Poveri noi! Don Pietro Sigurani: la rivoluzione della carità

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Un libro-intervista a don Pietro Sigurani (Roma 1936), rettore della basilica romana di Sant’Eustachio, per raccontare il suo impegno verso gli ultimi. Qui, a due passi dal Senato, chi ha bisogno può mangiare, lavarsi, parlare dei propri problemi, seguire i corsi dell’Università degli scartati: opere realizzate solo attraverso donazioni private, senza contributi pubblici.

Il libro nasce a motivo di un biglietto ricevuto da don Pietro il giorno del suo compleanno: “Caro reverendo, la chiesa è la casa del Signore, non dei poveri!”. Parole-segno di un clima d’indifferenza verso gli ultimi a cui l’opera di don Pietro dà una tangibile risposta.

Arricchiscono il libro interventi di nomi noti dello spettacolo, della cultura, dell’informazione, della Chiesa (da p. Alex Zanotelli a Simone Cristicchi, da Liliana Segre a Marco Damilano, solo per citarne alcuni).

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È il 23 gennaio 2019. Come ogni mattina, don Pietro Sigurani, classe 1936, fa il giro della «sua» chiesa, per vedere che sia tutto in ordine. La chiesa è la basilica di Sant’Eustachio, luogo di culto, di storia e di arte, incastonato tra i palazzi del Senato e il Pantheon. Quello è un giorno speciale per lui: il suo ottantatreesimo compleanno. E, infatti, ecco che un bigliettino d’auguri appare sull’altare della basilica. «Oh, che bello. qualche parrocchiano o uno dei ragazzi dei nostri pranzi si è ricordato che oggi compio gli anni! Don Pietro prende il biglietto e rimane incredulo: « Caro reverendo, la chiesa è la casa del Signore, non dei poveri ! ! ! Risponderai davanti a Dio dei sacrilegi/profanazioni compiuti in questa chiesa Il «fattaccio» ottiene subito una certa rilevanza mediatica: ne parlano, per un po’ di giorni, quotidiani, televisioni, radio, social.

Poi, come tutte le notizie, anche questa passa nel dimenticatoio dell’informazione e delle coscienze Da parte mia, un po’ casualmente, leggo quanto accaduto. Don Pietro Sigurani… ah sì, il «prete dell’accoglienza Ne avevo già sentito parlare varie volte. Sapevo, pur se un po’ superficialmente, che aveva trasformato la basilica di Sant ‘Eustachio in una mensa dei poveri. Ma non molto di più. Leggo la notizia. Quale imbecille — penso —, quale ignorante può aver scritto parole del genere? È talmente paradossale il concetto espresso in quel biglietto, che fatico a immaginare chi possa esserne l’autore. Finisco di leggere l’articolo. Ne cerco altri che parlano della Stessa vicenda. E passo cosi una buona mezz’ora. Devo ammettere che l’anonimo cristiano — immagino lo sia, o ci si senta, e non poco, visto il fervore! — è stato veramente bravo, tant’è che le sue parole mi sono rimaste impresse. Una sorta di mantra negativo: «La Chiesa è la casa del Signore, non dei poveri… , La chiesa è la casa del Signore, non dei poveri… , La chiesa è la casa del Signore, non dei poveri… Alla fine di quella mezz’ora di letture e nervose riflessioni, la rabbia verso l’anonimo autore del minaccioso biglietto si è tramutata pian piano in un ‘inaspettata gratitudine. Il «fattaccio» mi ha infatti dato, nell’ordine: la possibilità di conoscere meglio don Pietro Sigurani e la sua straordinaria opera; la conferma che molti nemici dei cristiani sono, spesso, i cristiani stessi; la convinzione che non si parla mai abbastanza di sostegno e accoglienza; e, quindi, il desiderio di scrivere un libro per raccontare la storia di don Pietro. Conoscere don Pietro è conoscere il lato bello dell ‘umanità: quell’accoglienza che si presenta con un sorriso e si trasforma in sostegno, in condivisione, in comunione («La chiesa è la casa del Signore e non dei poveri»?).

Il suo «sacrilegio» è stato quello di aver interpretato in questo senso la scelta di vita sacerdotale. Credo che non si possa essere cristiani se non si è umani: e don Pietro è uno dei più umani tra i cristiani che conosco. Forse è questo che dà fastidio, che lo rende — per usare un’espressione un po’ abusata — un «prete scomodo». Scomodo non tanto per chi è lontano dalla Chiesa, ma per chi della Chiesa si sente parte. Tutto questo sembrerebbe strano in un tempo in cui al vertice Stesso di Santa Romana Chiesa c’è papa Francesco. Un papa che insiste quasi quotidianamente sulla necessitì, per il cristiano che voglia ritenersi tale (tanto più se è un «don »), di andare nelle periferie esistenziali, di accogliere gli scartati. Sembra impossibile che, in questo contesto ecclesiale così favorevole, l’azione di un prete verso e con gli ultimi possa dare tanto fastidio. Non tutti i cristiani sono umani, evidentemente. O forse alcuni lo sono troppo. Esempi lampanti di un modo di pensare e di essere che diventa specchio perfetto della società in cui vivono, in cui viviamo. Una società in cui le parole d’ordine sembrano essere «paura», «consumo», «io», «nazione»: termini in cui l’altro, soprattutto se appartenente alla categoria degli «scartati», ha poco spazio, è un fastidio, se non addirittura qualcosa — dire «qualcuno» renderebbe il tutto più complesso — da eliminare.

Ecco allora che diventa urgente, necessario, parlare ancora più di sostegno e di accoglienza, e raccontare storie come quella di don Pietro. Il libro, nato dalla risonanza mediatica suscitata da un bigliettino, doveva inizialmente raccontare l’esperienza della Casa della Misericordia a Sant’Eustachio. Nel corso dei vari incontri con don Pietro, però, ascoltare la sua storia, la sua vicenda umana e pastorale, ha fatto nascere domande, dubbi, riflessioni. Ha aperto finestre su temi, fatti e questioni ancora «calde» nella storia recente della Chiesa, del nostro Paese e anche della capitale. Don Pietro ha vissuto gli anni del Secondo conflitto mondiale, ha patito sulla propria pelle gli orrori della guerra, il bombardamento del quartiere San Lorenzo, i difficili anni del dopoguerra, le speranze e le delusioni del concilio Vaticano Il, gli anni di piombo.

I pontificati da Pio XII a Benedetto XVI. Le mutazioni politiche, i compromessi e gli inciuci. Fo infine, l’arrivo di un papa, Francesco, che ha rotto e continua a rompere molti schemi. Questo cammino, editoriale e umano, l’ho percorso insieme a un’amica, Elisa Storace, giornalista di TV2000. Scelta come coautrice per due (opportunistiche, lo ammetto!) ragioni: è stakanovista ed è sensibile. Un mix vincente e necessario per camminare bene. Via via, nel percorso, a me, Flica e don Pietro, si sono aggiunti tanti «amici». Mi permetto di definirli tali perché, coinvolti in una riflessione a più voci, hanno mostrato con noi una certa affinità di pensiero: un’idea di umanità che prova, a volte con fortuna, altre volte meno, ad avere il volto della comunione con gli altri. A loro abbiamo chiesto di commentare, ognuno con la propria sensibilità e secondo il proprio sguardo prospettico, alcune affermazioni ed esperienze di don Pietro. Ne è scaturito un mosaico variegato, dove ogni commento diventa l’inizio di un cammino nuovo. fatto nascere domande, dubbi, riflessioni. Ha aperto finestre su temi, fatti e questioni ancora «calde» nella storia recente della Chiesa, del nostro Paese e anche della capitale.

Don Pietro ha vissuto gli anni del Secondo conflitto mondiale, ha patito sulla propria pelle gli orrori della guerra, il bombardamento del quartiere San Lorenzo, i difficili anni del dopoguerra, le speranze e le delusioni del concilio Vaticano Il, gli anni di piombo. I pontificati da Pio XII a Benedetto XVI. Le mutazioni politiche, i compromessi e gli inciuci. Fo infine, l’arrivo di un papa, Francesco, che ha rotto e continua a rompere molti schemi. Questo cammino, editoriale e umano, l’ho percorso insieme a un’amica, Elisa Storace, giornalista di TV2000. Scelta come coautrice per due (opportunistiche, lo ammetto!) ragioni: è stakanovista ed è sensibile. Un mix vincente e necessario per camminare bene. Via via, nel percorso, a me, Flica e don Pietro, si sono aggiunti tanti «amici». Mi permetto di definirli tali perché, coinvolti in una riflessione a più voci, hanno mostrato con noi una certa affinità di pensiero: un’idea di umanità che prova, a volte con fortuna, altre volte meno, ad avere il volto della comunione con gli altri. A loro abbiamo chiesto di commentare, ognuno con la propria sensibilità e secondo il proprio sguardo prospettico, alcune affermazioni ed esperienze di don Pietro. Ne è scaturito un mosaico variegato, dove ogni commento diventa l’inizio di un cammino nuovo.

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