Silvano Fausti – Lettera a Voltaire

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L’ultimo libro di p. Fausti, quasi un testamento spirituale.

Lettera a VoltaireQuello che tieni fra le mani è l’ultimo ebook di padre Silvano Fausti.

Una specie di Summa del suo pensiero, nato come reazione alla strage di Parigi del gennaio 2015 – quella di Charlie Hebdo e delle rinnovate polemiche sullo «scontro di civiltà» – e scritto durante i mesi di malattia. È una riflessione sulla libertà e sui fanatismi che nascono dall’ignoranza e dal pregiudizio, e punta diritta al cuore stesso del mistero di Dio, rivelato nello «stile» di Gesù.

Come aveva già fatto nella Lettera a Sila, padre Fausti usa lo strumento della pseudonimia: l’autore di queste «lettere sulla libertà» indirizzate a Voltaire sarebbe un «anonymus» gesuita settecentesco, già insegnante di filosofia del celebre illuminista (che ha davvero studiato in una scuola della Compagnia di Gesù). Nascosto dietro la maschera dell’anonymus, padre Fausti argomenta con passione e azzarda giudizi graffianti, polemici, spesso ben lontani dal politically correct.

Un testo bruciante, che contrappone alle ragioni della Verità e dell’Ideologia la follia della Croce, rivelazione sempre sconcertante del Dio amore.

«Vivere è l’arte di una liberazione continua da ogni schiavitù di intelletto e volontà, da ogni ignoranza e vizio. Ed è gioia di crescere ogni giorno di più in libertà di amare».

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Prefazione

Preludio semiserio
per una tragedia senza fine
 

Ogni tempo e tempio ha liturgie affidabili e folle di credenti. In testa, come i pidocchi, precedono chierichetti fervorosi. Dietro incedono schiere di clero osannanti in festa. E, in cauda venenum, sommi sacerdoti pontificanti.

La classe clericale più vetusta chiama anti-clericale la più recente. Questa è di cuore più ardente: vergine devozione, piena di emozione. La cosa vale per l’altare della divinità ignota. E ancor più per quello della Dea Ragione, di recente stagione. Costoro preferiscono chiamarsi «laici» (= analfabeti o illetterati). Non per modestia, ma per apparenza. In realtà sono «chierici», talora studiosi famosi. Vivono in stretta clausura nelle mura di ideali per niente banali.

Di templi, tempietti ed edicole è costellata particolarmente la televisione. Unica realtà e principio di verità. Le antiche Atene ed Efeso pullulavano di immagini di Minerve e Artemidi meno di noi – bombardati da visioni che ci rendono beati e beotemente devoti dell’unica verità. Normalmente a essa si dedicano i chierici più furbi. Ogni tempio ha la sua sacrestia. Uguale a quella di ogni altro. Sentore di stantio, fumo di cera e puzza d’incenso. Con fuliggine e muffa secolare. Qua e là cianfrusaglie, relitti di tempi naufragati. Sotto i tappeti polvere con rancidume di remoti rancori. E brulicar di spettri in cerca di sfuggire all’oblio. Pronti a balzar fuori più focosi che mai, per fantasiose battaglie d’onore. A servizio di Donna Ideologia, alias Dea Ragione, in opposizione alla divinità ignota. O viceversa.

Data la coincidentia oppositorum, chiamo tutti i credenti, con le lor credenze e armadi arcani, con il solo nome di «(anti)clericali». I partigiani di una parte sono specchio di chi sta dall’altra.

Chiedo scusa di questo preambolo semiserio per capire un fatto che sfocia in tragedia continua senza fine. Il semiserio, imbevuto di (buon) umore, non sempre è umoristico. Non scherza mai. Esperto in tiri mancini, ridendo castigat mores. E non solo in modo opportuno. Spesso manca di discrezione e responsabilità.

Vignette e matite: cose semiserie. E colpi di kalashnikov con bambine imbottite di dinamite dalle loro madri? Abisso di tragedia e rosso di sangue come unico umore. Vignetta è bonario e supponente dileggio. Ma disprezzare l’altro è ucciderlo. Si può perdere la vita, destinata comunque a finire. Ma non l’onore.

Una risibile vignetta! Incredibili, ma prevedibili, le sue conseguenze. Pan per focaccia. La «protovignetta» è brevetto del serpente di Genesi 3. Schizzò con la lingua un padre-padrone. E così schiacciò a morte ogni figlio di Eva.

Che fare se mio padre è geloso della mia vita? Questa l’origine del male. Non dovrebbe esserci. Ma c’è. Per la vignetta di uno strisciante.

… Parigi! Grido. Urlo unanime. Panico generale. Indignazione universale. Le hanno sparato. L’hanno violata, colpita e uccisa. La libertà!

Requiem alla libertà! Non è immortale?

Dio (maiuscolo perché inizio di frase), anche lui è morto. Non cadono gli astri?

C’è libertà vecchia che muore e nuova che nasce? Oppure virgulto anoressico che sfiorisce e ceppo d’antica radice che ributta?

Libertà è liquida e fluida, contraria a stabilità e fissità. È acqua che va qua e là, dove lei sola sa. Forse né qua né là, ma di là.

Per conoscere dove si va, bisogna sapere da dove si viene e dove ci si trova. Nessuno è tanto perso quanto chi non sa dove sta e da dove viene. Futuro è seme gettato prima. Maturerà più o meno in Divina Commedia o in Comédie, pardon Tragédie Humaine.

Folgore a ciel sereno. Sorpresa e costernazione. Parigi e l’Occidente profanati. Stuprata la libertà di stampa, baluardo di civiltà. Giocosi vignettisti uccisi da fanatici islamisti.

* * *

Brutte o belle che siano, non voglio pavoneggiarmi di penne altrui. La lettera che presento non è farina del mio sacco.

Destinatario è Voltaire. Argomento la libertà, «ch’è sì cara» e rara. Autore della lettera è un gesuita francese, professore di retorica e filosofia di Voltaire. Si firma «anonymus». Come visse e quale vuol restare. Professore, ma solo per due anni. Infatti i superiori soddisfecero il suo desiderio di andare tra gli Uroni della «Nuova Francia», ai confini tra l’attuale Canada e gli USA. Vi restò sino al compimento dei suoi giorni. Pieni di avventure e peripezie. Anche se giovane – aveva trent’anni – fu buon professore. Lo si vede dai risultati. François-Marie Arouet, alias Voltaire (1694-1778), fu l’alunno da lui più stimato. A lui invia una lettera via email. L’indirizzo è chiaro: [email protected]

Non mi sorprende il fatto della lettera. Non si parla d’altro! Mi ha invece sorpreso la sua lettura. Una frittata che, girata e rigirata, si rivela più varia e ricca nel fritto che nel dritto.

Niente meraviglia anche per l’email a Voltaire. Oggi internet colma distanze di spazio e tempo. Arriva anche in e dal «paradiso». Luogo abitato da chiunque ama, è ambito di comunicazione e comunione

All’«inferno» invece, luogo di solitudini, arrivò il Signore stesso. Per annunciare il Vangelo ai diavoli affogati nella loro presunzione. Poveri diavoli anche loro!

Ma dov’è l’inferno? Lasciamolo dove l’ha posto Dante. Sotto terra. Ma spurga in superficie. Come lo Stromboli, in continua eruzione. Per incantesimo te lo trovi davanti in qualunque mare ti perdi.

Internet comunque arriva pure al «limbo». Suo luogo è il cranio di quelli che credono alle idee proprie, o, per lo più, altrui. Lì abitano gli intellettuali con i loro fantasmi. Vedremo poi, per esattezza, che ci sono due tipi di limbo: uno per i colti e l’altro per i semplici.

L’autore ha girato a me la lettera a Voltaire per conoscenza. Mi è giunta in quattro rate sul cellulare. Era il gennaio del 2015. Che scocciatura! Per dispetto arrivava di mercoledì, mio giorno libero. Sono aperti i rifugi della Valsassina: parto da Milano prima dell’alba e vago tra i monti. Possibilmente in silenzio. Gli occhi bevono quanto vedono. Ciò che entra, mi abita. Mi sento erba e sasso, monte e valle, aria e bufera, luce e nebbia, terra e cielo, pioggia e sole, pianta e animale. A sera torno a Milano, assemblato e ben accordato.

Chiedo perdono alla montagna se ho ceduto a curiosità. Ho volto l’occhio al cellulare, invece che al luccichio della neve, abbagliata d’azzurro. Il sole basso, con luce radente, gioca su miriadi di variazioni di bianco, secondo ondulazioni di suolo, capricci di vento e cristalli di neve.

La prima parte della lettera mi sorprese tra le nevi della Valbiandino, zona del «Bitto». Ottimo formaggio, che la Francia non ha. Per tacere del «Bagosso» di Bagolino, impareggiabile anche nel prezzo. La Valbiandino è sorvegliata dal Pizzo dei Tre Signori, che si atteggia a maestoso Cervino. La seconda parte mi colse sull’altipiano dell’Artavaggio, sotto il Sodadura, zona straniera. Bergamasca, per precisione. La terza mi importunò sulla salita dall’Alpe di Cova ai Comolli, sotto il muro che monta l’affilata cresta nord del Grignone. La quarta, quella conclusiva, mi scocciò sui Corni, non del diavolo, ma di Canzo (leggi bene). Dalla mia posizione, il Corno Grande copriva, insieme al Pizzo Coca, pure il Diavolo e il Diavolino della Bergamasca. Il diavolo, anche se inesperto in coperchi, sa nascondersi dietro qualsiasi paravento. Il male, travestito di bene, sempre si compie sub specie boni.

Il gesuita, come si vede dalla lettera, è orgoglioso del suo alunno. «Povera e nuda vai, filosofia»! Non sempre i poeti hanno ragione. A Voltaire, filosofo e poligrafo, la sorte sorrise prima e dopo morte. Oggi la sua fama cresce a valanga. A chi dice di conoscerlo, vorrei chiedere il colore della copertina dei suoi libri che ha letto. Così faceva un mio professore a chi citava autori. Da allora nessuno più citava nessuno. Ma oggi, su internet, trovi anche la copertina a colori.

Nella lettera l’antico professore si congratula con l’allievo. Gli scrive nei giorni del terribile fatto di Parigi. Stampa e televisione mondiale parlano di lui come antesignano di libertà. Tutti i Charlie lo ringraziano e magnificano. Da lui l’Occidente eredita la libertà, principio di ogni bene! Finalmente con lui la Dea Ragione trionfa su fanatismo e superstizione. Scrivono i giornali che bisogna abolire le religioni, bubboni di ignoranza e intolleranza. E soprattutto dio – lo scrivo minuscolo perché s’è ristretto per lasciar spazio a tutti, compresi i vignettisti. Lui si sente colpevole di tutto e di tutti, come un padre con i figli. Ed è giusto che sia così.

La lettera del gesuita mostra affetto. Ricorda al discepolo come proprio lui lo educò a libertà. I professori amano ripetere lezioni, ritoccandole e migliorandole. Qui l’anonimo gesuita ridice cose che Voltaire conosce. Che però, stando alla stampa, i lettori di Voltaire, dopo di lui e anche grazie a lui, hanno dimenticato. Un microscopico sole cancella infinità di galassie. Basta una sola fetta di salame sugli occhi per coprire l’intero universo.

Il gesuita Andrea del Pozzo, maestro di prospettiva, sa che il vicino è enorme e piccolo il lontano. L’anonimo professore – dal suo punto asintottico, dove il sole scompare nel «perlato brividìo» – dialoga con l’ex alunno. Dall’alto vede il cammino fatto e quello da fare. Oltre a ribadire la lezione, dice anche ciò che il discepolo, quando filosofeggiava, ancora ignorava. Accadde infatti dopo di lui e grazie a lui. Tanto di cappello! Giusto tributo gli rendono.

Io conosco i gesuiti. Sono gesuita e nipote di gesuita! Il mio confratello di sicuro ha la coda di paglia. Ha insegnato la libertà. Era l’epoca. Necessario e doveroso. Ma non ha spiegato abbastanza discrezione (o discernimento) e responsabilità. Si parla sempre di ciò che manca! Di prudenza allora ce n’era troppa. Chi leggerà, capirà. Oggi non manca la libertà. Siamo però a digiuno di discrezione e responsabilità. In nome della libertà, si fa ogni iniquità. E con impunità. Dall’insultare all’ammazzare. Al di là di ciò che attribuiscono al gesuita Busembau, il fine non giustifica i mezzi. Questi sono della stoffa del fine. Che deve essere tagliata su misura!

La discrezione suppone tempo, luogo e modo di dire la verità. Tempo e luogo segnano l’opportunità o meno. Non spiegare il teorema di Eratostene a chi ha mal di denti o corre a «deporre del ventre il soverchio peso». Il modo suggerisce sfumature più o meno adatte per dire la stessa cosa. Senza la responsabilità del discernimento, che suggerisce tempi, luoghi e modi, la libertà diventa criminalità.

* * *

Perché il mio confratello ha girato la lettera a me? Forse ha letto il mio libro Occasione o tentazione? sul discernimento? Oppure Elogio del nostro tempo, sul compimento del mondo come rappresentazione, che apre orizzonti inediti di libertà. Se prima la libertà era campo della morale, adesso vale pure nei confronti della natura, ambito finora della necessità. Nella nostra epoca la libertà è diventata criterio a se stessa. Dimenticando spesso che ciò che toglie libertà, non è più libertà. Normalmente, come vedremo dalla lettera, si confonde libertà con libero arbitrio. Si giunge così all’arbitrarietà, esatto opposto di libertà.

Mentre scrivo, arriva per posta un plico con copie di un libro. Ora capisco perché quest’email fu girata a me. Il confratello antico aveva letto un libro di mio zio gesuita, Giovanni Fausti, dal titolo Islam e cristianesimo. Scritto verso il 1930, è stato ristampato in questi giorni, in connessione ai fatti di Parigi.