa conclusione, mentre per l’ennesima volta gli racconta questa storia. Che è una storia di famiglia, che è la storia della sua vita.

“Nonno Rinaldo è stato il mio grande riferimento dopo la morte di mio padre, suo figlio. Ed è stato anche la prima figura di artista che ho conosciuto. Aveva una capacità unica di raccontare. Stavo ad ascoltarlo per ore”.

Nonno Rinaldo non è un vice papà, è sempre e solo il nonno. Un nonno carismatico, pieno di storie. La sua vita è già un bel serbatoio. Cresciuto dalla zia, e con un fratello più piccolo da seguire, ha sempre saputo arginare le difficoltà con la bussola dell’ottimismo.

È riuscito a tirar fuori la pelle anche dall’inferno della campagna di Russia. Ma questo è il solo racconto che non figura mai nel suo repertorio.

L’unica cosa di cui parla è il freddo, quel freddo che da allora non lo ha più abbandonato, tanto da non rinunciare mai, neanche d’estate, al giacchetto sulle spalle e a una coperta sulle gambe.

L’unica cosa su cui scherza è l’incontro con la donna della sua vita, al ritorno dalla guerra: “Dai retta a me – dirà a Simone – tua nonna Selene mi ha fregato perché ero ancora congelato!”.

Nonno Rinaldo, con le sue parole, sa rendere gustosa la realtà. Anche perché ci aggiunge sempre degli ingredienti saporiti, e non saprai mai se c’erano davvero, o se li ha inventati sul momento. Spesso, ed è qui che dà il suo meglio, si inventa storie di paura e di mistero: “La sera dopo cena ci riunivamo intorno a lui, e ci raccontava storie di lupi mannari e fantasmi; storie inventate al momento o sempre le stesse, come quella del ‘fantasma formaggino’, che viveva tra le biciclette del garage, e che di notte veniva a solleticarci i piedi nel sonno per dispetto. Oppure la storia della ‘strega capellona’, un’anziana donna spettinata che abitava qualche isolato più in là, e che amava bollire in un pentolone gatti randagi e bambini maleducati.

Nonno Rinaldo è la vita concreta, che anche quando è faticosa val sempre la pena vivere.

Nonno Rinaldo è la fantasia, un mondo parallelo e stravagante in cui non ci si annoia mai.

Nonno Rinaldo è realtà e immaginazione, spesso mescolate insieme.

Nonno Rinaldo è un faro. Quando Simone sente mordere la ferita dell’assenza, cerca sempre quella luce che lampeggia. Non deve aver paura. La notte, questa lunga notte, prima o poi passerà.

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