È amore. Uomo e donna a immagine e somiglianza di Dio

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È amore. Uomo e donna a immagine e somiglianza di Dio

di Francesco Maria Marino OP e Fernando Parrotto Rizzello

Ad una attenta analisi della cultura odierna corrisponde il dato di una tendenza egocentrica che contraddice – quando non si oppone – lo slancio d’amore, il rapporto di donazione in cui si è disposti a dare senza ricevere. Una sorta di ipoteca grava su ogni apertura all’altro e rischia di compromettere costantemente l’amore fin dal suo nascere. L’amore molto spesso è «frustrazione» per questa sua ambiguità e incommensurabile possibilità di ricaduta su se stesso. Se da un lato è forte il desiderio di amare, dall’altro è grande la frustrazione che nasce quando questo desiderio non trova la possibilità di esprimersi, poiché resta contratto, paralizzato, ritorna indietro in quanto scorge nell’altro un muro che l’ostacola o sperimenta in se stesso un’impossibilità di aprirsi e di donarsi. Si sperimenta l’amore che fallisce, la donazione impossibile, la reciprocità mancata. Il mondo in questo contesto appare inesorabilmente dissimmetrico, frammentato e condannato alla divisione, mentre l’amore diventa affanno, defezione, disordine che coinvolge e condanna lo spirito oltre che oltraggiare i corpi.

La nostra cultura illuminista che ha imparato a calcolare ogni cosa, che oggettivizza e quantifica ogni scambio e non concede più spazio al gratuito, al semplice e all’inutile, si trova come spiazzata davanti a quella forza attrattiva che è l’amore, inteso come sorgente di ogni altra realtà e di ogni dinamica propria del vivere. La differenza, così importante per il nostro essere e per il nostro esistere, sembra minacciare il nostro ego. Amare, infatti, non significa dire: «tu sei tutto per me a tal punto che io non esisto se non per te e nella misura in cui tu mi permetti di ex-sistere»? Non significa riconoscere in definitiva la differenza come differenza al di sopra e al di là della propria identità? L’amore è il grande olocausto che si compie sull’altare del proprio io e forse è proprio questa opzione di fondo che non si vuole accettare. La differenza che non viene accolta è il vero luogo della sofferenza umana senza fine. Tanto è grande e bello l’amore e altrettanto grande è la sofferenza che sta dietro l’angolo quando si appanna, o anche si offusca appena quella luce solare che soltanto l’amore sa comunicare.

Occorre pazientemente e lentamente ricreare un’immagine di uomo che possa comprendersi come dono, scoprirsi nella reciprocità, nella trasparenza della «mia» coscienza di fronte alla «tua» e viceversa. Bisogna abbandonare la cultura degli specchi, riflessione ripetuta, narcisistica quanto inutile di se stessi, dove diventiamo tanti «oggetti sacri» che si dilettano del proprio io e si adorano segretamente. Occorre piuttosto incominciare ad andare incontro agli altri, occorre un paziente lavoro «controculturale» di immedesimazione nell’altro, nell’umanità dell’altro che è poi la mia umanità «condivisa» e «partecipata».

La teologia dell’uomo imago Dei regge alla prova del tempo, dal momento che si inscrive nella capacità dell’essere umano di entrare in comunione come il suo Dio, Uno e Trino; di cercare l’assoluto, che è una Persona, nelle relazioni interpersonali, infinite ed eterne; di amare con amore oblativo. Solo in quanto è creato a immagine di Dio l’uomo è soggetto di comunione e tende verso gli altri. L’antropologia teologica che emerge dai due racconti del libro della Genesi è quella di una creatura che ha ragione di esistere unicamente come persona, che ha la sua origine nella Trinità come unità perfetta di Persone non confuse. Questa condizione della creatura umana ne costituisce anche l’unicità e l’irripetibilità all’interno del cosmo, ponendosi come principio della sua capacità di amare.

Questo studio vuole consegnare ai fidanzati e agli sposi delle tracce da seguire per orientarsi nel proprio cammino, un programma di vita che si pone come obiettivo la felicità piena dell’amore. Il libro, impreziosito dalla prefazione del Card. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, è edito da Tau editrice.

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FRANCESCO MARIA MARINO OP. Nato a Bari e ordinato sacerdote nel 2009, è un religioso domenicano. Dopo gli studi di filosofia a Napoli e di teologia a Bologna ha conseguito i gradi accademici di licenza e di dottorato in Scienze Ecclesiastiche Orientali presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma ed è laureando in psicologia. Presso la Basilica Pontificia di San Nicola ha svolto il ruolo di formatore e di promotore delle vocazioni per la propria Provincia religiosa. Attualmente è docente incaricato di Storia delle Chiese Orientali presso l Facoltà Teologica P  ugliese e rettore della Basilica-Santuario della Madonna della Coltura in Parabita (Le). Con l’editrice Tau ha già pubblicato Aquile per un giorno solo (2017) e Passaggio a Dalmanutà (2017).

FERNANDO PARROTTO RIZZELLO. Nato a Casarano (Le) nel 1986, laico domenicano, sposato con Jessica, è Animatore della Comunicazione e della Cultura presso la Basilica-Santuario Maria SS. della Coltura in Parabita (Le). Dopo gli studi in Cultura cristiana dell’educazione e della famiglia presso l’Issr all’Apollinare della Pontificia università della Santa Croce, si è occupato di antropologia delle relazioni umane e del rapporto tra new media e famiglia.

Dall’introduzione del Card. Leonardo Sandri

Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” afferma il libro della Genesi. È un versetto che ci parla di identità: “Chi è l’uomo?”, ma al contempo pone la risposta in riferimento alla domanda su Dio, il Creatore. Già questa semplice affermazione ci chiede di superare un concetto di identità inteso in modo statico, perché il fatto stesso di porsi degli interrogativi implica una dimensione di cammino interiore, nel desiderio di conoscere e di scoprire. E sempre il libro della Genesi ci offre l’indicazione che tale ricerca non è l’aggirarsi in una giungla di idee chiare e distinte o di concetti, rendendo l’uomo un vagabondo cieco e un freddo calcolatore, ma trova il suo compimento dentro una relazione, poiché l’uomo non è da solo. È stato voluto da Qualcuno (Dio, il Creatore nel giardino di Eden) e vive con qualcuno, la donna, Eva, madre di tutti i viventi, con la quale forma la prima comunità umana. Io sono dunque, ma questo mio essere mi è stato consegnato, e tanto più vado alla ricerca della mia origine e della relazione che mi costituisce, tanto più divento e mi scopro me stesso.

Il pensiero filosofico e teologico, in ambito patristico e medievale, ha prodotto pagine e pagine a commento del versetto citato della Genesi, non sempre concordi, come è giusto che sia nella ricerca e nel dibattito. Tra tutte, mi piace riportare un’espressione di San Basilio Magno, grande Padre dell’Oriente: “L’immagine è la natura stessa dell’uomo nella sua immutabile costituzione; la somiglianza, l’effetto di tutto il lavoro della libertà, che indirizza le molteplici energie, secondo le virtù morali, a Dio…Come diventiamo a somiglianza? Per mezzo del Vangelo. Perché che cos’è il cristianesimo? Somiglianza con Dio per quanto può esserne capace l’umana natura. Se accetti di essere cristiano, fa’ di divenire simile a Dio, rivestiti del Cristo”1.

Possiamo individuare nella teologia dell’imago Dei il fuoco ardente che ispira e sviluppa l’esposizione dei quattro capitoli di Padre Francesco Marino, giovane e promettente discepolo del Padre e Maestro san Domenico, e del dott. Fernando Parrotto Rizzello, entusiasta e valido laico domenicano, che porta la sua esperienza di sposo e la sua formazione in cultura cristiana dell’educazione e della famiglia. Colpiscono la vasta conoscenza e la padronanza di diversi autori contemporanei, in ambito sociologico, filosofico, esegetico e teologico, senza dimenticare però i pilastri del pensiero cristiano, i Padri e i Dottori della Chiesa, con una singolare capacità di respirare “a due polmoni” – secondo la nota espressione attualizzata da San Giovanni Paolo II – tra l’Occidente e l’Oriente, di ieri e di oggi. Risuonano gli studi di dottorato del p. Marino, condotti presso il Pontificio Istituto Orientale in Roma, ma anche la passione di un religioso, intellettuale, che sa però stare anche come pastore in ascolto e in dialogo con i giovani e gli adulti del nostro tempo, tentati – soprattutto in Occidente – di mantenere uno sguardo basso sulle dimensioni più profonde dell’essere umano e la sua capacità di amare.

L’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia del Santo Padre Francesco, insieme alla rinnovata esigenza di accompagnare le tante situazioni di fatica e sofferenza all’interno delle famiglie, chiede alla Chiesa di aver il coraggio di riproporre uno sguardo buono e luminoso sul tesoro prezioso che il Signore ha posto nell’unione dell’uomo e della donna e nella loro capacità di generare vita. Il percorso che padre Francesco Marino e il dott. Parrotto Rizzello ci propongono si colloca proprio entro questo solco, che auspico possa diventare uno strumento di riflessione e conversione per molti.

Quanto ha affermato San Basilio nella citazione proposta poco sopra ci ispira infatti a custodire ed accompagnare il cammino della libertà, del suo “lavoro che indirizza le molteplici energie”. Ma ogni cammino, perché sia di pellegrini e non di erranti vagabondi, si determina a partire dalla meta che è cercata e desiderata, per la quale vale anche la pena di affrontare la fatica delle tappe richieste per raggiungerla. Ebbene, la meta del cammino è una Persona, anzi, la Comunione della Santissima Trinità, che con-voca, cioè accompagna e insieme chiama la coppia ad essere nel sacramento del matrimonio riflesso e segno vivo del mistero d’Amore eterno di cui santa Caterina amava dire “Tu, abisso di carità, pare che si’ pazzo delle tue creature”.

Intraprendere l’impresa dell’amore per sempre al giorno d’oggi è forse ritenuta da molti una follia, ma proprio per questo abbiamo bisogno di uomini e donne che, aiutati a riscoprire la loro origine e la loro vocazione, ci ricordino nel loro amarsi del nostro essere creati “a immagine e somiglianza di Dio”.

Con gli auguri per una buona, “folle”, lettura.

1BASILIO MAGNO, De Hominis structura, orat. I, n. 20

Introduzione

Ad una attenta analisi della cultura odierna corrisponde il dato di una tendenza egocentrica che contraddice – quando non si oppone – lo slancio d’amore, il rapporto di donazione in cui si è disposti a dare senza ricevere. Una sorta di ipoteca grava su ogni apertura all’altro e rischia di compromettere costantemente l’amore fin dal suo nascere. L’amore molto spesso è «frustrazione» per questa sua ambiguità e incommensurabile possibilità di ricaduta su se stesso. Se da un lato è forte il desiderio di amare, dall’altro è grande la frustrazione che nasce quando questo desiderio non trova la possibilità di esprimersi, poiché resta contratto, paralizzato, ritorna indietro in quanto scorge nell’altro un muro che l’ostacola o sperimenta in se stesso un’impossibilità di aprirsi e di donarsi. Si sperimenta l’amore che fallisce, la donazione impossibile, la reciprocità mancata. Il mondo in questo contesto appare inesorabilmente dissimmetrico, frammentato e condannato alla divisione, mentre l’amore diventa affanno, defezione, disordine che coinvolge e condanna lo spirito oltre che oltraggiare i corpi.

La nostra cultura illuminista che ha imparato a calcolare ogni cosa, che oggettivizza e quantifica ogni scambio e non concede più spazio al gratuito, al semplice e all’inutile, si trova come spiazzata davanti a quella forza attrattiva che è l’amore, inteso come sorgente di ogni altra realtà e di ogni dinamica propria del vivere. La differenza, così importante per il nostro essere e per il nostro esistere, sembra minacciare il nostro ego.

Amare, infatti, non significa dire: «tu sei tutto per me a tal punto che io non esisto se non per te e nella misura in cui tu mi permetti di ex-sistere»? Non significa riconoscere in definitiva la differenza come differenza al di sopra e al di là della propria identità? L’amore è il grande olocausto che si compie sull’altare del proprio io e forse è proprio questa opzione di fondo che non si vuole accettare. La differenza che non viene accolta è il vero luogo della sofferenza umana senza fine2. Tanto è grande e bello l’amore e altrettanto grande è la sofferenza che sta dietro l’angolo quando si appanna, o anche si offusca appena quella luce solare che soltanto l’amore sa comunicare.

Al di là di ogni tecnica di seduzione, in una società dell’immagine e della superficie, dell’apparenza, del messaggio ad ogni costo e della spettacolarizzazione anche del bello, occorre recuperare urgentemente la metafisica dell’amore umano: quell’infinito che non si lascia possedere perché non consente di scegliere. Quella ricerca della totalità che immancabilmente sfugge perché la perfezione non si fa prendere e svanisce appena la si tocca. La dialettica dell’amore è la dialettica e la dinamica della vita stessa. L’amore rende unitaria la vita, dà un significato altissimo alla propria esistenza e pone in una condizione ottimale per capire gli altri. È slancio, è movimento, è «tensione per». Senza una metafisica dell’amore umano a dominare è l’entropia dei sentimenti, ma soprattutto si va delineando una situazione in cui l’amore viene sempre più sostituito dal sesso, più semplice a raggiungersi e più facile a consumarsi. Ha ragione il filosofo Gabriel Madinier quando afferma che amare significa «costruire un noi all’interno del quale la coscienza si pone come relazione di me per te e di te per me»3.

Occorre pazientemente e lentamente ricreare un’immagine di uomo che possa comprendersi come dono, scoprirsi nella reciprocità, nella trasparenza della «mia» coscienza di fronte alla «tua» e viceversa. Bisogna abbandonare la cultura degli specchi, riflessione ripetuta, narcisistica quanto inutile di se stessi, dove diventiamo tanti «oggetti sacri» che si dilettano del proprio io e si adorano segretamente. Occorre piuttosto incominciare ad andare incontro agli altri, occorre un paziente lavoro «controculturale» di immedesimazione nell’altro, nell’umanità dell’altro che è poi la mia umanità «condivisa» e «partecipata». Anche dal punto di vista umano, per ritrovare l’amore non resta che meditare profondamente sulle pagine del vangelo, dato che l’amore – secondo quanto annotava V. Frankl – «non è merito, è grazia», «è miracolo […] che compie ciò che in un certo senso trascende la nostra comprensibilità»4.

Ed è per questo che il presente lavoro, pur nella sua brevità, tenta di scorgere la vocazione “alta” dell’uomo ad amare e ad essere amato nel dato biblico che lo presenta a se stesso come creatura che porta in sé le vestigia di colui che lo ha creato. È nell’uomo un desiderio di incorruttibilità e di vita al di là della vita per il quale egli non si sente mai appagato completamente. Si confronta quotidianamente con le forze del peccato ma anela alla perfezione e all’amore vero.

La teologia dell’uomo imago Dei regge alla prova del tempo, dal momento che si inscrive nella capacità dell’essere umano di entrare in comunione come il suo Dio, Uno e Trino; di cercare l’assoluto, che è una Persona, nelle relazioni interpersonali, infinite ed eterne; di amare con amore oblativo. Solo in quanto è creato a immagine di Dio l’uomo è soggetto di comunione e tende verso gli altri. L’antropologia teologica che emerge dai due racconti del libro della Genesi è quella di una creatura che ha ragione di esistere unicamente come persona, che ha la sua origine nella Trinità come unità perfetta di Persone non confuse. Questa condizione della creatura umana ne costituisce anche l’unicità e l’irripetibilità all’interno del cosmo, ponendosi come principio della sua capacità di amare.

La breve ricerca si snoda in cinque capitoli.

Il primo capitolo esplora sinteticamente i dati biblici che si evincono dai due racconti della creazione appartenenti a due distinte scuole redazionali (Gen 1, Sacerdotale e Gen 2, Yahvista). L’esegesi prosegue anche nel secondo capitolo, nel quale si analizza il capitolo decimo del vangelo di Marco ai versetti 1-8. Gesù, rispondendo alla domanda dei farisei circa il ripudio della donna da parte dell’uomo, rilegge l’unione uomo-donna riconducendola alle origini, cioè alla luce della Rivelazione che si evince dai racconti della Genesi.

Il terzo capitolo sull’essenza dell’amore offre spunti di natura filosofica e teologica alla riflessione sull’amore. La sua fenomenologia va compresa e vissuta alla luce di un moto di donazione che mette in gioco tutta la persona umana. Non si tratta semplicemente di un’emozione, né di un sentimento – per quanto elevato lo si intenda – ma di un modo di essere costitutivo dell’uomo, della sua vocazione naturale.

Nel quarto capitolo si affronta l’amore sponsale nel duplice tentativo di distinguerlo dalle altre forme di amore, in quanto gode della grazia sacramentale che lo rende unico ed eccelso, e di presentarlo nella sua totalità. Non mancano riferimenti e suggerimenti per orientarsi nell’attuale contesto socio-culturale.

L’ultimo capitolo è dedicato ad alcune riflessioni di carattere pratico. L’uomo ferito dal peccato, eppur bisognoso di amore, è chiamato ad un esercizio continuo delle virtù (in senso letterale ascesi), nella Chiesa e per mezzo di essa. L’amore sponsale dona alla Chiesa la linfa nuziale della gioia ricordandole che essa anticipa e prefigura in terra il banchetto celeste. La Chiesa, dal canto suo, dona agli sposi suoi membri la potenza dello Spirito Santo mediante la Parola e i Sacramenti. Con pazienza quotidiana e con i gesti di tenerezza, così importanti nella vita di coppia, fidanzati e sposi possono rinnovare il loro amore.

Alle coppie di fidanzati e di sposi si vuole consegnare la vocazione ad essere semplicemente se stessi: esseri di comunione poiché figli di un Dio di comunione.

2 «L’inferno sono gli altri» scriveva amaramente Sartre nella sua opera teatrale A porte chiuse. I tre protagonisti sono sempre stati osservati dagli altri. L’essere visti e giudicati da altri, spinge Garcin a pronunciare la celebre frase.

3 Cf. G. MADINIER, Coscienza e giustizia, Giuffré, Milano 1973.

4 V. FRANKL, Logoterapia e analisi esistenziale, Morcelliana, Brescia 2005, 159-160.

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