don Cristiano Mauri – Pregare con la Scrittura. Un metodo pratico

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Un paio d’anni fa ho tenuto un corso su come pregare con la Scrittura. Ne è venuto un libretto agile ma, a sentire chi l’ha già usato, utile ed efficace.
Si tratta di indicazioni molto pratiche descritte con un taglio didattico.

Per chi ha l’abitudine di leggere i commenti al Vangelo quotidiani credo sia prezioso.
Per chi non ha mai capito come si fa a pregare con la Scrittura ancora di più.
Per chi è già un esperto… Può leggere e farmi avere le dovute osservazioni.

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Dall’introduzione

Che cos’è la preghiera.

L’organo della preghiera sono le orecchie.

Di solito si dice sia il cuore. Ma se facciamo riferimento all’ambito biblico, emerge con chiarezza che nel rapporto tra Dio e l’uomo l’iniziativa è senza dubbio nelle mani del primo. Dio parla e l’uomo ascolta, Lui chiama e l’altro risponde, il Signore si fa vicino e l’uomo lo accoglie.

Non c’è ricerca dell’uomo, per quanto raffinata e profonda, che possa da sé raggiungere Dio. E se è vero che l’umano è in ricerca del divino, è altrettanto vero che questo anelito è acceso dal volgersi di Dio verso la sua creatura.

È Dio che pone in essere l’uomo con la sua Parola creatrice e ogni azione del secondo è reazione alla Parola del primo. Questo fa dell’uomo un soggetto ”responsoriale” uno, cioè, che ogni volta che si rivolge al Signore lo fa comunque nei termini di una risposta al Suo appello.

La stessa possibilità di mettersi a pregare sta nello sporgersi di Dio verso di noi, nell’iniziativa di dialogo e comunione che Lui non cessa mai di far accadere.

La preghiera, in questi termini, va intesa anzitutto come un’opera di Dio, prima che nostra. È nel farsi presente da parte del Signore che comincia il nostro pregare.

Potremmo estremizzare dicendo che in questo movimento/chiamata da Dio verso noi consiste la Preghiera vera e propria. Il Suo avvicinarsi nelle trame dell’esistenza per avviare il dialogo realizza la Preghiera. Il soggetto vero e a pieno titolo della Preghiera è Dio stesso.

E noi? Noi stiamo nella Preghiera che Dio fa. L’ascolto è il modo dello «stare in Preghiera». Questo atto di accoglienza è tutto ciò che serve. Non occorre sprecare parole. Verranno, se servono, se la Parola rivoltaci le vorrà suscitare. Acconsentire alla Sua Presenza, disporsi ad ospitarLo e ad essere ospitati sono la sostanza del pregare.

«Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta» (1Sam 3,9): questo è il primo atto dell’orante che, purtroppo, si è costantemente tentati di capovolgere in: «ascolta, Signore, perché il tuo servo parla».

Così, «ascoltare» è meglio di ogni sacrificio rivolto a Dio, o di qualsiasi altra modalità di relazionarsi a Lui, che intenda poggiare solo sul fragile fondamento dell’iniziativa dell’uomo.

Dove non è ben chiaro il primato dell’ascolto nei confronti di Dio, la preghiera tende a diventare un’attività esclusivamente umana, riducendosi a atti e formule, in cui colui che prega cerca principalmente la propria soddisfazione e assicurazione, più che l’esperienza travolgente del dialogo con Dio.

La preghiera, in casi simili, funziona tutt’al più in una disciplina di concentrazione che riesce a produrre una certa calma interiore e perfino una significativa sensazione di benessere, ma non apre certo all’attenzione orante verso il Signore che parla e chiama, che parla perché ama.

La forte e chiara impronta relazionale che la preghiera ha e che il primato dell’ascolto mette fortemente in evidenza, fa del pregare, come di tutte le altre esperienze di amicizia che viviamo, un ambito con inevitabili elementi di travaglio, di fatica, anche di sofferenza; insieme, ovviamente, a quelli riposanti, arricchenti e nutrienti.

Stando così le cose, la preghiera non è per nulla uno scherzo, tantomeno un gioco, ancor meno qualcosa di innocuo. E non è affatto vero che «una preghiera non ha mai fatto male a nessuno». La preghiera segna e chi prega resta segnato.

Nel rivolgersi di Dio a noi c’è sempre uno stimolo vivificante che muove la nostra libertà, i nostri affetti, le nostre idee. Da lì la bellezza della strada e la fatica del cammino. D’altronde, di una preghiera che «non fa male a nessuno» non ce ne facciamo nulla.

La Lectio Divina.

Nella Scrittura non solo troviamo il racconto di un Dio che si fa incontro all’uomo, ma poiché essa contiene la Sua Parola, possiamo fare esperienza diretta del Suo rivolgersi a noi. Nella Bibbia soffia lo Spirito: ha ispirato gli scrittori e guida il lettore che si accosta con fede al testo.

Si prega, dunque con la Scrittura – si “deve” pregare con la Scrittura! – perché in essa Dio parla. Prendere in mano la Bibbia, aprirla, leggerla, disporsi a comprenderla, è un modo concreto ed efficace per mettersi in presenza di Dio, per dare ascolto della Sua voce, per darsi la possibilità di sperimentare il reale «stare in Preghiera».

Ovviamente, non è detto che ogni volta che apro una Bibbia lo faccia per cercare la Preghiera. Lo studio esegetico, l’analisi letteraria, la lettura disimpegnata, l’approfondimento culturale per quanto significativi e utili non sono certo esperienza di Preghiera. Si «sta in Preghiera» con la Scrittura quando ci si dispone alla relazione con la Parola di Dio.

La storia della spiritualità cristiana ci ha consegnato varie modalità per pregare con i testi ispirati, in modo particolare all’interno del contesto liturgico, secondo le varie forme rituali.

Una delle modalità più ricche, oltre ovviamente alla celebrazione eucaristica, è ad esempio la Liturgia delle Ore, nella quale, non solo ci mettiamo in ascolto della voce del Signore che parla attraverso il Salterio, i testi poetici, quelli profetici e sapienziali, ma permettiamo alla Sua Parola prendere il posto delle nostre parole, così che ascolto e risposta siano entrambi di dare spazio alla Sua Presenza.

Volendo però cercare una modalità che ci possa consentire di ”stare” e di ”abitare” letteralmente il mondo della Parola di Dio presente nella Scrittura, la tradizione cristiana ci regala lo straordinario strumento della Lectio Divina.

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