don Diego Goso – Il profumo del Vangelo

Guarda l'intervista a padre Rupnik

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I Vangeli ci rivelano personaggi che sono vere e proprie icone eterne, e la cui vita va ben oltre le immagini che gli evangelisti ci hanno brevemente raccontato. Il semplice e gioioso esperimento che don Diego Goso prova in queste pagine è far incontrare alcuni di questi personaggi al di fuori delle cornici del testo sacro in cui siamo abituati a vederli.
Non per completare loro, che non ne hanno alcun bisogno, ma per immedesimare noi nelle loro storie, per cercare di comprenderli meglio. Si sono mai incontrati Giovanni Battista adulto e la Madonna? In chi si è imbattuto Pietro, lungo un sentiero oscuro, nella triste notte del tradimento? Matteo e Zaccheo, ladri diventati uomini di carità, potevano già essere amici prima? Chi c’era nascosto nell’ombra sotto la croce di Gesù il Venerdì Santo?

Sono alcune delle domande che hanno ispirato questi racconti e che provano a immaginare scene nuove all’ombra di quelle vere evangeliche. Per il gusto di camminare ancora con Nicodemo e la Samaritana. Di ascoltare Paolo e Giacomo confrontarsi sulla Chiesa. Per la gioia di ritrovare Lazzaro e Giovanni, Maria Maddalena e le altre pie donne: che ci hanno fatto innamorare del Vangelo perché loro innamorati di Colui che in esso è non solo raccontato ma vivo e desideroso di camminare anche con noi!

Per il gusto di respirare ancora… il profumo del Vangelo!

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Leggi il primo capitolo del libro

GIOVANNI BATTISTA E MARIA

 

Sai ancora danzare di gioia per Lui?

 
È stata lei a venire a casa mia anni fa. Si è fermata mesi, per assistere mia madre, vecchia, che aspettava me, bambino nato al confine del possibile. Ho saputo anni dopo che era incinta a sua volta, di un bimbo che quello stesso confine lo ha abbattuto per sempre. Ho rivisto questa donna alcune volte negli anni seguenti. La mia vita presso i monaci del deserto non lascia spazio alle frequentazioni, specialmente femminili. Ma in alcune occasioni ci siamo incontrati: non dimentico lo sguardo di affetto e insieme di curiosità che in quegli attimi mi ha donato. Sono cugino di suo figlio, sono il bambino nato nel miracolo: la mia nascita è stata una gioia per tutti, mentre la sua gravidanza ha destato curiosità morbosa, scandalo e nascondimento.
Sono venuto qui a Nazareth perché voglio parlarle: ho bisogno di sapere, di capire, di avere certezze. La mia fede non è debole, ma sente di doversi confrontare, di non poter più crescere da sola. La fede non si può vivere nel proprio “Io”: necessita di uscire, di diffondersi, di arricchirsi con le esperienze che gli altri sanno donare. È anche per questo che ho iniziato a predicare. Dicono che urlo, che sono pieno di zelo. Per me non è difficile. La fede è come una piccola fiamma, quando incontra il cuore degli uomini… l’incendio divampa, specie se questi sono affaticati, piagati dal male, sofferenti.
Ho bisogno di chiedere a Maria perché l’altro giorno Lui sia venuto da me. Perché si è fatto battezzare nel Giordano. Perché in fila con gli altri, perché uno tra i tanti, quasi a voler nascondere la forza della grazia che emana con potenza dalla sua persona. È stato come vedere avanzare un terremoto. Uno sguardo che non è sostenibile, se Lui non lo consente, un’andatura che anche all’occhio più distratto fa pensare all’incedere solenne di un re. Perché questo inizio modesto, dunque? Perché non ha preso la parola? Sono secoli che il popolo lo aspetta. E ora che il momento è palesato, ora che lo scenario è pronto, Lui si immerge e se ne va, mi dice di lasciar perdere… come se ormai mi fosse davvero possibile farlo.
La piccola casa di Nazareth non è più bella come la ricordavo. Giuseppe, il padre, è morto alcuni anni fa e sembra che, da allora, sia mancata la mano esperta di chi sapeva tenerla in ordine. Il laboratorio ha un ingresso modesto di lato, ora sprangato da alcune assi messe per sicurezza. I romani, infatti, nella loro rinomata pietas verso i popoli sottomessi, ogni tanto visitano i villaggi ed entrano nelle case facendone quello che vogliono. Non che quei legni possano proteggere da un gruppo di milites, ma danno l’idea di un posto abbandonato dove forse non vale la pena indugiare.
La zona della cucina, invece, è curata, con delle piante grasse; le finestre hanno le tende tirate. Sento il buon odore di focaccia che cuoce. Mi ricorda quelle di mia madre: ne ho mangiate tante allora, da bambino, prima del deserto, della scelta da parte del Signore, della missione. Prima delle cavallette che ora mi bastano per la mia dieta.
Lei esce di casa con una piccola giara sulla spalla. Mi vede subito, a una decina di metri dalla porta. Mi maledico perché non ho neppure pensato di darmi una sistemata.
Puzzo, sono sporco di deserto e polvere, i capelli e la barba farebbero pensare a un angelo caduto, altro che al precursore del Maestro. Lei sembra fatta di luce: non è cambiata. È donna, ma ancora ragazza nei tratti delicati. Forse un poco irrobustita, ma neppure troppo. Sta sorridendo. Ed ecco quello sguardo di nuovo: affetto e curiosità. Posa la giara e mi viene incontro a braccia aperte:
– Giovanni… che sorpresa la tua visita.
Rispondo cercando di non balbettare. Se i miei discepoli mi vedessero. Giovanni che urla in faccia ai re i loro peccati, Giovanni che alcuni credono il messia, il Battista che attira le folle al Giordano e impone a tutti penitenza… adesso non riesce a proferire due parole davanti a una donna. E sono anche sicuro di essere arrossito, con buona pace dello sporco sul mio viso, che forse mi eviterà la magra figura di mostrarlo anche a Lei.
– Non sapevo se mi avresti riconosciuto, cugina…
– E come potrei dimenticare il figlio di Elisabetta. Il famoso figlio di Elisabetta… come oggi dicono tutti.
– Sono solo una canna che suona nel vento… Maria, è una grande gioia poterti incontrare. L’altro giorno ho visto Gesù, è venuto da me.
– Me l’hanno detto.
– Ecco, è stato… mi chiedevo se potessimo parlare un poco.
Lei sorride. C’è ancora una ragazza in quel sorriso. E c’è l’ospitalità di una donna che mi conduce in casa. L’odore di focaccia mi fa pensare che le cavallette, almeno per oggi, posso lasciarle saltellare nei campi.
Maria intuisce il mio appetito e, senza chiedere, mi offre una piadella con dell’acqua fresca.
Godo quel momento di riposo, di casa, di bontà, di pace. Presto la guerra con il peccato riprenderà, ci saranno altri chilometri da percorrere. Presto il Nemico giungerà per farmi tacere: tutto mi è stato mostrato, tutto mi è stato detto per preparare la venuta del Maestro. Tutto sapevo tranne quello che poi avrei visto.
– Al Giordano… – Peso le parole perché non voglio sembrare un bruto anche con lei, che nei movimenti e nelle espressioni è davvero piena di grazia. – Al Giordano è stato… strano.
– È stato diverso, vuoi dire. – Mi anticipa e mi completa. – È stato diverso da come l’avevi immaginato.
– Vero.
– È sempre così con Lui. Non è mai come te lo aspetti. Non è mai dove pensi che sia. È sempre Altro. È sempre oltre.
– Ma tu, tu come fai…
– Io non mi aspetto niente. Mi lascio sorprendere. Se manca l’acqua a un pranzo di nozze non gli dico cosa fare. Dico agli altri di avere fede. Non so cosa accadrà. Ma ciò che accade è sempre inaspettato e meraviglioso. Come l’annuncio della sua nascita, come tutto ciò che lo riguarda.
– Io… io credevo che prendesse la parola, che indirizzasse il popolo, che fosse il messia…
– È il messia. Non quello che pensavamo nei nostri piccoli sogni di libertà. Ma quello che immagina suo Padre nel suo grande disegno di vita.
– Suo… Padre…
– Mi hanno raccontato che sono successe cose strane al fiume, quando lo hai battezzato. È vero? Sono curiosa. Lui non è tornato qui. Anche ora non so dove sia.
– Io ho sentito. Io ho visto. Ma con me pochi altri. La gente ha udito un tuono. Ma che tuono e fulmine, in quella giornata di sole! Era una voce. Chiara, solenne: sicura.
– Nient’altro?
– Un vento caldo. Indirizzato su di Lui. Sembrava lo avvolgesse e lo proteggesse. Il vento di solito ti viene incontro freddo, questo ti abbracciava accogliente.
Lei sorride e si ferma un attimo con gli occhi oltre la finestra. Come a ricordare.
– So bene di cosa stai parlando. L’ho provata anche io quella sensazione, anni fa.
– Anni… sono passati tanti anni dai primi fatti straordinari, dai nostri incontri.
– La prima volta che ci siamo incontrati, io ho dato di matto. Ho ballato e cantato in casa dei tuoi genitori. Ero una ragazza: mi aprivo alla vita. Avranno pensato che fossi fuori di testa…
Sono io a sorridere a questo punto. Mia madre mi ha raccontato decine di volte quel momento. Mi ha detto che non aveva mai visto nessuno capace di così alta e profonda preghiera come quella ragazza. E che anche io mi sono unito al coro muovendomi con forza dentro il suo ventre. Come se mi fossi accorto di quella visita così gradita, di Colui che veniva e di colei che lo portava.
– … e oggi sei tu che sei venuto nella nostra casa. Stai ricambiando il favore? Guarda che tua madre mi ha fatto sgobbare non poco per mesi…
– Non credo di sapermela cavare con le faccende domestiche…
– Dallo stato di quelle pelli di cammello direi proprio di no – mi addita scherzosa, prolungando il mio sorriso.
Poi il suo sguardo si fa più acuto.
– Posso chiederti una cosa?
Ho la gola secca, mentre annuisco in preda all’emozione. Se non ero arrossito prima, lo sono di sicuro adesso.
– Sai anche tu danzare di gioia per Lui? Perché è questo che si aspetta da te. Il tuo entusiasmo per il suo arrivo saprà riscaldare il popolo. Sarà la brace che impedirà alla speranza di spegnersi del tutto. E, quando quel vento caldo soffierà con potenza, sarà proprio dal tuo lavoro, dai tuoi discepoli, dalla tua gente che Lui potrà iniziare quello per cui suo Padre lo ha mandato. Lascia andare via i dubbi. Lasciati sorprendere. Vedrai che dove ti aspetti uno, arriverà il centuplo.
Annuisco e guardo fuori dalla finestra il sole che comincia la sua discesa. Ma mi sembra che, con lei vicino, non possa calare alcuna tenebra.

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