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L’infanzia di un cardinale

Presentazione del libro a cura di Marco Garzonio

Il mio primo incontro ravvicinato con Maris Martini è avvenuto al capezzale del fratello Carlo Maria. Era il 31 agosto del 2012. Mi ero precipitato a Gallarate non appena un carissimo comune amico, don Damiano Modena, m’aveva raggiunto con un sms: «Vieni se vuoi salutare il tuo Cardinale ancora vivo». Un incrocio di sguardi e ho colto il discreto ma risoluto imbarazzo di Maris. Qualcuno, evidentemente poco compreso nel pathos del momento, si era affrettato a bisbigliarle: «Ci sono anche i giornalisti». Poco dopo l’ho vista squadrarmi, mentre si ritirava nello studio del fratello con i figli Giulia e Giovanni, insieme ad altri familiari. Le cose da considerare e decidere sono tante quando una persona cara è prossima alla fine, ma ho motivo di pensare che in quella pausa devono aver precisato a Maris in modo corretto anche le informazioni su di me, sulle mie attività e sullo spirito con cui sono solito svolgerle. Il resto credo l’abbia prodotto il vedere di persona naturalezza e familiarità nello scambio di sentimenti ed emozioni con il preziosissimo don Damiano e con Marisa e Marco, i due inseparabili infermieri angeli custodi di Martini negli ultimi tempi. Maris si deve essere così convinta che potevo venir considerato un po’ di casa e che guasti alla riservatezza, alla profonda intimità privata di quegli attimi indimenticabili non ne avrei proprio creati. Infatti, ricordo che un ultimo arrivato all’Aloisianum, a un tratto, si offrì di presentarci. La risposta all’iniziativa fu un reciproco discreto sorriso, che valse più d’un «grazie, ci conosciamo già».

Il grumo di un possibile incidente s’è sciolto a poco a poco. Un episodio in particolare mi fece poi scoprire che Maris incominciava a fidarsi. Era stato da poco eletto papa Francesco, quando una mattina mi telefonò in lacrime. Rimasi colpito. Mi chiamava perché il giorno precedente in Duomo non aveva potuto raggiungere la tomba del fratello. Un avviso di «lavori in corso» deviava il flusso dei fedeli. Mi avanzò il sospetto che fosse l’inizio dell’«accantonamento della memoria di Carlo». Chiamava me temendo che alle sue rimostranze «ufficiali» l’avrebbero tranquillizzata ma solo a parole. Io, invece, avrei potuto cercare la verità, come giornalista. Promisi che avrei svolto le ricerche tenendola informata. Le manifestai comunque la convinzione che non poteva esserci in atto un programma di rimozione collettiva. Almeno per il Duomo. Le raccontai che monsignor Borgonovo, l’Arciprete, all’indomani del 13 marzo 2013 aveva dichiarato che con l’elezione di Bergoglio era come se il Conclave si fosse tenuto sulla tomba di Martini. Sentii Maris lasciarsi andare ad un sospiro liberatorio.

Seguirono mesi di scambi, di proficua collaborazione, d’una bella amicizia coronata dalla decisione di darci del tu. Il salto di qualità nel rapporto è avvenuto come una volta: avanzando la proposta in modo rispettoso delle formalità, dopo aver preso atto che ogni tanto, nel corso degli incontri che s’erano infittiti, era capitato all’una o all’altro di abbandonare per un attimo il «lei», quasi a saggiare l’evoluzione del modo in cui condividevamo pensieri, notizie, idee, progetti. Il clou di uno scambio più diretto si raggiunse da Taveggia. Era il gennaio 2016. Le avevo dato appuntamento nel rinomato bar pasticceria milanese perché con il suo arredo un po’ retrò mi ricordava alcuni locali di Torino, dove, tra l’altro, due anni prima lei aveva fatto da guida nei sopralluoghi per gli «esterni» del film su Martini che stavo preparando con Ermanno Olmi. Da Taveggia avremmo raggiunto comodamente a piedi la libreria Claudiana per la presentazione del libro Il mio Padre Nostro. Come prega ognuno di noi. Da una suggestione del Cardinal Martini.

Davanti ad una tazza di tè Maris mi squadernò una sorta di mini dossier, materiale che aveva fatto scansionare. Ci teneva tantissimo che io lo vedessi: fotografie, documenti, tracce di un passato familiare, fotocopie di sue prese di posizione critiche verso alcune ricostruzioni recenti che istituzioni religiose e giornali avevano fatto circa la storia del fratello. In particolare Maris era visibilmente contrariata da un lavoro, che parlando «dell’infanzia di Carluccio» (ci teneva a rimarcare la familiarità del diminutivo, ora affettuosamente riportato nel libro) sosteneva che il fratello da piccolo soffrisse di adenoidi. Ero molto incuriosito e attratto. Mi colpivano il vigore, la determinazione, l’impegno sincero che Maris stava mettendo nella sua opera di verità: una forza della natura, mi venne da pensare. Mi sentivo molto coinvolto dalla confidenza e dalla fiducia che mostrava di riservarmi. Ricostruii solo successivamente, però, che cosa allora aveva preso a maturare nel cuore e nella mente di Maris.

Aveva avuto dunque una lontana, proficua incubazione il seme del libro di cui scrivo ora la prefazione con riconoscenza e gioia: mi ha commosso la richiesta di partecipare con un contributo d’apertura all’intenso lavoro di rievocazione d’una storia familiare. L’idea aveva certo incominciato a germinare nella reattività di Maris verso le imprecisioni, le forzature, le approssimazioni, gli stereotipi sul fratello o i tentativi di istituzionalizzarne la figura svuotandola di umanità e calore. Ma la volitività, l’energia psichica, morale, affettiva tutta tesa a correggere errori, semplificazioni, irrigidimenti (per non dire imbalsamazioni) si era venuta trasformando in un impegno positivo/costruttivo caratterizzato da una doppia valenza: personale/soggettiva e storico/documentaria.

Avrei in seguito compreso che Maris intendeva esporsi, giocarsi in prima persona, prendersi un po’ anche lei la scena, legittimarsi nel ruolo di narratore che racconta da co-protagonista un pezzo di storia di Carlo Maria Martini. Bisognava che prendesse le distanze dall’incombenza di «sorella custode» della memoria d’un personaggio pubblico su cui altri, magari servendosi anche di lei, costruivano le loro verità per tirare Martini dalla propria parte o per enfatizzare aspetti particolari o difendere tesi generali o punti di vista interessati. Nel dedicarsi a compiere tale lavoro molto personale Maris veniva a farsi persuasa che l’universo di ricordi di cui lei era depositaria e fonte unica, privilegiata, avrebbe costituito la base per ampliare gli orizzonti delle considerazioni intorno alla personalità del fratello e dell’opera da questi svolta.

Se ci poniamo dal punto di vista della ricostruzione storica, possiamo affermare che si affacciava in lei il desiderio di perseguire un tipo di narrazione originale. Proprio nel momento in cui forniva informazioni «private», in realtà Maris non intendeva affatto chiudersi nella dimensione soggettiva, bensì offrire materiali utili alla comprensione della dimensione «pubblica» di Martini. Conseguendo alla fine un esito indotto per niente trascurabile. Grazie alla naturalezza e alla genuinità della propria testimonianza di prima mano, Maris infatti tagliava l’erba sotto i piedi ad una tentazione per nulla estranea alla pubblicistica cattolica quando affronta i contorni biografici di grandi personaggi. Intendo dire che preveniva il rischio di inseguire l’aneddotica, di cedere alla pietas, alla «buona stampa», al nutrimento di anime belle attraverso la presentazione di esempi edificanti ricostruiti a tavolino o per sentito dire. Sotto questo profilo, il libro che il lettore si appresta a gustare è una piccola perla.

Il «Martini minore», nel senso di familiare e in qualche modo nascosto, costituisce una delle vie regie per ricostruire le radici e l’humus di ciò che il Cardinale sarebbe diventato. Penso alla spiritualità rivelata sin da bambino e al sapere scientifico del biblista Martini da ragazzo insoddisfatto delle edizioni della Bibbia; penso alle attenzioni che egli seppe mostrare al mondo e alle complesse problematiche dell’uomo di fronte alla modernità. L’affinamento di tali sensibilità avrebbe fatto da supporto all’attitudine pastorale che il professore di Critica testuale non aveva avuto modo di sperimentare prima di essere nominato arcivescovo da papa Wojtyla. Com’è noto, infatti, dopo il liceo, a Torino, lo studentato, il noviziato e l’ingresso nella Compagnia di Gesù, Martini s’era dedicato soltanto agli studi e proprio in questi sino ad allora si era particolarmente distinto.

Basterebbe però riprendere in mano le «lettere» che da arcivescovo Martini inviò alle famiglie in tempi specifici dell’anno liturgico, in gran parte in occasione dell’Avvento e della festa tipica della casa: il Natale. Tutti quei testi sono appunto incentrati sullo stare in famiglia: il parlarsi tra mamma e papà, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra il nucleo familiare e l’ospite magari inatteso (in una di quelle «lettere» Martini immagina di telefonare in una casa per farsi invitare), condividere i problemi quotidiani posti dalle scadenze scolastiche, dal lavoro, dal futuro, pensieri a voce alta e situazioni pratiche. È un esercizio di grande interesse mettere quei fascicoletti di poche e dense pagine in relazione a quanto, nel libro di Maris, emerge dal racconto di ciò che accadeva a Torino con lei bambina, i due fratelli maggiori, mamma Olga e papà Leonardo. Si va dagli appuntamenti familiari (erano una famiglia allargata i Martini, sia per tradizioni aristocratiche che per origini: ho sperimentato io stesso quanto, ad esempio, sia ancora viva a Biella la tradizione dei Maggia, cui apparteneva la mamma di Martini), alle punzecchiature e all’ironia nelle dinamiche familiari tra fratelli e tra questi e i genitori; dai giochi (a dispetto dell’immagine pubblica di una figura austera e un po’ distaccata il Cardinale era uomo di spirito, capace di molta ironia: Maris lo racconta divertita in più occasioni) alle vacanze al mare (in spiagge lontane e discrete Martini anche da arcivescovo non si negava, se poteva, il piacere del mare); dalle passeggiate sulle Alpi (il padre Leonardo fu un’ottima guida per i figli in montagna, in particolare per Francesco e per Carlo Maria; questi, poi da arcivescovo, si riserverà una giornata alla settimana per risalire sentieri, inoltrarsi nei boschi e in alcune occasioni cimentarsi in arrampicate) ai traslochi da una casa all’altra nelle difficoltà della Torino prebellica (coi risvolti emotivi del padre che, come riferisce Maris, quasi si pente di aver pensato a un cambiamento dal momento in cui la «casa grande» non sarebbe più servita, dopo la partenza di lì a poco del secondogenito Carlo per il noviziato di Chieri); dagli impegni scolastici all’Istituto Sociale, ai risvolti delle pratiche di devozione imparate da mamma Olga prima che dai Gesuiti e dagli Esercizi di sant’Ignazio.

Il seme che si sarebbe trasformato nelle pagine che formano il libro di Maris Martini aveva dunque incominciato a crescere traendo linfa dal riordino della memoria, dalla messa a fuoco di passaggi dell’«infanzia di Carluccio» e dell’ambiente familiare capaci di far comprendere quali componenti di carattere, di predisposizione personale e di formazione scolastica, oltreché di fede, viste in sé e filtrate attraverso le corrispondenze sia coi genitori sia con i fratelli, hanno inciso al punto da creare le condizioni perché quel ragazzo preso dai libri ma per niente alieno alle distrazioni dei coetanei sia diventato il Principe della Chiesa che Martini è stato.

Di fronte al giacimento di ricordi che quelle carte testimoniavano, Maris poteva prendere crescente consapevolezza degli archivi di casa sia attraverso la sua sensibilità nello sceglierli, sia nel confrontare con altri le «scoperte» che veniva facendo. Quanto fossero effettivamente nuove le cose che emergevano e quanto invece il suo sforzo di ricostruzione andasse a mettere in evidenza aspetti, eventi, episodi, risvolti che lei già sapeva, ai quali però non aveva attribuito prima l’importanza o comunque il rilievo che poi vennero ad acquisire al momento della messa in ordine, è tema suggestivo ma delicato. Conviene fermarsi, mettere in campo la discrezione che è necessario avere quando ci si viene a trovare sulla soglia dei sentimenti, dei vissuti personali, dei meccanismi inconsci che spesso ispirano le scelte. Io posso comunque dare testimonianza diretta di quale fosse la carica emotiva, la passione, il compiacimento con cui Maris si disponeva ad aprire vecchie scatole e raccoglitori impolverati, a leggere carte e a sfogliare album di fotografie, a condividere le osservazioni su taluni passaggi nei testi (penso alla lettera con cui Leonardo Martini cerca di dissimulare una certa intima delusione nel comunicare al fratello la notizia che il figlio ha deciso di chiedere d’entrare nella Compagnia di Gesù), a individuare nomi di persone raffigurate in vecchie immagini e a riorganizzare logicamente le circostanze che hanno portato a certe inquadrature, a stabilire nessi e collegamenti, a verificare fonti e interpretazioni.

«Galeotto fu il cinema» si potrebbe dire con una battuta. Nell’atteggiamento di Maris Martini alle prese con la memoria di un fratello che cresceva nella considerazione collettiva e che continuava a dividere forse ancor più da morto di quanto non fosse accaduto da vivo, ha rappresentato sicuramente una svolta il fatto di essere stata ad un certo punto chiamata in causa nel reperimento del materiale relativo agli anni torinesi di Carlo Maria Martini per vedete, sono uno di voi, il film sul Cardinale di Ermanno Olmi, l’amico carissimo che ci ha lasciato proprio mentre questo libro era in preparazione: le sue ultime sofferenze, come un lungo comune travaglio, hanno accompagnato anche questo pezzo di memoria di Martini. Un cerchio s’è chiuso: l’incontro personale con Olmi ha costituito l’elemento decisivo nel far scattare in Maris il pensiero che anche a lei toccava una parte nel definire la figura del fratello, così come io ed Ermanno stavamo facendo per il film.

È molto sincera, Maris, nella riconoscenza verso il regista. È scoperta, armata di candore e di misurata malizia. È prorompente nel manifestare il suo totale apprezzamento per il poeta che, realizzando un’opera d’arte, ha magistralmente indicato un altro punto di vista nella considerazione del fratello e quindi ha mostrato che la figura del Cardinale ha una tale originalità da non poter essere solo considerata per l’appartenenza alle istituzioni, alle scuole teologiche, al suo stesso Ordine religioso e alla Chiesa. È più saputa e istintivamente attrezzata di quanto probabilmente lei stessa sarebbe disposta ad ammettere nell’esercitare un accorto dosaggio delle doti d’un femminile che sa bene quello che vuole e che però cerca di lasciare all’interlocutore la convinzione di essere lui a chiedere.

Un gioco delle parti, mi vien da dire, anche sulla base dell’esperienza vissuta. Ad Ermanno Olmi, infatti, era andato bene che, dagli inizi del 2013, nei primi mesi d’impostazione della scaletta e predisposizione delle idee e dei materiali per il film fossi io a tenere i contatti con Maris. Ricordare taluni passaggi è utile alla comprensione dei contenuti e dello spirito del libro e serve anche a completare la storia di vedete, sono uno di voi. Soprattutto è illuminante, arricchisce le sfaccettature della figura del Cardinale attraverso la memoria collettiva che di lui si è venuta costruendo e contribuisce a disvelare in parte i meccanismi che partecipano a tramandare l’immagine complessa di un personaggio pubblico di spicco quale è stato ed è Martini. Quando ho accompagnato Maris da Olmi e i due si sono incontrati per la prima volta, come Maris ben rievoca nel libro, era il 26 settembre del 2013. Olmi ed io avevamo ultimato la prima stesura della sceneggiatura, grazie anche ad un’intensa e bellissima settimana di lavoro in quell’agosto 2013, ad Asiago. Avevamo da poco inviato il testo a Roberto Cicutto, al quale, da produttore del film, toccava di approvare e di dare il via alla lavorazione. Cosa che fece pressoché subito, con apprezzamenti venati da particolare calore. Ci mettemmo subito all’opera a cavallo tra settembre e ottobre.

L’incontro, riferito nei dettagli dall’Autrice qui nel libro, era auspicato e necessario. Oltre ovviamente ad un primo scambio diretto tra due persone che non potevano non essere destinate a conoscersi, vista la portata del progetto in cantiere e i legami fratello-sorella, serviva a garantirsi la collaborazione di Maris anche sotto un profilo, diciamo così, formale. Era il regista, il Maestro Ermanno Olmi che asseverava i contatti che io e Maris avevamo già avuto e le opportunità che ci erano state date di incontrarci e di conoscerci meglio dopo il primo approccio all’Aloisianum di cui ho riferito all’inizio, di parlare, di intrattenere scambi e, da parte mia, di fornire qualche anticipazione sull’idea del film e su come si stava procedendo. Penso ad alcuni episodi che hanno costituito in qualche modo la premessa per mettere a confronto i rispettivi punti di vista rispetto all’«idea» del Cardinale che nell’opinione pubblica si configurava all’indomani della morte di Martini. Ci ritrovammo reciprocamente interessati, anche se naturalmente da punti di vista diversi e da posizioni oggettivamente asimmetriche: Maris, la sorella, io il «biografo». Ci si intratteneva a valutare ciò che delle manifestazioni celebrative che si moltiplicavano sembrava più legato al contingente e i filoni che invece potevano venir approfonditi e sviluppati. Cito tra le occasioni in cui il nostro scambio fu più diretto: alcune presentazioni del mio libro Il Profeta. Vita di Carlo Maria Martini, edito da Mondadori; la messa in scena de Il Cardinale e gli altri, spettacolo promosso per iniziativa della Fondazione del Corriere della Sera e realizzato al Festival dei Due Mondi di Spoleto il 5 luglio del 2013 sul mio testo Il vescovo, la polis, i tempi. Dialogo tra il Cardinal Martini e la sua Anima, per la regia di Felice Cappa. Lo spettacolo fu poi ripreso a settembre al Piccolo Teatro Studio di Milano e rimase in cartellone per una decina di giorni e fu accompagnato da una serie di iniziative culturali tese a valutare ciò che l’episcopato di Martini aveva rappresentato per Milano, la Chiesa, l’Italia. Anche lì ci fu Maris.

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