don Marco Pozza – Il balzo maldestro

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Il balzo maldestro

Quella cristiana è la storia del riscatto da un sequestro: Satana sequestra l’uomo, Dio paga di persona per liberarlo. È una storia che si intreccia con l’autobiografia dell’autore, scandita da un’originale rilettura dei complementi di luogo imparati alla scuola elementare. Dal giardino dell’Eden alla gattabuia del Demonio, andata e ritorno, è l’indicazione dell’eterno viaggio della speranza.

Poiché tutto può il demonio, ma non cancellare dal cuore la nostalgia di Dio. Nulla hanno ancora potuto stragi, graticole, ripicche: la sua memoria è dappertutto. Basterà poco, il bisbiglìo di un Mistero, per risvegliare nell’uomo il sapore del Cielo. Accadrà come per le anatre domestiche, al tempo delle migrazioni: attratte dal grande volo triangolare delle anatre selvatiche di passaggio, esse «abbozzano un balzo maldestro», disprezzando per un istante il pollaio.

Seguendo questa intuizione, suggerita da quello straordinario maestro della narrazione che è Antoine de Saint-Exupéry, Marco Pozza, in questo suo nuovo libro ricchissimo di suggestioni, ci racconta una storia che parla di anatre, di gazzelle e di deserti. Di un sequestro e del suo riscatto. Di una Cittadella da (ri)costruire, oggi più che mai, nel cuore dell’uomo.

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Preludio (dal libro)

«ALLA STAZIONE DI ZIMA»

L’intrigo di un volo

Quante volte, durante gli anni del liceo classico, ho sentito pronunciare il suo nome. M’infastidiva già per quel semplice fatto di portarsi cucito addosso l’accento d’oltralpe, il piglio francese: Antoine, pronunciato con il mento all’insù, bocca a culo di gallina. Con l’aggravante di un cognome composito che somigliava tanto al codazzo dell’arrogante di turno che passeggia in centro città, tutto intento a farsi (ri)mirare: de Saint-Exupéry. Il professore di lettere, in classe, usava la sua fama per dividere il mondo in somari e cavalli di razza, capre e aquile, gregari e fuoriclasse: “Si vede distante mille miglia che tu non hai letto Il piccolo principe” era la sua filastrocca. Per lui, innamorato della letteratura, il mondo non l’aveva diviso la nascita del Cristo a Betlemme ma, per l’appunto, il principe: c’erano quelli che avevano letto la favola di Antoine e quelli che non l’avevano mai letta. Questi ultimi, e io vi appartengo, nella graduatoria del suo cuore partivano sfavoriti, quasi menomati nel pensiero: non avevano letto Il piccolo principe.

Lui diceva di notarlo da distante.
Antoine de Saint-Exupéry: mento in su, bocca a culo di gallina, erre moscia.
Il giorno dell’esame di maturità, mi sono seduto davanti alla corte marziale della commissione tenendo sottobraccio l’appassionata rilettura di tutte le opere dello scrittore italiano Giovanni Verga, il mio amico di penna. La prima volta che lessi I Malavoglia, piansi come un bambino.
Barche sull’acqua, tegole al sole, la Provvidenza: pareva la storia della gente di casa mia che, ancora oggi, se ne sta aggrappata alla collina, tutta tronfia nell’abitare laddove la sorte li ha fatti venire al mondo. Come ostriche sullo scoglio, come i Malavoglia che eran «tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere». Di sbieco, il professore di lettere mi indagava: sono uno di quelli che non si spegne nella tempesta. Anzi, mi accendo appena mi dai le chiavi per la sopravvivenza. Quando mi alzai per uscire dall’aula, gettai lo sguardo laddove per cinque anni avrei voluto scagliarlo, non fosse stato per il monito della nonna che mi rintronava ogni qualvolta il nervoso mi faceva andar fuori giri: “Ricordati che lui ha sempre il coltello dalla parte del manico”.
Il professore, mai sazio, anche quel giorno mi sfidò: “Comunque si vede da distante che non hai letto Il piccolo principe”. Era conseguenza della vivacità della mia discussione d’esame. Per la scuola, dunque, ero considerato maturo. Ritenni maturo il tempo di confidargli ciò che mi stava a cuore: “Grazie a te, mai e poi mai leggerò quella maledetta storia. Orgoglioso di non essere dei tuoi!”.
Uscii dall’aula.
Fuori dalla scuola, trovai l’estate ad attendermi: il sole di luglio, il canto dei grilli, le animatrici abbronzate. Quell’estate, incollato al televisore, mi inzuppai di dirette RAI dalla Francia, il paese di Antoine. Sfiga: ancora erre moscia, Pirenei, roseti. Una doppia sfiga: Italia-Francia, mondiali 1998. Il tiro di Roberto Baggio che esce «di tanto così», il frastuono della traversa colpita da Di Biagio, i cugini che volano sempre più su. Fino al titolo mondiale: il Brasile è k.o.
Fino al 27 luglio 1998. Piove che Dio la manda al Tour de France. Quando mancano 47 km al traguardo delle Deux Alpes, “Ecco, parte Pantani!”. È folle il mio campione: manca tanta salita, manca tanta discesa, manca un’eternità. Ma il Pirata può tutto: dopo il Giro d’Italia vinto a giugno, a Parigi si alza il tricolore e risuona l’Inno di Mameli: dopo trentatré anni, la Grande Boucle torna in Italia. Pantani vince il Tour: chissà se aveva letto Il piccolo principe!
Che il tonfo del legno della traversa fosse dipeso dal fatto che Di Biagio non l’aveva letto? Mistero dello sport, o del cervello del mio professore di lettere.
Io, di sicuro, non l’avevo letto. E che non l’avrei mai letto glielo avevo anche confermato. Però, a fidarmi della votazione nel tabellone, per la scuola ero maturo lo stesso.
Estate 1998, quella della maturità.
«Chi disprezza, un giorno compra», mi diceva sempre la nonna.

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