Don Camillo, un pastore con l’odore delle pecore

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Una rilettura dell’opera di Guareschi, del quale si ricorderanno nel 2018 i 110 anni dalla nascita e i 50 anni dalla morte. A novembre 2015 papa Francesco ha citato don Camillo come modello di prete-pastore per il mondo di oggi.

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Prefazione

Se c’è uno scrittore di cui non potrei dimenticarmi mai, neppure se lo desiderassi, questi è Giovannino Guareschi. Lo vedo infatti ogni mattina, all’inizio della giornata di lavoro, presente in un enorme testone in bronzo che lo raffigura, e che incombe da dietro la scrivania dell’ufficio che da qualche tempo occupo. Egli stesso lo fece fare, quel crapone che non ho ancora capito se più sorridente o più malinconico, per regalarlo poi a Baldassarre Molossi, il più grande dei tanti direttori che la Gazzetta di Parma, fondata nel 1735, ha avuto nel corso dei secoli. Un regalo che Guareschi fece per omaggiare un vero amico (Baldassarre Molossi fu uno dei po­chissimi che andrà poi ai suoi funerali) e pure la Gazzetta, giornale in cui aveva mosso i suoi primi passi da formidabile cronista.

Ma la presenza di Giovannino non incombe solo per via di quel bronzo. Di fronte alla sede del giornale, che pure è in città, si aprono infatti dei campi, e dei filari di alberi, che portano alla Certosa, in un paesaggio così simile a quella Bassa in cui Guareschi nacque, visse e oggi riposa. Così, benché ci si trovi in città – anzi, nel capoluogo; anzi ancora, nella capitale dell’antico Ducato – si ha l’impressione di trovarsi in campagna, e passeg­giando in questa campagna pare a volte di scorgerlo, il fantasma di Giovannino: in camicia a quadri e fazzoletto al collo d’estate, quando il sole spacca le tempie; intabarrato d’inverno, quando la nebbia ti estranea dal tempo.

Ancor più, naturalmente, Guareschi è presente quando vai dav­vero nella sua Bassa, che poi è anche la Bassa di Verdi, del culatello e del lambrusco, dei tortelli d’erbetta e degli anolini. Guareschi è un figlio della Bassa, anzi Guareschi è la Bassa: e verrebbe da chiedersi che cosa possa c’entrare, uno come lui, con un Papa ve­nuto dalla fine del mondo, un argentino di origini piemontesi, un gesuita uso, come tutti i gesuiti, a essere “dotto con i dotti e sem­plice con i semplici”. Eppure, quando ha dovuto indicare ai preti un modello di prete, papa Francesco non ha avuto dubbi e ha fatto il nome di don Camillo, il più famoso dei personaggi partoriti dal genio ribelle di Guareschi.

Si diceva che i gesuiti, con i semplici, sanno parlare da semplici: e in questo già ci sarebbe una risposta al perché papa Francesco ha una predilezione per il pretone della Bassa. Don Camillo non è un azzeccagarbugli della teologia, non fa ricorso al latinorum per spiegarsi con i suoi fedeli: il suo è, appunto, il Vangelo dei semplici, che sono poi le creature più vicine alla fede.

E tuttavia siamo convinti che il vero motivo per cui papa Fran­cesco così tante volte cita ad esempio don Camillo sia soprattutto un altro. È che don Camillo è nel senso letterale quello che una volta si chiamava “il curato” (termine ahimè scomparso) perché si prendeva cura delle pecore che gli erano state affidate. Curato e buon pastore, quindi.

Lo si vede bene in queste pagine scritte da Egidio Bandini, figlio anch’egli della Bassa e massimo conoscitore di Giovannino. Da tutti i racconti della saga di “Mondo piccolo” una cosa emerge con forza straripante: che don Camillo è il centro della vita del paese. Non solo della sua comunità cristiana: del paese. Tutto quel che accade nel paese ruota attorno a don Camillo. Se il Grande Fiume esonda e invade le strade e le case, è don Camillo che resta a presi­diare il paese. Se i contadini scioperano e smettono di mungere le vacche, è don Camillo che va dagli agrari a implorarli di ascoltare le ragioni della povera gente; e quando si sente dire che «quelli sono comunisti», lui risponde che «sono comunisti per colpa del vostro egoismo», sentendosi infine dare (proprio lui!) del «prete bolscevico». Quando riemergono le ruggini, gli odi e i rancori di una guerra civile appena finita, è don Camillo a portare la pace: magari anche con qualche cazzotto se occorre, ma la pace. Quando il figlio del comunista Peppone sta rischiando di morire, è sempre lui, don Camillo, ad andare a comprare i ceri per chiedere al suo Gesù di intercedere per impedire la più grande delle ingiustizie, che è la morte di un bambino. Quando due giovani fidanzati minaccia­no il suicidio perché le famiglie non permettono loro di sposarsi, è don Camillo a intervenire perché non si rinnovi la vergogna di don Rodrigo. Perfino quando i comunisti non hanno da mangia­re perché rifiutano il cibo del piano Marshall, è don Camillo che risolve tutto. E così potremmo andare avanti all’infinito.

Don Camillo è l’unico del paese al quale tutti si rivolgono per chiedere aiuto e consiglio, sostegno e conforto, perché è il segno vivo di una manzoniana Provvidenza. Non è il prete teologo e neppure il prete burocrate, detesta le scartoffie e ancor più detesta la carriera, tanto che quando lo fanno monsignore chiede e ottie­ne di tornare a prendersi cura delle sue anime. Di tutte le anime: credenti e no, anche perché sa bene che una distinzione del genere esiste solo (e forse) nelle statistiche, non nella realtà e tantomeno nelle coscienze.

E quale Papa, se non Francesco, ha dato più di tutti gli altri un simile chiaro messaggio? E cioè che non ci si mette la tonaca per assecondare le ambizioni del mondo? Che fare il prete vuole dire stare in mezzo alla gente? Che non si ama Dio se non si amano i propri fratelli, tutti i fratelli? Forse Albino Luciani, prima di lui, volle fare del Papa una sorta di parroco del mondo: ma «ha sorriso solo trentatré giorni», come titolò, in modo geniale, il Corriere della Sera il giorno dopo la sua morte.

Bergoglio e don Camillo spazzano via tutte le categorie di con- servatore/progressista (come non hanno capito nulla quelli che vedono in Francesco un “Papa di sinistra”…) proprio perché non hanno altri riferimenti che il Vangelo, altro che destra o sinistra, e non hanno altro interlocutore che quel Crocifisso che di Guareschi fu la coscienza e la guida.

Don Camillo è contro il comunismo perché ne teme l’ateismo teorico; ma ama i comunisti perché vede in loro, innanzitutto, dei fratelli. Non è per l’abolizione del capitalismo, ma si guarda bene dal frequentare i capitalisti; e se li frequenta, è per ammonirli a comprendere i bisogni dei poveri. Perché il Vangelo non dice ai poveri di fare la rivoluzione; dice ai ricchi di cambiare il cuore.

Questo è don Camillo e questo è Bergoglio. Pastori, innanzitut­to: lontani dal potere e vicini al popolo. Il primo è oggi, purtroppo, più che mai un personaggio di fantasia. Il secondo è un Papa che vorrebbe tanti don Camillo nella realtà della sua Chiesa.

Chissà. Se un giorno Francesco andasse a far visita a quella Bassa che diventò, grazie al genio di Giovannino, un palcoscenico universale sul quale andò in scena il cuore dell’uomo: con le sue grandezze e le sue miserie, e con la misericordia che tutto ricrea. Chissà se potremo vedere, un giorno, papa Francesco a Roncole Verdi, dove Alberto Guareschi tiene viva la memoria nell’ex risto­rante del babbo trasformato in museo, e dove Giovannino è sepolto a pochi metri dalla casa natale del Maestro. Chissà se questo Papa venuto dalla fine del mondo non venga un giorno a girare tra i campanili di questa Bassa, tra le chiese un tempo animate dai tanti don Camillo davvero esistiti, e oggi rimpianti. Sarebbe bellissimo.

4 luglio 2017

Michele Brambilla
Direttore della Gazzetta di Parma

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«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pe­core conoscono me. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.» Così leggiamo nel capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, un passo che sta particolarmente a cuore a papa Francesco. E che il Papa conosca a menadito il Vangelo non sorprende. Per la verità, non sorprende che lo conosca bene anche don Camillo, non foss’altro perché è un sacerdote. Il fatto è che, a ben vedere, il Vangelo lo conosceva bene (e parecchio) anche Gio­vannino Guareschi, l’autore di “Mondo piccolo”, la saga letteraria e cinematografica più famosa del ’900 italiano.

Famosa fin che si vuole, ma che, però, papa Bergoglio conosces­se bene gli scritti di Guareschi non era altrettanto scontato. Lo abbiamo scoperto, con un misto di meraviglia e compiacimento, quando il Pontefice, parlando a Firenze il 10 novembre 2015, ha detto: «La Chiesa italiana ha grandi santi, il cui esempio possono aiutarla a vivere la fede con umiltà, disinteresse e letizia, da Fran­cesco d’Assisi a Filippo Neri. Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: “Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro.” Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo fedele di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte.»

A questo punto, abbiamo la conferma autorevolissima che anche Giovannino Guareschi, l’inventore delle favole di don Camillo e Peppone, conoscesse bene il Vangelo. Ed è così: in tutti i 346 racconti della serie dedicata al “Mondo piccolo” del pretone e del grosso sindaco della Bassa del Po, il Vangelo emerge prepotente, inconfondibile. Via unica per arrivare dove, alla fine, ambedue i protagonisti si ritrovano sempre, pur iniziando ogni volta il cam­mino da sponde diametralmente opposte: il bene del paese, della gente, del prossimo.

Un volume pubblicato alcuni anni or sono, dalla stessa casa editrice del libro che state leggendo ora, s’intitolava Don Camillo, il Vangelo dei semplici, ed è da questo Vangelo che escono i perso­naggi di Guareschi, a cominciare dal Cristo dell’altar maggiore, la cui voce compone ogni discordia, rimproverando don Camillo se del caso, spronandolo a far meglio, ricordandogli che il suo Dio si è fatto mettere in croce anche per quella gente che il sacerdote stenta a riconoscere come appartenente al proprio gregge.

L’altro aspetto che, indubitabilmente, sorprende davvero nel “Mondo piccolo” creato da Guareschi, è l’assoluto realismo dei per­sonaggi: altro motivo che, con ogni probabilità, ha portato il Santo Padre a citare come esempio un sacerdote letterario, ma vero più del vero. Se papa Francesco è in “presa diretta” con la realtà, anche Giovannino Guareschi lo era e, come appare evidente nell’apprez­zamento del Pontefice, lo rimane ancor oggi: soprattutto per quei valori eterni e immutabili personificati, magistralmente benché solo letterariamente, proprio da don Camillo e Peppone.

A questo punto, però, occorre precisare un fatto o, meglio, due fatti che lo stesso Guareschi teneva particolarmente a mettere in evidenza. E ce lo facciamo dire proprio da Giovannino: «Ora non è che io mi dia arie del “creatore”: mica dico di averli creati io. Io ho dato a essi una voce. Chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incon­trati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto.» E ancora: «Ufficialmente don Camillo è nato a Milano il 28 dicembre 1946, nel numero 52 del settimanale Candido. In realtà, è nato il 1° maggio 1908, assieme a me. Don Camillo non è un personaggio creato dalla fantasia o trovato, già bell’e fatto, nella vita reale. È l’una è l’altra cosa: inventato e vero (“Bisogna inventare il vero” diceva Giuseppe Verdi), ed è qualcosa d’altro ancora. Un noto giornalista comunista, col quale sostenni a Reggio Emilia, la sera del 4 ottobre 1951, un clamoroso match oratorio su Don Ca­millo, al cospetto – scrissero i giornali – di circa ventimila persone, disse, a un certo punto: “Attenzione! Peppone non è un comunista: Peppone è Guareschi!” Non sbagliava, ma per essere esatto avrebbe dovuto dire: Peppone, don Camillo e il Cristo sono Guareschi. Nell’introduzione al primo volume di “Mondo piccolo”, io scrissi: se i preti si sentono offesi per via di don Camillo, padronissimi di rompermi un candelotto in testa; se i comunisti si sentono offesi per via di Peppone, padronissimi di rompermi una stanga sulla schiena; ma se qualcun altro si sente offeso per via dei discorsi del Cristo, niente da fare: perché chi parla, nelle mie storie, non è il Cristo, ma il mio Cristo: cioè la voce della mia coscienza. Roba personale, affari interni miei.»

Dunque, conclude Giovannino in questa intervista rilasciata nel 1960 al settimanale Annabella, «don Camillo e Peppone so­no i personaggi che rendono pubblica la mia polemica interna. In ogni racconto, c’è uno stesso fatto visto da posizioni opposte, col tempestivo intervento della voce della coscienza e del buon senso che riconduce alla ragione gli avversari. In definitiva: una violenta lotta fra Guareschi e Guareschi, con l’intervento di Gua- reschi, che riconcilia i due avversari.» Ecco spiegato, dallo stesso autore, perché don Camillo, Peppone e il Crocifisso che parla si conoscono tanto bene l’un l’altro e conoscono a memoria anche i caratteri, le personalità, le debolezze, i pregi e i difetti dei rispettivi parrocchiani, cittadini amministrati, uomini e donne del “Mondo piccolo” e, di conseguenza, del Mondo grande. A testimoniarlo è proprio il fatto che, dopo milioni di lettori nei cinque continenti, anche papa Francesco abbia voluto prendere ad esempio il pretone guareschiano e, di conseguenza, il rivale-amico sindaco e il Cristo, per indicare la via alla Chiesa e ai cristiani, chiamati a vivere e testi­moniare la fede nel mondo: è la preghiera del «buon parroco» don Camillo, unita alla «evidente vicinanza con la gente», che conduce, attraverso la profonda conoscenza reciproca a «vivere la fede con umiltà, disinteresse e letizia». Esattamente quello che accade nel “Mondo piccolo” di Giovannino Guareschi, il cui ritratto sembra uscire, rinnovato, dalle parole del Papa.

Don Camillo in Vaticano

Giovannino Guareschi, a dire la verità, ha avuto a che fare – e direttamente, o quasi – con altri due Pontefici. Il primo fu Pio XII, cui indirizzò dalle pagine del suo Candido una lettera aper­ta, dai passaggi salienti fortemente indicativi sia dell’assoluta indipendenza di pensiero di Guareschi che della sua sconfinata, incrollabile fede.

Scriveva Giovannino: «Io accetto la Legge Divina non solo senza discuterla, ma senza neppure “ragionarla”: perciò tratto le cose grosso modo e affermo che la Divina Costituzione, per il fatto stesso che è divina, non può essere modificata dai mortali.» E ancora, ecco il suo “autoritratto” di scrittore e di uomo: «Ognuno è cristiano come Dio gli permette e non è da dire che il “Dottore Angelico” Tommaso d’Aquino fosse più o meno cristiano del “Giullare di Dio” Francesco d’Assisi. Io non sono un dottore, io sono soltanto un giullare degli uomini.» E di più, rivolta ancora al Pontefice, arriva anche una descrizione di come Guareschi vedeva sé stesso, nei confronti dei “benpensanti” cattolici e dell’impron­titudine che sentiva di dimostrare, rivolgendosi al Santo Padre dalle pagine di un giornale satirico: «Probabilmente, vedendomi rivolgere la parola a Vostra Santità, qualche stakanovista dell’ac­quasantiera griderà allo scandalo, dimenticando che se anche la donnetta di facili costumi può parlare direttamente a Dio, non c’è niente di scandaloso che un uomo di costumi difficili si rivolga al Vicario di Dio.»

A questo punto, vien da chiedersi: e se al posto di Pio XII ci fosse stato Francesco? Come e cosa gli avrebbe scritto Giovannino Gua- reschi? O piuttosto gli avrebbe, forse, telefonato? Più probabilmen­te, conoscendo il papà di don Camillo e papa Bergoglio, sarebbe andata a finire con un incontro, magari a Santa Marta. Per parlare dei giullari di Dio e degli uomini, del modo in cui rivolgersi, come hanno fatto in tantissimi, al Papa come fosse un amico di nome Francesco, talmente amico di Gesù da poter parlare a ogni uomo come farebbe il Crocifisso dell’altar maggiore con don Camillo: usando la voce della coscienza, della fede, della provvidenza, cui Giovannino si abbandonava, ogni qual volta ci fossero difficoltà grandi o piccole da superare.

Guareschi non incontrò mai il Papa, ma un incontro proprio Pio XII lo ebbe con colui che, al cinema, interpretava don Camil­lo: l’attore francese Fernandel, che venne invitato a un colloquio privato con papa Pacelli. Il Pontefice aveva visto il Don Camillo in una proiezione privata e così Fernandel, con la figlia Janine, una domenica mattina arrivò in Vaticano. Disse, poi, in un’intervista il celeberrimo attore francese: «Dappertutto sacerdoti, giovani, an­ziani, vecchi. E di ogni colore, neri, violetti, rossi, scarlatti. E tutti che mi salutavano con grandi gesti, grandi sorrisi. Io ovviamente rendevo il saluto. E poi, d’un tratto, mi sono accorto che tutti que­sti sacerdoti, anche di grado elevato, non mi salutavano come un estraneo. Mi riconoscevano. Dicevano “buongiorno” a un collega, in abiti civili ma pur sempre un collega.» Insomma, Fernandel era diventato don Camillo al punto che gli stessi sacerdoti lo ricono­scevano come un vero prete e anche per strada e in abiti borghesi rimaneva comunque don Camillo, tanto da fargli confessare: «Ero già un attore piuttosto famoso, ma questa sottana ha moltiplicato la mia popolarità. Non posso più mettere il naso fuori senza essere riconosciuto e accerchiato. Persino le suore mi chiedono l’auto­grafo!» Il merito di tutto ciò? Ma proprio quel che papa Francesco ha implicitamente riconosciuto al prete di Guareschi: è talmente verosimile da risultare addirittura vero.

A raccontare come la gente vedesse in don Camillo un sacerdote a tutti gli affetti, è ancora Fernandel: «Un giorno, durante una pau­sa delle riprese, sono andato a fare una passeggiata nella campagna intorno a Brescello senza togliermi la sottana di don Camillo. A un certo punto una bambina di sette-otto anni è venuta verso di me con una bambola in braccio. Si è inginocchiata davanti a me e mi ha chiesto di benedirla. L’ho fatta alzare spiegandole che non ero un vero prete ma un prete da cinema, un parroco da ridere insomma. Lei ha riflettuto un po’ poi: “Allora benedica la mia bambina.” Le rispondo: “Ti dico che non sono un vero sacerdote” e la piccola, con una logica stringente: “Anche la mia bambola non è una bambina vera!”» E non basta, perché a un certo punto arriva una lettera a Fernandel, indirizzata semplicemente a “Don Camillo – Italia!”: «Era una lettera molto commovente – ricorda l’attore – scritta da due coniugi di Marsiglia, marito e moglie che avevano avuto il loro primogenito dopo vent’anni di matrimonio: “Caro don Camillo, siamo ormai vecchi e vorremmo che nostro figlio sia felice. Allora abbiamo pensato che voi potreste venire qui a battezzarlo. Non ne abbiamo ancora parlato col signor parroco, ma siamo sicuri che non farà problemi e che se lo battezzerete voi diventerà un buon cristiano e un uomo fortunato.” Come spiegare a queste brave persone che don Camillo non esisteva? Ho scritto al loro parroco che ha detto loro che don Camillo non poteva lasciare la sua diocesi e che il giorno del battesimo avrebbe celebrato una Messa cantata per la felicità del loro bambino. Il parroco poi mi ha scritto per dirmi com’era andata. E concludeva: “Ci sono delle bugie che non sono peccato.”»

Un catechismo secondo Guareschi?

Il secondo Pontefice con cui ebbe a che fare Giovannino fu Gio­vanni XXIII. Angelo Roncalli, già da nunzio apostolico in Francia, era lettore convinto delle favole di “Mondo piccolo”, al punto di fare omaggio al presidente della Repubblica francese Vincent Au- riol di un volume dei racconti guareschiani, dedicandoglielo per la sua distrazione e per il suo diletto spirituale. E non finisce qui, perché il 4 luglio 1959 Giorgio Pillon, direttore della redazione ro­mana di Candido, scrive a Guareschi: «Sono stato ad Assisi da don Giovanni Rossi, alla Pro Civitate Christiana. Don Giovanni, che il giorno prima era stato dal Papa, trovò modo di dirmi che, parlando con il Pontefice della necessità di rinnovare e rimodernare i testi religiosi, si era lasciato scappare l’idea di domandare a Guareschi di scrivere una nuova, più moderna e più spigliata Dottrina Cristia­na. Il Pontefice non aveva affatto trovato troppo ardita una simile proposta. Ecco perché don Giovanni a mio mezzo ti domanda se trovi la proposta interessante. Una Dottrina Cristiana scritta da Guareschi verrebbe lanciata in tutto il mondo a milioni di copie. “Naturalmente – mi ha detto – noi forniremmo a Guareschi tutto il materiale e l’assistenza di cui egli avrebbe bisogno per questa opera.” Don Giovanni, infine, mi ha detto che se tu accetti, egli è pronto a portarti dal Papa. Mi puoi far sapere qualcosa diretta­mente o tramite Minardi.»

Quale fu la risposta di Giovannino lo dirà lo stesso Pillon, molti anni dopo, sul numero 5 de Il Fogliaccio, periodico del Club dei Ventitré: «Feci subito presente, per telefono, a Minardi la singolare proposta perché la comunicasse a Guareschi, ormai rintanato nel suo rifugio di Roncole (Giovannino si era ben guardato dal ri­spondere alla lettera di Pillon, ndr). Il giorno dopo ebbi la risposta: “Guareschi dice che sono matti tutti e due, papa Roncalli e don Giovanni Rossi.” Raccontai questa straordinaria proposta a Indro Montanelli, che osservò: “Al posto di Guareschi avrei accettato. Ti immagini le edizioni che avrebbe avuto la Dottrina Cristiana di Guareschi, tradotta in tutte le lingue del mondo?” Un mese più tardi, durante una delle solite quotidiane “fisse” telefoniche che avevo con Minardi, mi sentii dire: “Oggi a pranzo con Guareschi il discorso è tornato sulla proposta di don Giovanni Rossi. Gua- reschi mi ha detto: Forse potrei anche accettare. Però io lascerei il testo della dottrina cristiana così come noi lo abbiamo appreso in parrocchia. Aggiungerei un aforisma, un esempio, una storiellina, per illustrare il testo – Un esempio: Chi è Dio? chiede il sacerdote. E il bambino risponde, a memoria: È l’Essere Perfettissimo, Creatore del Cielo e della Terra. Subito dopo, ecco, io, Guareschi: Un giorno don Camillo…” Tornai ad Assisi. Parlai con don Giovanni Rossi che accettò entusiasta la proposta. Ma non seppi più nulla.»

Insomma, forse Giovannino avrebbe alla fine accettato, ma non di riscrivere il Catechismo: solo di aggiungere qualcosa di suo, qualche altra piccola storia di “Mondo piccolo”. Rimane da dire che monsignor Loris Capovilla, segretario particolare di Giovanni XXIII, ha sempre negato questi avvenimenti, ma è altrettanto vero che don Giovanni Rossi, intimo del Pontefice, rimaneva sempre solo con il Papa durante le visite in Vaticano. Papa Roncalli vole­va ammodernare il catechismo? L’uomo giusto era Guareschi? Ce lo dice lo stesso Giovannino-don Camillo: «Io non posso andare più in là di Gesù Cristo. Cristo parlava in modo semplice, chiaro. Cristo non era un intellettuale, non usava parole difficili, ma solo le umili e facili parole che tutti conoscono.» Le stesse parole del Papa Buono. E, ancora oggi, le stesse parole di Francesco. Allora, prendiamole a prestito, le parole del Santo Padre e vediamo come si rispecchino, attraverso il cuore e la penna di Guareschi, nelle parole e nei gesti di don Camillo, ma anche di Peppone, degli altri personaggi di “Mondo piccolo” e, soprattutto, di Giovannino.

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