don Luigi Ginami – Dove i cristiani muoiono

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Don Luigi Ginami narra di quattro diverse missioni compiute in luoghi dove essere cristiani vuol dire mettere a repentaglio la propria vita: Kenya, a incontrare il vescovo di Garissa, vittima di un attacco dei fondamentalismi scampato miracolosamente alla morte.

Nella sua diocesi, la strage di studenti universitari cristiani il 2 aprile 2015. Kenya, a conoscere i cristiani ospiti del più grande campo profughi dell’ONU (circa 360.000, in fuga da guerre tra Stati e da guerre tribali). Iraq, a visitare le terre sconvolte dall’espansione dello “Stato Islamico”, e in particolare Mosul, e a portare aiuto e sostegno a migliaia di perseguitati, cristiani e non.

Palestina, a dialogare con le vittime del conflitto tra Israele e Autorità palestinese: il volto umano e dolente di popolazioni vittime della grande politica. Ebrei, musulmani e cristiani ugualmente colpiti da un odio assurdo. Con una figura di sacerdote (l’unico nella Striscia di Gaza) che non si può non ammirare e con le suore di Madre Teresa in prima linea… a favore di moltissimi bambini musulmani.

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PREFAZIONE

Vivere in un paese dove la maggioranza condivide la propria religione è un lusso, spesso dato così per scontato che è difficile da percepire. Esprimere la propria fede apertamente con tutta la comunità, senza dover spiegare le proprie credenze e usanze, rende sicuramente la vita più facile. E spesso, più sicura. Non temere che la nostra religione possa fare di noi un bersaglio è veramente un privilegio. Ma come tutti i privilegi, può renderci pigri, più propensi a ignorare che in molte parti del mondo dichiarare la propria religione è un atto di coraggio, che può portare alla morte.

È tristemente ironico che una delle regioni più pericolose per le minoranze religiose sia proprio la culla delle tre grandi fedi monoteiste: il Medio Oriente. È in questo contesto che la religione più seguita al mondo, il cristianesimo, diventa la minoranza più diffusamente perseguitata.

I numeri, anche se approssimativi, parlano chiaro: all’inizio del secolo scorso, i cristiani rappresentavano quasi il 20% della popolazione del Medio Oriente. Nel 2010 contavano meno del 4%, e i numeri continuano a calare. Il rischio che i cristiani spariscano dalla Terra Santa non è mai stato cosi reale.

Le minoranze cristiane sono coesistite con la maggioranza musulmana in Medio Oriente per quattordici secoli. Nonostante varie fasi di diseguaglianza e marginalizzazione, i cristiani del mondo arabo sono riusciti comunque a prosperare e vivere in pace con i conterranei musulmani. La loro costante presenza come minoranza religiosa dopo un millennio e mezzo di convivenza ne è la prova.

È stato l’ultimo secolo, e in particolare gli ultimi anni, ad essere particolarmente devastanti per i cristiani arabi. L’instabilità politica e l’ingiustizia sociale che hanno seguito il crollo dell’Impero Ottomano hanno aiutato l’espansione dell’islamismo estremo. Più recentemente, la guerra ha decimato le antiche comunità cristiane in due paesi: l’Iraq e la Siria.

L’Iraq nel 2003, prima della invasione americana, aveva all’incirca un milione e mezzo di cristiani, che vivevano relativamente liberi da discriminazione. Il ministro degli esteri di Saddam Hussein, ad esempio, Tariq Aziz, era cristiano. Ora si pensa che i cristiani in Iraq non siano più di 258.000. L’espansione del cosiddetto “Stato Islamico” ha ovviamente inciso su questo esodo, ma i cristiani iracheni hanno cominciato ad essere presi di mira poco dopo la caduta di Saddam Hussein, dieci anni prima l’impennata di ISIS: uno dei primi segni che la società di quel paese stava iniziando a sgretolarsi, insieme all’escalation di violenza settaria fra musulmani sunniti e sciiti.

In Siria i legami storici con il cristianesimo sono così forti che nella cittadina di Maaloula, a 50 chilometri da Damasco, si parla ancora aramaico, la lingua di Gesù. E infatti, quando la Siria fu creata nel 1920, un terzo della popolazione era cristiana. Ora si pensa ci siano meno di 900.000 cristiani per una popolazione di 18 milioni. Una fuga che continua. E chi di noi, dopo aver sentito storie di esecuzioni per mano dell’ISIS che gelano il sangue, potrebbe veramente biasimare i cristiani che scappano? Anche perché ISIS dava loro poca scelta: se non si convertivano all’islam, o se ne andavano o venivano decapitati.

L’organizzazione benefica Open Doors compila ogni anno la lista dei paesi dove la persecuzione dei cristiani è più estrema. In prima posizione c’è la Corea del Nord, dove possono ucciderti perché possiedi una Bibbia, anche se nella dittatura di Kim Jong Un possono ucciderti anche per meno. Fra gli altri primi dieci paesi della lista troviamo l’Eritrea, dove i cristiani sono perseguitati dal regime dittatoriale, e l’India, dove i cristiani soffrono del nazionalismo religioso induista. Ma questi paesi sono eccezioni. Negli altri della lista, Afghanistan, Somalia, Sudan, Pakistan, Libia, Iraq, Yemen e Iran, paesi di maggioranza islamica, la persecuzione dei cristiani viene dall’islamismo estremo.

ISIS e altri gruppi terroristici di matrice islamista estrema si vantano del loro trattamento disumano dei cristiani, anche perché ne capiscono il valore mediatico. Nel febbraio 2015 ISIS ha sgozzato ventuno cristiani copti egiziani su una spiaggia in Libia in uno dei suoi ignobili video di grottesca propaganda. Le ventuno vittime cristiane indossavano tute arancioni, come quelle usate a Guantanamo Bay. La spiaggia libica è il confine con l’Europa. I terroristi islamisti considerano i cristiani non solo degli infedeli, ma anche soci dell’Occidente. Il messaggio del video era chiaro: voi occidentali imprigionate i nostri “alleati” a Guantanamo, noi uccidiamo i vostri alla porta dell’Europa.

La minaccia verso i cristiani in Medio Oriente è seria e innegabile. Ma per capirla a fondo dobbiamo vederla nel contesto della regione. Le divisioni settarie, l’assenza di vera democrazia, di sicurezza, di diritti civili, di legalità: questi problemi toccano quasi tutti i cittadini di questa regione instabile, dove l’identità religiosa è inestricabile dalla identità politica. Essere sunnita, sciita, cristiano, alawita, druso o yazida ha una importanza sociale, geografica ed economica oltre che spirituale.

Che gli attacchi sui cristiani ci stiano più a cuore è naturale. Anche se arabi, li vediamo come “uno di noi”. Ma sbagliamo se non diamo uguale importanza a tutta la violenza settaria che ingolfa questa regione. Nel 2017, centoventotto copti sono stati uccisi in numerosi attacchi terroristici in Egitto, l’ultimo dei quali in una chiesa durante il periodo natalizio. Un mese prima, trecentocinque musulmani sufi, considerati eretici dagli estremisti, muoiono in un solo attacco in una moschea nella penisola del Sinai. In Iraq, l’attacco più devastante da parte di ISIS prese di mira la comunità sciita di Karrada, a Baghdad: un’enorme bomba uccise 323 persone e ne ferì centinaia nel luglio 2016, in un centro commerciale pieno di famiglie che celebravano il Ramadan. La crudeltà dello Stato Islamico prende particolarmente di mira cristiani e yazidi, ma non risparmia i fratelli e le sorelle musulmani.

Si parla molto di guerra fra civiltà. La domanda che ci poniamo spesso in Occidente è se la violenza e l’intolleranza che vediamo in molte parti del mondo islamico provengano dall’islam stesso. Sicuramente gruppi come ISIS storpiano frasi dal Corano per giustificare il loro odio violento. Vedono chiunque non condivida la loro interpretazione estrema dell’islam come un “infedele”, anche se si tratta di altri musulmani. Lascerò ai teologi l’interpretazione approfondita delle scritture coraniche. Io so solo che dopo dodici anni ad Al Jazeera e centinaia di ore dedicate ad analizzare la violenza in Medio Oriente in tutti i suoi aspetti, più del 90% delle interviste che ho condotto erano di natura politica e non religiosa. Disoccupazione, illegalità, disperazione, ingiustizia e sete di vendetta sono i veri reclutatori dei gruppi terroristici, non le frasi controverse del Corano. Più si sgretolano le istituzioni dello Stato e più crescono il settarismo, la paura e l’odio verso il diverso. Queste le parole di Gregorio III Laham, patriarca della Chiesa cattolica greco-melchita: “Il futuro dei cristiani in Siria non è minacciato dai musulmani, ma dal caos”.

L’Occidente deve pensare chiaramente che la sua lotta è contro il terrorismo e non contro l’Islam. La soluzione della persecuzione dei cristiani in Medio Oriente si troverà solo cercando di stabilizzare la situazione per tutti i gruppi etnici e religiosi, nella maniera più equa possibile. La vera chiave di un futuro stabile per il mondo arabo sono gli arabi stessi, qualsiasi sia la loro religione.

Barbara Serra

Al Jazeera English

Prologo

Parlare delle persecuzioni contro i cristiani nel mondo di oggi è argomento complesso quanto urgente. Alla questione sono dedicate indagini giornalistiche (poche) e analisi di politologi e osservatori. Il tema compare nel dibattito politico, con qualche rischio di strumentalizzazione.

Io ne posso e ne voglio parlare come di un’esperienza personale: ho visitato quei luoghi e incontrato le persone che portano su di sé e dentro di sé l’orrore per una violenza “giustificata” in nome di Dio. Non solo contro i cristiani: sono Paesi in cui spesso la devastazione è ovunque; ma quando è contro di loro è perché sono cristiani, cioè figli di una fede diversa e odiata.

Le vittime di cui so qualcosa per conoscenza diretta sono tutti amanti della pace, ma travolti dall’oblio della ragione, della fede, della carità e della speranza.

Mi sembra giusto cominciare ogni analisi e cercare soluzioni partendo dall’ascolto della loro voce.

E infine: qualcuno rimarrà sorpreso per il fatto che qui non si parla solo di vittime cristiane. Chi se ne stupirà, è invitato a riflettere: facciamo così perché, da veri seguaci di Cristo, non vogliamo parlare solo delle persecuzioni dei cristiani, ma del motivo per cui secondo noi il cristianesimo è necessario per il progresso dell’umanità ad ogni latitudine.

Don Luigi Ginami

KENYA

Dadaab Refugee Camp

16-23 Febbraio 2017

Perseguitati, ma non abbandonati (2Cor 4,9).

1 – Un dito indice

“Per trovare i martiri non è necessario andare alle catacombe o al Colosseo: i martiri sono vivi adesso, in tanti Paesi. I cristiani sono perseguitati per la fede. In alcuni Paesi non possono portare la croce: sono puniti se lo fanno. Oggi, nel secolo XXI, la nostra Chiesa è una Chiesa dei martiri”

(Omelia di papa Francesco a Santa Marta, 6 aprile 2013).

L’imbarco del mio volo per Amsterdam dal gate B 10 sta per chiudere. Ho il passaporto in mano, cerco nello zaino il biglietto… lo trovo.

In verità ne ho 3, di carte d’imbarco. Il viaggio è complesso. Un volo che mi porta a Mombasa, la seconda città del Kenya, per soli 525 euro, ma mi costringe a viaggiare per 18 ore: Roma-Amsterdam poi, questa notte, Amsterdam-Nairobi e poi domani Nairobi-Mombasa.

Cerco di ricordarmi per l’ultima volta se ho preso tutto con me. Mi tranquillizzo. Ho proprio tutto! Posso imbarcarmi. Davanti a me c’è una breve coda. Sono quasi tutti entrati. Lentamente mi avvicino e una hostess mi aspetta con un sorriso. È giovane, deve avere meno di trent’anni. Molto carina e con un trucco ben curato.

Ma di lei non mi colpisce il trucco e la sua bellezza, mi colpisce il suo indice destro. Davanti a me ci sono due persone. Osservo la ragazza strappare meticolosamente la carta d’imbarco restituendo il tagliando ai passeggeri che mi precedono. È proprio in questo gesto dello strappare le carte d’imbarco che osservo il suo indice. Ha un piccolo anello dorato. Mi incuriosisco. Sono un sacerdote e… mi viene in mente qualche cosa. Fermo il pensiero e aguzzo la vista. Sono un po’ orbo, ma i miei occhi riescono a mettere a fuoco con precisione. Sì è lei: è una coroncina del rosario.

Riguardo una seconda volta. Ne sono sicuro. La donna mi sorride, guarda il passaporto, guarda la carta d’imbarco e strappa. Mi riconsegna il pezzo che contrassegna il posto. Dolcemente le trattengo la mano per un breve istante. Lo faccio in modo molto prudente, ma mentre tengo la sua mano curata le dico:

«Grazie per il bellissimo esempio che mi hai dato. Non ti vergognare mai di mostrare a tutti i passeggeri che porti il rosario al dito! Sono sicuro che lo reciti anche».

La giovane hostess arrossisce, guarda la sua mano e mi guarda dritto negli occhi. Le rispondo: «Sono un sacerdote. Sto andando in un Paese islamico e mi ha fatto bene vedere che non ti vergogni di essere cristiana. Vado al Dadaab Refugee Camp, al confine tra Kenya e Somalia».

«Padre è pericoloso! So che cos’è, è tristemente noto. C’è una marea di gente che soffre. Stia attento».

Lascio lentamente la sua mano. Lei si è spostata e la collega benevolmente la sostituisce per una manciata di secondi.

«Per questo motivo mi ha fatto tanto bene al cuore vedere il tuo rosario. Brava! Non avere mai paura a mostrarti una cristiana. Mentre tu strappi i biglietti dai testimonianza con il tuo indice destro, fai catechesi. Molti, la maggioranza, non lo riconosceranno, ma ne basta uno solo, un povero prete come me, per dire che oggi proprio con il tuo piccolo segno hai fatto una grande cosa».

Estraggo il mio rosario di plastica gialla. Viene dall’Iraq. Ho scelto quello come compagno di viaggio.

«Vedi» dico alla ragazza, «questo l’ho preso da un campo profughi a quarantacinque chilometri da Mosul. Anche quella povera gente non si è vergognata di essere cristiana e per questo motivo ha perso tutto. Minacciata dall’ISIS, è dovuta fuggire. A te non è richiesto di lasciare tutto, ma semplicemente l’audacia di continuare a fare quello che hai fatto oggi. Me lo prometti?».

La ragazza mi guarda con uno sguardo dolce.

«Padre, grazie per quello che mi hai detto! Sono felice dei tuoi apprezzamenti. Recito il rosario tutti i giorni e ti prometto che mentre tu volerai verso Amsterdam, proprio in queste ore reciterò il rosario per te».

Le stringo forte la mano e nel cuore mi entrano forza e pace. Non sono solo: tante persone buone pregano per me.

Stiamo atterrando. Penso a quella ragazza e al rosario che ha recitato proprio in queste ore…

Stiamo lasciando l’aereo. Le porte sono aperte.

Un signore italiano di mezza età mette la sua mano sul poggiatesta davanti al mio e… sull’anulare della mano destra? Non è possibile! Un rosario! Lo raggiungo in aeroporto e lo saluto garbatamente. Anche la moglie ha un rosario al dito. Se guardi bene attorno a te, c’è più fede di quello che credi. Cercala perché la fede non appare, è umile e discreta, ma ha una grande efficacia: si chiama testimonianza.

Oggi volando ad Amsterdam ho imparato tutto questo. E sono solo poche ore che viaggio. Ci penso ancora, davanti a un frullato ai frutti di bosco in aeroporto.

Ho tre lunghe ore da occupare e tanti buoni pensieri da coltivare.

2 – Ecumenismo di acqua pura

Ieri è stata una giornata pesante. Dopo il lungo viaggio abbiamo avuto riunioni con Jimmy e Doreen per programmare il viaggio a Dadaab. L’auto è forte e robusta, una Toyota Prado. Vista la strada dura, impervia e pericolosa che dobbiamo percorrere, alcuni benefattori ci hanno permesso di noleggiarla. Sembra che Jimmy abbia fatto un’ottima scelta.

Mentre disfo la valigia e preparo lo zaino per Dadaab, i miei amici vanno al supermercato per le provviste, soprattutto per l’acqua. La zona dove siamo diretti è colpita da tempo da una grave siccità, tanto che i vescovi del Kenya hanno chiesto di dichiarare lo stato di calamità nazionale.

I ragazzi ritornano con le provviste e prima di cena abbiamo un ultimo appuntamento, chiamiamo il vescovo di Garissa. È cortese ed entusiasta della nostra visita. Ci ricorda di portare i documenti personali: per entrare nel campo di Dadaab è necessaria la protezione dei militari e avere i documenti in regola per ottenere il pass. Loro ci scorteranno da Garissa a Dadaab.

Ora tutto è pronto. Sprofondo in un sonno ristoratore.

Jimmy mi aspetta alle 4.30. Beviamo un caffè bollente nel caldo africano appena mitigato dalla notte e passiamo a prendere Doreen. Siamo molto affiatati e in un viaggio del genere è fondamentale. Sono l’unico bianco e questo in Africa significa per tutti, immediatamente, cristiano e, purtroppo, ricco: un uomo da cui si possono ottenere favori… o la facile preda di un rapimento.

I ragazzi mi abbracciano forte e mi dicono che andrà tutto bene. Non hanno mai fatto un viaggio verso una località così distante. Sono emozionati e anche velatamente preoccupati, ma si fidano ciecamente di me. Hanno seguito i miei viaggi a Challapalca e poi in Iraq, in Vietnam: in posti duri, difficili e pericolosi.

So che in Italia la gente che ci vuole bene sta pregando per noi. Al collo ho il medaglione dell’Arcangelo Michele che portavo già nel mio ultimo viaggio a Garissa e al polso un rosario colorato, di spago, con una piccola medaglia dell’Arcangelo Michele che avevo a Gaza in una delle mie prime missioni umanitarie.

Partiamo tranquilli.

Dopo un’ora la strada asfaltata lascia il posto alla pista sterrata piena di buche. Una bellissima gazzella ci attraversa la strada, poi delle scimmiette scappano via. La polvere della strada comincia ad annebbiare la vista e il panorama cambia, si fa più desolato. La macchina procede bene e sembra in ottimo stato. Controlli di polizia di routine, poi due pastori somali con due greggi di capre magre, dalle quali succhiano latte perché l’acqua scarseggia.

Jimmy è al volante da ore. Tra poco gli do il cambio.

La strada esige molta attenzione perché le buche sono enormi e si deve usare anche la ridotta. Il caldo si fa forte. Ci fermiamo a un cartello stradale che indica che Garissa è a 228 km. Ma in Africa i chilometri non contano, conta la strada. Scattiamo foto ricordo.

Sono più in pace ora di quando preparavo a Roma il viaggio. L’avventura comune ci unisce e così cominciamo a parlare e a scambiarci confidenze. Siamo cristiani, ma non tutti cattolici. Io sono cattolico, Jimmy è battista e Doreen appartiene a una chiesa protestante minore chiamata “Oasi di pace”. Però ci sentiamo tutti e tre fratelli in Gesù. Viste da qui, le nostre divisioni sembrano proprio futili e in questa terra, dove l’islam è molto presente, la differenza confessionale impallidisce. Tutti e tre crediamo a Gesù e gli vogliamo bene: qui si tratta di una scelta fondamentale netta, evidente a tutti.

I somali musulmani non la pensano come noi, siamo pochi e questa situazione ci unisce.

Ricordo la stessa situazione a Gaza, in Palestina, tra cattolici e ortodossi.

Tra un’ora saremo a Bura Tana, dove abbiamo costruito una chiesa in onore dei martiri di Garissa. Questa terra ha bevuto il loro sangue, il sangue di 148 giovani. Sono morti per il nome di Gesù e per questo sono tutti in paradiso, anche se non tutti erano cattolici. Parliamo di questo e riflettiamo sulla nostra vita e sulle ragioni profonde del vivere. In queste difficoltà emergono i valori veri, che danno spessore e sapore alla vita. Sono felice del mio servizio sacerdotale: mi permette anche di vivere queste esperienze forti, che cambiano il modo di pensare e agire.

Mi domando sempre perché qui, su questa strada dura e pericolosa ai confini con la Somalia, mi sento in pace e dormo profondamente, mentre tante volte, a Roma, ho difficoltà a dormire per le mille cose che mi girano nella testa. Proprio in questo istante, mentre una grossa buca mi fa sobbalzare, vedo chiaramente ragioni profonde che nel quotidiano in Italia si appannano.

In una terra dove l’acqua manca totalmente, tre cristiani di differenti confessioni che si dissetano dallo stesso collo di bottiglia e bevono la stessa acqua pura e potabile sono un segno forte di comunione e condivisione di ciò che è essenziale: l’acqua e il nome di Gesù.

Siamo a un villaggio, Hola. Prendo il volante e do il cambio a Jimmy, che guida dalle 5.

Un’ora dopo, oltrepassata Bura Tana, il panorama cambia ancora. Ora incontriamo molti cammelli, con i loro proprietari e la loro inconfondibile puzza. Cerchiamo una pompa di benzina. Sono tutti musulmani e l’impressione non è piacevole. Preferisco stare in macchina.

Il caldo ora è molto più forte. Bambini nudi si buttano in stagni luridi dove il fango si confonde con l’acqua. Uomini e donne raccolgono carbone ottenuto per combustione da alberi ancora fumanti.

Paesaggi spettrali e il caldo aumenta. Ci scoliamo un’altra bottiglia d’acqua.

3 – Paura fuori pista

Con Jimmy ci alterniamo alla guida. Lui al volante è sicuro, ma anche un po’ spregiudicato, come lo sono i giovani a trent’anni. La pista è impervia: buche, polvere, sabbia e sassi. Una polvere impossibile da descrivere se non la respiri e la gusti in bocca e nel palato. Il caldo è formidabile, i finestrini sono aperti, ma tutti sudiamo abbondantemente.

Jimmy evita una buca sulla destra, riduce la velocità, frena in modo brusco e la macchina, pesante più di una tonnellata, scivola fuori strada, il tutto in un polverone pazzesco che riempie la macchina di fumo. Finiamo contro alti cespugli e in tutto questo casino Doreen urla «Jesus!» una, due, tre volte, gridando sempre di più.

Jimmy si mette le mani nei capelli e io mi sento un brivido nella schiena.

Stiamo bene, ma il fumo? Il motore va a fuoco? Scendiamo dalla macchina e tiro un respiro di sollievo perché il motore è fermo e non brucia. La polvere si dirada. Valutiamo i danni: specchietto laterale rotto, ma si può rimettere a posto con un bravo carrozziere a Garissa; qualche graffio all’auto davanti, ma è solo un gran plasticone e… una grande paura. Continuiamo a tossire per la polvere. Proviamo la retro e funziona. Rimettiamo con calma la macchina sulla pista e controlliamo anche i fanali… tutto a posto. Fatico a trattenere la rabbia con il povero ragazzo e pronuncio un comando secco che non lascia dubbi.

«Guido io, calmati!».

Guardo Doreen e la vedo spaventata. Ha perso il padre in un incidente stradale ed è stata lei stessa vittima di un incidente su queste strade sbagliate del povero Kenya. Siamo in un altro pianeta, molto lontano da Malindi, la città del turismo. Guido per più di un’ora. Parlo con Jimmy e gli raccomando d’ora in poi di guidare con calma, anche se il tempo impiegato dovesse essere molto più lungo del previsto. Quando lo vedo tranquillo e calmo, dopo circa due ore, gli cedo il volante e chiedo a Doreen una bottiglia d’acqua. La scolo in un momento e il viaggio continua fino a Garissa, dove giungiamo alle quattro del pomeriggio, stanchi morti e felici di essere arrivati.

Ci attende una grande sorpresa: l’incontro con il vescovo Joe, che ci racconta la storia incredibile di quando gli islamisti cercarono di ucciderlo ferendolo terribilmente a un’anca. Ma questo è un altro capitolo.

Mi sistemo nella camera spartana del povero episcopio di Garissa. La stanza ha due meravigliose caratteristiche: è di una povertà totale ed è pulitissima. Il cuscino e le lenzuola profumano di bucato, cosa impossibile nell’Africa di Garissa. Mi riposo dopo undici ore di auto quasi ininterrotte.

4 – La manina spezzata

Nel contesto sociale di Garissa e del Campo profughi di Dadaab essere cristiani è molto rischioso. Quando l’islam diventa violento e aggressivo, i cristiani rischiano la discriminazione e spesso anche la propria incolumità.

Essere cristiani nella diocesi di Garissa significa rischiare la vita e tante volte perderla. L’esempio più forte e drammatico è quello del massacro all’Università dove, il 2 aprile 2015, 148 ragazzi hanno perso la vita. Ma prima di parlare di loro, di Joe, di Gladis e di altri testimoni, vi voglio parlare di una manina spezzata.

Prima di accanirsi contro le persone, l’islamismo violento si accanisce contro i segni dei cristiani, in primo luogo la croce e il crocifisso. Ricordo il racconto che mi fecero le suore di Madre Teresa, quando ero nella Striscia di Gaza nel 2014, durante la guerra.

All’ingresso dell’istituto, che accoglie bambini con handicap quasi tutti islamici, avevano posto una statua della Madonna, alla quale appendevano una corona del rosario in plastica. Quasi ogni settimana questa corona veniva trovata per terra, con la croce spezzata. Le suore puntualmente la sostituivano e puntualmente la croce veniva spezzata.

Accade anche qui. L’anno scorso ho visitato la missione di Bura Tana, dove abbiamo costruito una chiesetta in onore dei martiri. Sul cippo di ingresso alla missione c’era una croce, che è stata divelta. In questo nostro viaggio verso l’inferno di Dadaab, parlando con il vescovo Joe, ho sentito di un portachiavi con una Madonnina appartenente a un cristiano: viene ritrovato per strada da un musulmano che, dopo averlo raccolto da terra, accortosi della Madonnina stacca le chiavi, le getta lontano e con ferocia calpesta la Madonnina.

Stiamo cenando nell’episcopio di Garissa, una casa semplice e pulita dove l’accoglienza mostra il cuore grande del vescovo Joe. Sono seduto di fronte a lui, alla mia destra c’è brother Joseph e alla mia sinistra Jimmy. Alla sinistra del vescovo c’è Doreen.

Siamo al termine di una lunga giornata iniziata alle 4 del mattino. Una giornata, per noi tre, di polvere, di sete, di caldo, di uno spaventoso incidente e di paura di incontrare gli uomini di Al Shabaab, il gruppo armato di estremisti islamici molto potente in Somalia. Ci siamo rinfrescati con una doccia che ci ha tolto la polvere del giorno e siamo discretamente affamati.

A tavola parliamo di quanto sia importante la coerenza per i cristiani di Garissa di fronte alle sfide dell’islamismo. Di fronte ai continui atti di profanazione.

«Non devi andare molto lontano per accorgerti dell’ostilità che ci circonda. Ti racconto una piccola storia. Da Malta ci avevano regalato una bella statua in gesso di Maria con in braccio Gesù Bambino. Una statua di circa un metro, senza grande valore, ma dipinta finemente. Pensai di metterla fuori dall’orfanotrofio, che accoglie in maggior parte bambini musulmani, perché non esistono a Garissa istituti che accolgano gli orfani come facciamo noi cristiani. La statuetta era all’ingresso dell’edificio, bella, con il Bambino Gesù con le braccia aperte che mostrava le sue manine. Una brutta mattina ho trovato la statua profanata: avevano spezzato le due manine e le avevano lasciate ai piedi della statua, una in frantumi e l’altra ancora intatta. Raccolsi devotamente la piccola mano e decisi di portare la statua qui in episcopio».

Seguo con molta attenzione tutte le parole del vescovo e con me seguono con la bocca spalancata Jimmy e Doreen. Brother Joseph mostra invece di essere già a conoscenza della triste storia. Il vescovo mi fissa, ferma un momento il racconto e un breve spazio di silenzio crea nella mia mente un profondo raccoglimento.

Il vescovo continua.

«Quella statua è qui! Voltati, don Gigi, è alle tue spalle nell’angolo».

Lentamente mi giro e la vedo. Una profonda tristezza mi entra nel cuore. Il bel Gesù Bambino in braccio alla sua mamma non ha più le manine. Sembra un disabile, sembra un bimbo che ha bisogno di essere accudito e aiutato. Una terribile tristezza mi sale dal cuore. Mi alzo lentamente e mi avvicino con devozione alla statuina. Seduti, dal tavolo, gli altri commensali seguono con gli occhi i miei movimenti. Mi commuovo e silenziosamente davanti alla statua mi rivolgo a Gesù: “Ma cosa ti hanno fatto? Mio Gesù ti hanno tagliato le mani! Cosa facciamo noi poveracci senza le tue mani misericordiose?”.

È una preghiera. In questa terra devastata da fame, carestie, odi razziali trova posto anche la persecuzione religiosa. L’islamismo imperante che ha tagliato le mani a questo Gesù Bambino, che ha profanato la sacra immagine, è lo stesso che ha massacrato 148 giovani all’Università della città, che ha ferito anni fa il vescovo Joe. Che si chiami Al Shabaab o che si chiamasse una volta Shifta1, poco importa, rimane il fatto di una forte violenza contro i cristiani.

Mi abbasso verso la statua e vedo che la manina spezzata è appoggiata ai piedi della Vergine. Con il timore di poter danneggiare quella manina la prendo tra le dita e la mostro a Doreen e a Jimmy.

Il vescovo Joe interviene.

«Quella manina dovremmo attaccarla alla statua, ma mancherebbe sempre l’altra mano…».

«Oppure» dico io, «se la lasciate così, me la prendo io”.

Mi rendo conto di essere un po’ sfacciato, ma la piccola mano ha su di me un grande fascino. È una terrificante provocazione. È il segno di un dispregio che è presente in ogni persecuzione religiosa, come avveniva nel Giappone del 1500, quando ai cristiani veniva chiesto di calpestare l’immagine di Gesù. Anche questo spezzare le mani di Gesù Bambino significa calpestare la sua dignità, significa per me la forte provocazione gridata dalla muta statua: “Ma tu, don Gigi, vuoi essere le mie mani, ora che io ho le mani spezzate dall’odio degli uomini?”.

«Don Gigi, tienila: te la regalo volentieri! Portala con te a Roma e ricordati di Garissa…».

Guardo il vescovo con commozione.

«Grazie di cuore, Eccellenza. È un regalo preziosissimo, di inestimabile valore. Lo terrò come un prezioso tesoro in ricordo di questa terra che beve sangue di cristiani e che profana le croci… Mi ricorderò di lei e della potenza di questo regalo».

La mattina di lunedì il vescovo Joe, durante la messa, al momento della Comunione, mi consegna quella piccola mano spezzata dopo averla benedetta.

5 – Il vescovo Joe

Mentre siamo ancora ospiti del vescovo di Garissa, una sera, dopo aver celebrato la messa, andiamo a prendere una tazza di caffè dalle suore che ci accolgono con grande ospitalità. Proprio in questa casa, davanti a una tazza fumante, trovo il coraggio di fare una domanda diretta e personale. Siamo seduti su comode poltrone, i ragazzi sono vicini a me, stanchi ma molto curiosi… quella bellissima curiosità africana che accende gli occhi. Sorseggio il caffè, ripongo la tazza nel piattino e lo guardo. Lui sorride.

«Eccellenza, scusami se sono diretto. Da tanto tempo ho una domanda da farti, è una domanda semplice ma per me importante».

«Dimmi don Gigi».

«Ci racconti come sei stato ferito?».

Il vescovo si tocca l’anca destra… Quando cammina, si avverte ancora un leggero zoppicare.

«È una storia lunga… La vuoi proprio conoscere?».

Gli occhi di Jimmy e Doreen si fanno ancora più curiosi, i miei lo sono già da quando siamo scesi dal fuoristrada a Garissa. Il buon vescovo inizia con voce calma il racconto.

«Io e padre Hillary, con tre laici, eravamo nella jeep tra Mpeketoni e Nairobi. Ero appena arrivato in Kenya. Al posto di blocco di Witu i militari ci lasciano passare e percorriamo così la strada per giungere a Wema. È una giornata di pioggia e siamo partiti la mattina presto. Sono alla guida e devo fare molta attenzione per non slittare. Le strade, da queste parti, non sono belle vero?».

Tutti e tre ridiamo per il ricordo del nostro incidente.

Il vescovo prosegue.

«Dovevamo fare molti chilometri e incontrare diverse persone, parlavamo proprio del nostro lavoro pastorale quando, dal bosco, escono alcuni uomini, quattro o forse cinque. Sono armati e hanno dei cinturoni con terribili grandi proiettili. Ci intimano di fermarci. Freno di colpo e qui succede l’imprevedibile: la pesante macchina slitta e non si ferma, proprio come è successo a voi. La reazione degli uomini di Shifta è violenta e immediata: aprono il fuoco. Sono pallottole che esplodono quando centrano il bersaglio. Uno di questi dannati proiettili colpisce la portiera dalla mia parte di guida. La pallottola centra la portiera, l’attraversa, perché il bandito è molto vicino, e il colpo va a esplodere nella mia anca, mandandola in frantumi. Un dolore incredibile mi pervade il corpo e la gamba destra cade a penzoloni, non riesco più a muoverla. Se il proiettile avesse colpito l’arteria femorale sarei morto dissanguato nel giro di pochi minuti. Ancora oggi ho nell’addome frammenti di quel proiettile.

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