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Meditazioni sul Vangelo di Matteo cap 1-7 – don Divo Barsotti

«Le meditazioni bibliche di Barsotti recano sempre l’impronta dell’impatto col Mistero di Dio e conducono sempre “in alto” – come la parola “anagogia” suggerisce – perché portano a Dio: l’esegesi di p. Barsotti è sempre un’esegesi spirituale, una parola indirizzata all’anima che cerca Dio. Nelle meditazioni sul Vangelo di Matteo di Barsotti non è possibile non avvertire dunque l’eco della sua predicazione viva e appassionata con cui cerca di trasmettere ai suoi figli spirituali non un insegnamento astratto ma in qualche modo tutto il vissuto della propria esperienza interiore. La legge del N.T. è una legge sui generis! La perfezione della legge che Gesù richiede va ben oltre le esigenze della Legge mosaica. È la legge dei figli di Dio, la legge dell’amore che rompe ogni legge, una legge intesa non come un insieme di norme che devono regolare i rapporti tra gli uomini, ma come una legge che dà all’uomo come ideale la vita stessa di Dio: ut sitis filii Patris vestri». (Dalla prefazione di Martino Massa)

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Prefazione del libro

Barsotti ha scritto e pubblicato vari commenti alla Sacra Scrittura, ma ha sempre ricusato di cimentarsi in uno studio accurato o in un commento sistematico dei singoli vangeli. Se si eccettua il Vangelo di Giovanni, che egli peraltro ha commentato solo in parte, in maniera sporadica e sviluppando solo alcune tematiche, non si trovano altri studi specifici sui singoli vangeli tra i libri pubblicati.

Il commento al Vangelo di Matteo, che ora viene dato alle stampe, è l’unico commento integrale a un Vangelo che Barsotti ha osato affrontare e rappresenta perciò una perla preziosa nella sua opera omnia. Forse la scelta di Matteo non è stata casuale. Proprio da questo Vangelo infatti egli ha tratto ispirazione per dare un nome e un programma di vita alla comunità da lui fondata. Barsotti ha svolto il suo commento a Matteo in un arco di tempo di circa tre anni e mezzo, esattamente dall’8 novembre 1958 al 24 marzo 1962: si tratta di più di cento meditazioni dettate il sabato, ma non in maniera continua, durante i cosiddetti “Cenacoli oranti”, incontri tenuti nell’oratorio di S. Francesco Poverino in piazza della SS. Annunziata a Firenze. P. Barsotti il sabato mattina si riuniva con i membri della sua comunità, celebrava la santa messa, quindi faceva un commento su un libro della S. Scrittura o dettava comunque loro una meditazione su un argomento scelto; la sera si cantava il Vespro e si concludeva la giornata con la Compieta e la benedizione.

Abbiamo preferito dare all’opera il titolo “meditazioni” anziché “commento” perché più rispondente alle reali intenzioni di Barsotti. Tale infatti è il titolo che egli ha sempre voluto usare per tutti i suoi commenti biblici. Nella scelta di Barsotti è racchiuso tutto il suo modo di accostarsi alla S. Scrittura. Non si legge la Bibbia per acquisire una certa conoscenza, per ricavare un certo insegnamento, un certo messaggio da comunicare poi agli altri. II fine deve essere l’incontro con Dio, non con noi stessi e le nostre idee. Per questo, se, com’è noto, Barsotti non si è mai troppo soffermato sull’esegesi letterale, su uno studio “scientifico” della Bibbia, è perché ha sempre paventato il pericolo di una certa “bibliolatria”, un culto “idolatrico” del testo scritto.

Leggere e meditare la S. Scrittura vuol dire prima di tutto — per usare un’espressione a lui cara — realizzare la Presenza, stabilire un rapporto reale con il Dio vivente, fare esperienza di Lui attraverso l’ascolto della Sua Parola, quella Parola che è il Verbo di Dio, il Cristo. Tutto ciò senza che in lui sia mai venuta meno l’esigenza dello studio e dell’approfondimento continuo della Bibbia mediante la lettura di tanti autori, teologi ed esegeti antichi e moderni: un dato questo che si riscontra in tutti i suoi libri, in particolare quelli dedicati alla S. Scrittura.

Così non mancano qua e là anche in queste meditazioni sul Vangelo di Matteo tanti spunti e riflessioni per una lettura più attenta anche al dato letterale, per una esegesi più moderna, più “scientifica” , potremmo dire, del testo biblico — indizio di un retroterra culturale che ha radici profonde — con ipotesi e osservazioni tra l’altro alquanto arditi e innovativi dal punto di vista teologico specialmente per quegli anni prima del Concilio Vaticano Il, e ciò forse potrebbe spiegare il perché questa raccolta di meditazioni sia rimasta inedita per così tanto tempo! Tuttavia ciò che conferisce alla predicazione di Barsotti ancora una volta quel carattere unico e inconfondibile è l’afflato mistico che la pervade e la mantiene costantemente su un livello spirituale altissimo, un livello che con i mistici medievali potremmo chiamare “anagogico”.

Le meditazioni bibliche di Barsotti recano sempre l’impronta dell’impatto col Mistero di Dio e conducono sempre “in alto” — come la parola “anagogia” suggerisce — perché portano a Dio: l’esegesi di p. Barsotti è sempre un’esegesi spirituale, una parola indirizzata all’anima che cerca Dio. Nelle meditazioni sul Vangelo di Matteo di Barsotti non è possibile non avvertire dunque l’eco della sua predicazione viva e appassionata con cui cerca di trasmettere ai suoi figli spirituali non un insegnamento astratto ma in qualche modo tutto il vissuto della propria esperienza interiore. Data la mole consistente di queste meditazioni abbiamo pensato di non pubblicarle tutte insieme in un unico volume, ma in più volumi in tempi successivi, esattamente in cinque volumi secondo quest’ordine: I vol.(cc. 1-7); II vol.(cc. 8-13); III vol.(cc. 14-18); IV vol. (cc. 19-25); V vol. (cc. 26-28). Grandiosa l’introduzione in cui Barsotti mette in relazione la rivelazione biblica con la rivelazione cosmica sottolineando la continuità di un unico disegno di salvezza che ha per termine Cristo.

È tipica di Barsotti la visione di una triplice rivelazione: cosmica, profetica e cristiana. Quest’ultima non è esclusiva ma inclusiva delle altre due e le porta a compimento. Possiamo parlare di Vangelo in quanto ciò che distingue il cristianesimo dalle altre religioni è il fatto che Dio entra veramente nella storia, si incontra con l’uomo. Il cristianesimo non è una dottrina e un insegnamento morale, né una filosofia, né tanto meno una gnosi avulsa dal tempo e dallo spazio. Prima di ogni dottrina e insegnamento c’è una storia reale, un evento reale in cui la dottrina trova il suo fondamento: la fede cristiana implica il rivelarsi di Dio negli eventi storici. È proprio questo che distingue il cristianesimo dalle altre religioni. Ciò emerge particolarmente quando Barsotti pone a confronto a un certo punto del suo commento il cristianesimo col buddhismo.

Giustamente egli nota come nelle altre religioni è la dottrina ad avere il primato, una dottrina che spesso non ha niente a che vedere con la storia, una dottrina immutabile, fissa, eterna, che è al di là della storia, al di là di questo mondo così che il rapporto tra questo mondo, questa realtà visibile, e il mondo invisibile possa essere concepito solo in maniera vaga, mitica e simbolica: se si può parlare di una certa partecipazione di questa realtà visibile e transeunte a quella invisibile ed eterna essa può essere intesa tutt’al più platonicamente come mimesis ( somiglianza) e metexis (imitazione). Niente di più. E non può essere diversamente dal momento che se Dio è trascendenza infinita Egli rimane irragiungibile per l’uomo se non è Lui stesso a discendere verso l’uomo colmando l’abisso infinito che separa l’uomo da Lui. Tra il mondo e Dio la distanza rimane infinita.

Non così nel cristianesimo, dove i due mondi sono intimamente congiunti nell’uomo Gesù, il Cristo, il Verbo di Dio fatto carne. La storia della rivelazione è la storia di una discesa di Dio, una storia che ha per termine Cristo. Così spiega Barsotti: «Il puro mistero della vita divina diviene mistero della vita divina in senso non più teologico ma liturgico, in quanto è avvenimento che esige una partecipazione, precisamente attraverso una storia: la storia di una discesa di Dio in mezzo agli uomini, la storia di un incontro di Dio con l’uomo, la storia di un’unione di Dio con l’uomo, storia che ha per termine Cristo».

Interessante all’inizio del commento il confronto tra il Vangelo e la Genesi. Per Barsotti la storia della salvezza implica una prima e una seconda creazione. La prima creazione di cui ci parla la Genesi implica un allargarsi, un moltiplicarsi, si passa dall’uno al molteplice: è una diastole. Nella seconda creazione, invece, che si compie nell’uomo Gesù, vi è la sistole, il riassumersi di tutto in lui, in Gesù che è il Cristo. La storia della salvezza alle origini implica così un dilatarsi e un espandersi progressivo, mentre al suo termine essa si risolve in un restringersi concentrico attorno un evento circoscritto nello spazio e nel tempo, l’evento Cristo, per poi, a partire da esso, nuovamente riespandersi per tutto abbracciare e ricapitolare nel Christus totus.

Il compimento in senso vero e proprio della storia è quell’evento-mistero che va oltre la storia stessa, la include e la supera infinitamente: l’evento pasquale, la morte e la resurrezione di Gesù. Cristo pone fine alla storia — una delle idee chiave di Barsotti è che con Cristo la storia è finita — ma il compimento non si realizza immediatamente nell’incarnazione ma nella morte di croce e nella resurrezione. Se questo è vero allora tutto ciò che ci narrano i vangeli prima della passione, cioè il ministero pubblico di Gesù, ha ancora un certo carattere di profezia, fa ancora parte dell’annuncio, non è l’adempimento ultimo della storia della salvezza, e può essere quindi paradigmatico e normativo della vita cristiana solo in quanto lo si rapporta al mistero pasquale, in quanto annuncia e significa l’evento-mistero ultimo della vita di Gesù, solo se compreso e contemplato alla luce di esso.

Non a caso per ben tre volte Gesù annuncia la sua passione ai suoi discepoli (Mt 16, 21; 17, 22-23; 20, 17-19). Nel Vangelo profezia e adempimento si trovano congiunti. La realtà ultima non sono i miracoli, non sono i discorsi di Gesù considerati in se stessi, ma la sua morte e resurrezione. Nell’elenco dei libri del Canone neotestamentario il Vangelo di Matteo ha il primo posto: è il primo scritto del N.T. e il primo dei quattro vangeli; ma sappiamo che non è il primo Vangelo in senso cronologico, in quanto la versione greca del Vangelo di Matteo, l’unica a noi giunta, è successiva a Marco e ne dipende, mentre nulla sappiamo di un originale Matteo aramaico pur attestato da diversi padri della Chiesa.

Tuttavia il Vangelo di Matteo detiene un suo primato, potremmo dire, di intenzione e di contenuto: è primo perché, in quanto indirizzato ai cristiani provenienti dall’ebraismo, rappresenta quell’annuncio della Buona Novella che deve essere portato prima a Israele — quell’Israele che nella storia della salvezza rimane sempre il primo destinatario della divina rivelazione dall’inizio alla fine — prima che il Vangelo sia annunciato anche ai pagani; il Vangelo di Matteo è primo anche perché, proprio in quanto rivolto ai giudeo-cristiani, è il primo scritto cristiano per così dire che unisce la Chiesa alla Sinagoga, che fa da ponte tra Antico e Nuovo Testamento, che mostra chiaramente la continuità tra l’Antica e la Nuova Alleanza, tra la Legge antica e la legge nuova, che presenta la Chiesa come il Nuovo Israele.

Barsotti pone a confronto Matteo con gli altri vangeli affermando che è il più teologico tra i vangeli sinottici e che ciò lo accomuna a Giovanni, che è il più teologico di tutti; ma mentre il Vangelo di Giovanni si distingue per un certo carattere liturgico, quello di Matteo è eminentemente ecclesiologico. Forse non è un caso che i vangeli più teologici siano attribuiti a degli apostoli. Si potrebbe concludere: gli evangelisti raccontano i fatti, ma sono gli apostoli che hanno il mandato di annunciare il kerygma, di fissare e insegnare la dottrina da credere. Ancora è importante rilevare che in Marco e Luca troviamo una composizione ordinata degli eventi mentre in Matteo troviamo una composizione ordinata dei discorsi di Gesù.

Ecco dunque i cinque grandi discorsi di Matteo, che richiamano i cinque libri del Pentateuco: il discorso della montagna, il discorso missionario, il discorso parabolico, il discorso ecclesiologico e il discorso escatologico. Quello che contraddistingue sempre il Vangelo di Matteo è il suo carattere didattico e non narrativo. I fatti sono importanti in quanto diventano parabola, paradigma, recano un insegnamento. Probabilmente gli eventi narrati da Matteo, come del resto anche quelli narrati dagli altri evangelisti, non sono avvenuti secondo l’ordine da lui seguito. Ma a Matteo basta sapere che si tratta di fatti reali, storici.

Egli è molto povero quando narra i fatti, riduce tutto all’essenziale, non ha la vivacità e la drammaticità dello stile di Marco. In Matteo non troviamo il gusto della narrazione, ma c’è il gusto dell’aforisma, del proverbio, della parabola, della poesia ebraica. Secondo Barsotti «non vi è libro di poesia ebraica più puro e più alto di Matteo». La narrazione per Matteo è sempre in funzione del messaggio teologico. Per questo i personaggi restano quasi sullo sfondo, sono appena tratteggiati, sono figure dai contorni sfumati, non emerge il loro carattere umano, né i loro sentimenti o emozioni, ma è proprio questo che conferisce loro un carattere ieratico, una sacralità unica tra i vangeli.

E qui la grandezza di Matteo, nel fatto cioè che i personaggi, i miracoli, gli eventi, i discorsi stessi rimandano a una realtà soprannaturale e trascendente, a un mistero che si svela e si compie nella storia e tuttavia la trascende sempre. Suggestivo poi quanto afferma Barsotti a proposito del confronto con Giovanni: «prendiamo le parabole di san Matteo, il Sermone della Montagna, e facciamo il paragone con il quarto Vangelo: molto più povero, più scolorito è il linguaggio di san Giovanni; avrà una carica interiore anche maggiore, avrà una profondità, un peso spirituale anche più grande, ma non ha più quella universalità, non è più un linguaggio popolare, non ha più il colorito, la vivacità, la freschezza del linguaggio di Gesù che ritroviamo in san Matteo…

E’ poesia il Discorso della Montagna ed è poesia grandissima anche il Discorso Escatologico». Matteo in particolare narra i fatti in funzione della messianicità del Cristo. Per questo Matteo può sembrare alquanto scialbo nel raccontare i fatti della vita pubblica di Gesù, ma è molto accurato nel racconto della passione e della morte di Gesù. Come afferma ancora Barsotti tutto è un «muoversi concentrico intorno a un centro che non è una legge immutabile ma un avvenimento unico, irreversibile, contingente: la morte di croce».

Il fatto che il Vangelo di Matteo sia un Vangelo didattico non deve trarre in inganno. Non si tratta mai di un insegnamento che è dato a prescindere dall’evento ma è l’evento stesso che insegna. Il kerigma in fondo non è quello della predicazione ma quello della morte, a tal punto che potremmo dividere il Vangelo di Matteo in due parti: quella che riguarda la preparazione lontana all'”ora” di Gesù e quella che riguarda invece la preparazione prossima che è la sua morte. Tra queste due preparazioni si rinnova l’esodo.

A commento della prima moltiplicazione dei pani Barsotti afferma: «Non solo il camminare sopra le acque ha un riferimento all’Esodo, ma anche il primato. Mosè ha i settantadue seniori. Gesù già dall’inizio, dopo il Sermone dalla Montagna, come si vede in Matteo, chiama i Dodici, i quali dovranno essere i capostipiti del nuovo Israele: i Dodici sono i figli del nuovo Giacobbe. Dopo la vocazione, ora il conferimento del primato. Tutto si ripete come per ondate successive fino a che tutto non si compie nell’atto unico e semplicissimo della morte di croce.

“L’ora” di Gesù, l’avvenimento in cui tutte le promesse si adempiono non è nemmeno l’Incarnazione del Verbo, non sono nemmeno i miracoli del Cristo, non è nemmeno la sua parola: è la sua morte di croce. Anche la vita di Gesù prepara e annuncia imminente l’avvento del Regno, ma l’avvento del Regno si compie soltanto con la sua morte». Alla luce della morte di croce tutto acquista un significato pasquale, di redenzione e salvezza. Così nella tempesta sedata si scorge la vittoria sugli elementi del cosmo, nella guarigione degli ossessi la vittoria sul demonio, nella guarigione del paralitico quella sul peccato, nella resurrezione della ragazza morta la vittoria infine sulla morte.

Ancora una volta spiega Barsotti più chiaramente e sinteticamente: «I Vangeli non sono la storia di Gesù, la vita di Gesù. Sono vangeli, annuncio della buona novella. E l’annuncio della buona novella non vuol essere che l’annuncio della morte del Cristo e della sua resurrezione». Si è già accennato al carattere ecclesiologico del Vangelo di Matteo. Bisogna aggiungere che nessun Vangelo è così ecclesiologico come Matteo perché legato più degli altri alla concezione di una comunità religiosa quale era propria dell’ebraismo. La Chiesa è il Nuovo Israele che ha come fondamento la fede nel Cristo professata da Pietro (Mt 16, 13ss). Tutto ciò implica che per Matteo non si potrebbe mai capire la Chiesa né avere una teologia cristiana che alla luce dell’A.T. La tesi di Matteo è proprio il fatto che Gesù è l’adempimento, il Messia promesso.

La messianicità di Gesù è il principio e il fondamento di tutta la teologia posteriore della Chiesa, specialmente di quella patristica che consiste nella concordia dei due testamenti: basti pensare all’esegesi tipologica dei Padri della Chiesa. Il N.T. non sarebbe più nulla senza l’A.T. Viene in rnente qui il detto di S. Girolamo: ignorantia Scripturae ignorantia Christi.

Ma Barsotti estende il discorso anche alla rivelazione cosmica: se si separasse la rivelazione abramitica e mosaica dalla rivelazione cosmica la rivelazione stessa d’Israele non avrebbe più radici. Di fatto Dio non ha mai abbandonato l’uomo a se stesso come ci insegna S. Ireneo e come insegna anche S. Giustino i semina Verbi si trovano sparsi in tutti i tempi e luoghi. Una delle idee portanti del pensiero di p. Barsotti è che il cristianesimo è veramente cattolico perché tutto abbraccia, tutto compie e nello stesso tempo tutto trascende.

Ma il legame con la rivelazione cosmica presuppone la concordia tra i due testamenti senza la quale il cristianesimo rimane un masso erratico, incomprensibile. Il cristianesimo è rivelazione solo in quanto è adempir-nento di un piano già accennato da Dio. Cristo per Matteo è il Messia, colui nel quale le promesse di Dio si sono adempiute. Questo è il fondamento di tutto il pensiero cristiano posteriore, di tutta la teologia e spiritualità. Matteo pone dunque le fondamenta di una teologia cristiana della Chiesa in quanto la Chiesa non è altro che il prolungamento dell’Antico Israele.

La continuità importa che se Gesù è il Nuovo Mosè e il figlio di Davide allora posso conoscere Cristo in quanto conosco Mosè e Davide, così come conosco la predicazione di Gesù nella misura in cui conosco la predicazione dei profeti. Si scopre allora una mirabile continuità: ad esempio quella morale escatologica del “giorno di Jahwhè” , tanto ricorrente nei profeti, avrà il suo termine nella vita divina, nella beatitudine stessa di Dio, nel Regno dei cieli di cui ci parla il Vangelo di Matteo. Ma bisogna dire che vi è anche discontinuità pur nella continuità. Anzi discontinuità totale, sproporzione infinita, incommensurabilità assoluta tra la figura e la realtà, tra la profezia e il compimento, perché nessuna preparazione reca in sé la pienezza. Non vi può essere continuità tra Antica e Nuova Alleanza (significativo lo squarcio del velo del Tempio dopo la morte di Gesù), tra Mosè e Cristo, se si guarda a Cristo come l’eterna novità, l’assoluto nel tempo, Dio nel tempo.

In particolare la dialettica continuità/discontinuità si riscontra nel cosiddetto Discorso della Montagna (cc. 5-7), quella serie di discorsi che Matteo raggruppa all’inizio della vita pubblica del Signore anche se probabilmente non sono stati pronunciati tutti nello stesso tempo. Si tratta, è vero, del complesso legislativo del Vangelo ed è posto all’inizio in quanto promulgazione delle condizioni indispensabili per essere discepoli di Gesù, cittadini del Regno, partecipi dell’Alleanza Nuova ratificata nel Suo sangue. Così spesso si dice che il Discorso della Montagna rappresenta nel N .T. quello che è la Legge nell ‘ A.T. Non bisogna certo dimenticare l’importanza della parola “legge” in Matteo.

Anzi il fatto di porre l’accento sulla legge potrebbe tradire una certa sua polemica contro l’antinomismo di alcuni che volevano togliere invece qualsiasi valore alla legge nella vita cristiana. In questo senso Matteo si potrebbe collocare tra coloro che vogliono mettere in guardia contro le false interpretazioni del pensiero paolino (cfr. ad esempio 2Pt 3, 15-16). Ma qui la differenza qualitativa tra la legge nuova e la Legge antica è infinita. La legge del N.T. è una legge sui generis! La perfezione della legge che Gesù richiede va ben oltre le esigenze della Legge mosaica. È la legge dei figli di Dio, la legge dell’amore che rompe ogni legge, una legge intesa non come un insieme di norme che devono regolare i rapporti tra gli uomini, ma come una legge che dà all’uomo come ideale la vita stessa di Dio: ut sitis Wii Patris vestri.

Barsotti spiega infatti: «La perfezione della legge che cosa richiede? Essenzialmente due cose, secondo Gesù. Almeno questo sembra a me l’insegnamento fondamentale del Sermone della Montagna; richiede essenzialmente due cose: che la legge sia fatta interiore all’uomo e che non importi immediatamente l’azione ma prima di tutto il cambiamento del cuore. “Convertitevi! Così comincia Gesù a parlare, secondo san Marco (Mc 1, 15). Rovesciare i propri sentimenti interiori: metànoia. Dunque, prima di tutto la conversione del cuore; che sia intima, la legge, al cuore dell’uomo. Poi, che l’esigenza della legge sia infinita. Non legge esteriore, e non legge che esiga un atto ben determinato e preciso: è piuttosto un tendere verso nessun limite, verso l’infinito».

Per quanto riguarda le Beatitudini in particolare, esse rappresentano il cuore della legge nuova e importano certamente anche un’etica della vita cristiana. Ma quest’ultima non consiste in un insieme di norme da osservare ma nella risposta a un invito. Ecco allora che le Beatitudini, collocate all’inizio del Discorso della Montagna, si presentano come la via della vita cui si contrappone la via della morte rappresentata dalle maledizioni (Mt 23). Per Barsotti le Beatitudini implicano il primato di Dio che sceglie, non quello della volontà dell’uomo che si determina.

Se è vero che esse dettano le condizioni per divenire eredi del Regno dei cieli, proprio per il fatto che tale Regno è il “Regno di Dio” e l’uomo vi entra nella misura in cui trascende il piano umano per vivere sul piano divino dell’essere allora le parti qui addirittura si invertono: le Beatitudini sono una legge che deve essere osservata più da Dio che dall’uomo; solo Dio può infatti realizzare quella “santità” a cui chiama l’uomo. L’uomo è chiamato a divenire Dio per partecipazione, a vivere la perfezione stessa di Dio: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 38). Barsotti inoltre è molto esplicito nel dire che se si deve parlare di morale si tratta di una morale escatologica che l’uomo non potrà mai vivere quaggiù. «Il Vangelo di per sé è norma etica e non giuridica, è norma di valori tutti intimi e sostanziali, che potrà avere la sua piena attuazione solo nel mondo futuro». Eppure le Beatitudini rappresentano anche quello stato escatologico che il cristiano è chiamato a vivere già ora e qui.

La vita eterna non è al di là di questa vita presente. Verso la fine del suo commento p. Barsotti afferma: «C’è più grande diversità fra l’epoca che precedeva il Cristo e l’economia cristiana, di quella che vi è fra l’economia cristiana e l’eternità che si attende. Non vi è una vera continuità, vi è anzi una rottura, fra l’epoca avanti Cristo e l’economia nostra; ma vi è una vera continuità invece fra l’economia che viviamo noi e l’economia dei santi, e anche la trasfigurazione del mondo futuro e la stessa dissoluzione della carne e il giudizio divino».

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