mons. Giuseppe Lorizio – Chiedi al teologo

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Compagno di strada nel labirinto dell’esistenza

«Quali parole bisogna usare per farci capire dagli altri, quando si parla di fede e Vangelo?» «L’uomo è davvero libero?» «Se è vero che Dio ama l’uomo, allora perché lo ha creato, ponendolo in una condizione di miseria?»

Sono solo alcuni esempi fra gli innumerevoli quesiti che l’Autore si è sentito porre nel corso degli anni dai lettori di Famiglia cristiana nella sua rubrica Il teologo. L’opera raccoglie, approfondisce e integra le risposte alle domande più significative, ponendo particolare attenzione a tradurre in modo comprensibile e al tempo stesso rigoroso il linguaggio della teologia.

Dal labirinto dell’esistenza emerge una vera e propria pop-theology, un dialogo vivo che prende spunto anche dal cinema, dalla musica, dai nuovi media per parlare di questioni antiche, ma perennemente attuali.

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Intervento di mons. Nunzio Galantino in occasione della presentazione del libro di mons. Giuseppe Lorizio – (LIBRERIA INTERNAZIONALE SAN PAOLO – ROMA – 4 DICEMBRE 2019)

0. Premessa

Spesso nella catechesi, nella predicazione ed anche nella teologia ci lasciamo prendere dall’ansia di fornire risposte ben strutturate ed organizzate, col rischio di perdere per strada le domande esistenziali e fondamentali, come accade in una famosa vignetta dei Peanuts, dove Charlie Brown esibisce un cartello con la scritta “Cristo è la risposta!”, finché non sopraggiunge Linus a chiedergli: “Ma qual è la domanda?”. Nello stesso tempo constatiamo che vi sono domande senza risposta, come nel famoso brano musicale di Charles Ives The unanswered question (La domanda senza risposta) del 1908. A tenere insieme domande e risposte provvede questo libro di Pino Lorizio, che raccoglie anni di sua collaborazione con la rubrica “Il teologo” di Famiglia cristiana.

1.     Fare teologia ovvero il sapere della fede nel contesto contemporaneo

Il testo che qui presentiamo, oltre che facilmente fruibile anche per i non addetti ai lavori, impone un profondo ripensamento del nostro modo di fare teologia e quindi del sapere della fede nel contesto contemporaneo. Come infatti ha detto papa Francesco, nel videomessaggio che ha voluto inviare alla Facoltà teologica di Buenos Aires per il centenario di quella istituzione, a lui molto cara: “Le domande del nostro popolo, le sue pene, le sue battaglie, i suoi sogni, le sue lotte, le sue preoccupazioni, possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare se vogliamo prendere sul serio il principio dell’incarnazione. Le sue domande ci aiutano a domandarci, i suoi interrogativi c’interrogano. Tutto ciò ci aiuta ad approfondire il mistero della Parola di Dio, Parola che esige e chiede che si dialoghi, che si entri in comunione.  Non  possiamo  quindi  ignorare  la  nostra  gente  al  momento  di fare teologia” (settembre 2015). E basterebbero queste considerazioni a falsificare l’idea, purtroppo diffusa nell’immaginario collettivo, che l’attuale pontefice sia refrattario alla teologia. Certo egli ama ripetere la famosa espressione, attribuita al patriarca Atenagora a proposito dell’ecumenismo: “io prenderei tutti i teologi delle diverse chiese, li porterei in una delle nostre isole e li costringerei a stare lì fino a che non si saranno messi d’accordo e non avranno superato tutti i problemi che ancora  ci  tengono  divisi”. E qualcuno aggiunge che in questo dorato isolamento, magari sorseggiando champagne e mangiando caviale, potranno tranquillamente discutere i loro problemi. Ma quando papa Francesco contesta i teologi si riferisce alla teologia accademica ed astratta, che spesso parla un linguaggio astruso e si nutre di sterili polemiche, auspicando, al contrario, un fecondo rapporto fra vita e teologia, fra fede vissuta  e  fede pensata.

È convinzione, spesso ribadita da Lorizio, che il luogo del sapere teologico non sia innanzitutto l’università, ma la chiesa e la città, al cui servizio le istituzioni accademiche sono chiamate, ma che talvolta dimenticano, isolandosi  in un’improvvida autoreferenzialità. A scardinare questi atteggiamenti e a dischiudere  gli usci di una Castalia intellettuale (H. Hesse) barricata e assediata dal mondo, contribuisce questa fatica editoriale, adottando lo schema domanda/risposta, che, a differenza di quanto accade nei catechismi non pone a sé stessa i quesiti, ma li intercetta e cerca di  rispondervi a partire dall’esistenza concreta di  persone che si presentano col loro nome e con la loro provenienza (quando non preferiscono l’anonimato).

2.     Domande a partire dalla vita

Nella composizione di questo libro, molto opportunamente, si è organizzato il materiale secondo le domande fondamentali che l’esistenza pone in continuità con l’incipit de L’Action di Maurice Blondel (autore caro a Lorizio e ai suoi maestri P. Tilliette e P. Henrici)), che recita: “La vita umana ha o non ha un senso? E l’uomo ha un destino? Io agisco, ma senza neanche sapere che cos’è l’azione, senza aver desiderato di vivere, senza conoscere esattamente né chi sono né addirittura se sono. Questa apparenza di essere che si agita in me, queste azioni irrisorie e fugaci di un’ombra, ebbene oso dire che esse portano in loro una pesante responsabilità per l’eternità, e che, anche a prezzo del sangue, non posso comprare il nulla, perché per   me non esiste più: sarei dunque condannato alla vita, condannato alla morte, condannato all’eternità! Ma come, e con quale diritto, se non l’ho né saputo, né voluto?”. L’eco di queste domande lo rinveniamo al n. 1 della Fides et ratio: “Un semplice sguardo alla storia antica, d’altronde, mostra con chiarezza come in diverse parti della terra, segnate da culture differenti, sorgano nello stesso tempo le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana: chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita? Questi interrogativi sono presenti negli scritti sacri di Israele, ma compaiono anche nei Veda non meno che negli Avesta; li troviamo negli scritti di Confucio e Lao-Tze come pure nella predicazione dei Tirthankara e di Buddha; sono ancora essi ad affiorare nei poemi di Omero e nelle tragedie di Euripide e Sofocle come pure nei trattati filosofici di Platone ed Aristotele. Sono domande che hanno la loro comune scaturigine nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell’uomo: dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l’orientamento da imprimere all’esistenza”. Qui si sottolinea la dimensione umana e universale della domanda di senso, per cui essa non nasce solo nella mente e nel cuore dei credenti, ma ci riguarda in quanto appartenenti alla specie umana e così riguarda tutti.

3.     Quando la questione di Dio diventa la questione dell’uomo

Come si può constatare nelle risposte non si cede mai alla tentazione di una semplificazione banalizzante del sapere teologico, nell’intento di renderlo fruibile annacquandolo, ma lo si propone sempre con rigore e attenzione alle domande, in modo che l’interlocutore continui a riflettere e facendo sì che la risposta diventi a sua volta domanda in quel quaerere infinito della fede che interpella l’intelligenza e muove il cuore. D’altra parte Lorizio ha imparato dal beato Antonio Rosmini e dalla sua Teodicea, alla quale ha dedicato il suo lavoro dottorale, che non è degna del titolo di sapienza “quella cognizione che nulla opera sul cuore umano e che, quasi inutile peso, ingombra la mente dell’uomo mortale senza accrescergli i beni, senza diminuirgli  i mali, e senza appagare o consolare almeno di non menzognera speranza perpetui suoi desiderj”.

Rimanendo nella tematica blondeliana, vorrei mostrarne l’attualità attraverso uno dei quesiti (tra i più impegnativi) cui ha risposto il teologo sulla rivista e che ritroviamo nel libro. Una lettrice che si firma Victoria, chiede: “Dio ci ha creato per amore e per amare, ma lo ha fatto senza chiedere il nostro parere. Ci ha inserito nella vita dove incontriamo, ognuno con i suoi limiti creaturali, qualche gioia e molte sofferenze. Ci ha fatti – si dice – a sua immagine e somiglianza, ma vero è che l’uomo molto spesso si rivela più simile all’Avversario di Dio. Chiedo: l’uomo è davvero libero? O non è piuttosto, nel suo agire, condizionato da molteplici fattori a cui non può sfuggire?”. Il teologo così si esprime: “Il nostro parere non poteva essere chiesto per il semplice fatto che non c’eravamo. Questa apparentemente banale considerazione ci conduce a innestare la tematica della libertà umana nell’orizzonte della responsabilità, ossia della risposta. Come infatti sperimentiamo nella nostra esistenza quotidiana, non disponiamo di una libertà assoluta, ma strutturalmente limitata dal punto di vista storico, psichico, sociale, culturale, biologico, ecc. Nell’orizzonte della fede biblica dobbiamo aggiungere che questa libertà risulta ulteriormente limitata, o sarebbe meglio dire ferita, dal peccato, che ha lacerato quella immagine e somiglianza di Dio impressa nell’uomo con la creazione. Il senso di impotenza si acutizza fino a farci considerare inevitabile e invincibile il male nel mondo e in noi stessi. La liberazione che con il Battesimo ci viene donata ovviamente non elimina i condizionamenti e i limiti strutturali dal nostro agire, ma rende possibile, con il supporto della grazia che viene da Cristo, l’esercizio della libertà nelle situazioni in cui ci è dato scegliere, a partire dalla scelta fondamentale dell’accoglienza della vita che ci è stata donata, fino all’accoglienza, nella fede, della parola che Dio pronuncia e che si chiama Vangelo” (pp. 46-47).

E la questione di Dio risulta ricorrente nelle domande dei lettori. A mo’ di esempio vorrei citare il quesito posto da uno di loro, che mostra come ci sia bisogno di ulteriore riflessione anche rispetto alle formulazioni dei catechismi: “Nel catechismo mi fu insegnato che con il Battesimo si diventa figli di Dio. Ora papa Francesco dice che siamo tutti figli di Dio. Chi ha ragione?”. La risposta offerta dal Lorizio (ritenuta da Marco Politi nel suo libro sul papa una “complicata gimkana dottrinale”), è certo impegnativa e rigorosa, ma imprescindibile, avendo il teologo invitato ad imparare l’uso dell’analogia, per interpretare correttamente espressioni come quella della nostra figliolanza rispetto a Dio. Così rispondeva al lettore richiamando il fatto che c’è un essere figli che viene dall’essere creati, per cui Dio è padre di tutti, perché da lui noi tutti siamo stati creati. E l’apertura universalistica della filiazione divina viene ulteriormente messa in luce, allorché Lorizio aggiunge che questa verità era già affermata sia in ambito pagano, dove per esempio leggiamo che “Zeus è padre degli uomini e degli dei”, sia in quello ebraico, dove Dio considera e tratta il suo popolo  come un padre i suoi figli. “Con la venuta del Figlio siamo chiamati a diventare figli in Lui, quindi, tramite la grazia, a incorporarci nella Chiesa, che è la comunità dei figli di Dio, non in senso esclusivo, ma inclusivo. Questa appartenenza non deve suscitare in noi sentimenti di superiorità o di disprezzo verso coloro che non hanno ricevuto il Battesimo, ma portarci a riscoprire la nostra e la loro natura creaturale e a vivere nella solidarietà con tutto il genere umano, della cui unità la Chiesa è segno” (pp. 170-171). La domanda comunque è complessa e quella che può sembrare un’arzigogolata risposta teologica, altro non è che un cercare di far riflettere, andando oltre le banalizzazioni giornalistiche, e rispondendo all’appello di Hegel verso la “fatica del concetto”, di cui non possiamo mai fare a meno.

La consapevolezza che siamo sempre e comunque di fronte al mistero insondabile di Dio, accompagna tutto il lavoro. E questa apertura universale e attenzione all’umano, oltre che al divino, coincide con la teologia di papa Francesco, in quanto, come scrive sempre Politi, “Il Dio di Francesco è così. Trascende la Chiesa, scavalca le barriere dottrinali, per lui Dio si manifesta in tutti gli uomini, oltre ogni barriera identitaria”. E la domanda di cui dobbiamo farci carico diventa: ma si tratta del Dio di Francesco o del Dio di Gesù Cristo? E finiamo col chiederci: quale immagine di Dio esprime meglio la trascendenza del totalmente Altro, quella che esclude o quella che include, accoglie e quindi ama, incondizionatamente tutti?

4.     Fuori dal labirinto, guidati dal filo di Arianna, che è la Parola di Dio

La metafora del labirinto che troviamo rappresentata in copertina, con riferimento all’esistenza, sembra particolarmente appropriata, anche perché si ha l’accortezza di precisare che il filo di Arianna, che possa consentire di uscirne, non è certamente la teologia, piuttosto avvezza a moltiplicare labirinti concettuali ed astrusi, bensì la Parola di Dio, interpretata nella tradizione della Chiesa, cui spesso il teologo si riferisce. Ed è suggestivo non solo il riferimento ai labirinti delle cattedrali gotiche, Chartres in copertina o quello sulla facciata del duomo di Lucca, bensì anche a quello inquietante e drammatico, evocato da Stanley Kubrik in Shining (1980), dove il ragazzo riesce a sfuggire alla violenza del padre che lo insegue, perché lo ha percorso in precedenza, coprendo le sue tracce. Come se, per uscire incolumi dall’esistenza, dovessimo, in una sorta di reminiscenza di tipo platonico, riferirci al passato e conservarne memoria. Una memoria che diventa memoriale salvifico e coinvolgente nella vita cristiana, che chiamata ad esprimersi come “vita eucaristica”.

A significare ulteriormente il profondo livello dei quesiti, proprio a proposito del sacramento eucaristico, stupisce e provoca il pensiero teologico la domanda posta da Clara Aspesi, degna di chi sia ben addestrato al sapere teologico “La SS. Trinità è indivisibile: nell’Eucaristia noi riceviamo solo il Figlio o anche il Padre e lo Spirito Santo?”. Ed ecco la risposta: “Ogni azione di Dio verso di noi è sempre trinitaria. Così, anche nell’Eucaristia il Padre ci dona il Figlio incarnato rendendolo presente nella nostra storia e nella nostra esistenza quotidiana, e lo Spirito opera la trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Cristo. Questa reale comunione con Dio avviene con Cristo, per Cristo e in Cristo, in quanto è il Figlio che ha assunto la natura umana e ci ha consegnato l’Eucaristia come memoriale della sua passione, morte e risurrezione. Il credente cristiano non incontra Dio indipendentemente da Cristo, e ciò accade sia nell’ascolto della Parola che nella celebrazione dei sacramenti e nella carità verso il prossimo. L’unità di Dio è costituita dall’amore delle tre persone della Trinità santissima: è il loro legame indissolubile e indivisibile, che si esprime nell’assoluta gratuità del dono. Azione di grazie, l’Eucaristia celebra e realizza nel massimo grado possibile in questo mondo la presenza di questo Amore cui siamo chiamati a partecipare, perché il nostro rapporto con Dio sia concreto e reale, ovvero perché ad esso partecipiamo non solo spiritualmente o intellettualmente, ma con tutta la nostra umana e fragile realtà anche corporea” (pp. 156-157).

Conclusione

Vorrei concludere richiamando quanto P. Xavier Tilliette, che non era certo tenero con i suoi allievi, scriveva nella prefazione al primo libro di questo Autore, pubblicato alla tenera età di 29 anni (1981) e intitolato Mistero della morte come mistero dell’uomo: “Il saggio di Lorizio è la riflessione esigente di un filosofo e di un teologo, preoccupato della cultura e attento al linguaggio del suo tempo, profondamente impegnato nei problemi che indaga”.

Nunzio Galantino
Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica

 1 San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2019.

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