don Antonio Spadaro – Il nuovo mondo di Francesco: Come il Vaticano sta cambiando il mondo

39

«Marxista» o «populista», «profetico» o «rivoluzionario»: sono tante le possibili definizioni e letture dell’operato di papa Bergoglio. Qualunque giudizio si esprima, è innegabile che la sua figura sia ormai quella di un leader in grado di esercitare un’enorme influenza sulla politica internazionale. I suoi decisi – e spesso poco convenzionali –
interventi nell’intricato schema della geopolitica globale hanno cambiato il tono del dibattito, generando entusiasmo e stupore, oltre a numerose critiche.

E non potrebbe essere altrimenti. La diplomazia di Francesco è ben poco diplomatica perché è anche la risposta a un’alternativa fondamentale: accettare una sorta di «globalizzazione dell’indifferenza», con la fine imminente di un mondo che erige frontiere, governato da un potere che prosciuga le relazioni tra gli uomini e fa della guerra l’unico arbitro della politica mondiale, oppure combattere i presagi di una nuova apocalisse costruendo ponti e forme alternative di azione, ispirate da criteri di accoglienza, inclusione, misericordia.

Antonio Spadaro, direttore della «Civiltà Cattolica», accanto ad autorevoli commentatori delle vicende politiche vaticane e non, ricostruisce le strategie attraverso cui Francesco e la sua «Chiesa in uscita» stanno mutando radicalmente il confronto sugli equilibri mondiali. In un viaggio attraverso il Mediterraneo e l’Europa, gli Stati Uniti, il vicino Oriente e l’Africa, si raccontano le sfide di un cambiamento e di una discontinuità reale, e si delinea la rivoluzione di un Papa che contrappone una civiltà dell’incontro all’inciviltà dello scontro, inaugurando una nuova stagione di politica e diplomazia.

ACQUISTA IL LIBRO SU

Acquista su Libreria del Santo Acquista su Amazon Acquista su Ibs

LEGGI UN ESTRATTO DEL LIBRO

Sfida all’Apocalisse

Difficile giudicare quale sia l’aggettivo più appropriato – e quale il meno – tra quelli che i commentatori hanno attribuito finora a papa Bergoglio e al suo ruolo nel campo della politica internazionale. La gamma si estende dal «rivoluzionario» stupito e ammirato di Eugenio Scalfari, fino alle numerose e poco bonarie definizioni di «marxista» o «populista». Per Francesco questo non sembra un problema e, con grande concretezza, lascia invece intendere quanto sia importante la diplomazia vaticana creando una nuova sezione – la terza – della segreteria di Stato dedicata ai nunzi, cioè ai rappresentanti diplomatici della Santa Sede nei paesi con i quali essa intrattiene regolari rapporti.

La delibera con la quale il pontefice ha creato questa nuova sezione è contenuta in una lettera pontificia al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, scritta il 18 ottobre 2017, nella quale il papa esprime la convinzione di dover assicurare «un più sollecito accompagnamento» a quanti servono nel ruolo diplomatico della Santa Sede, dimostrando «l’attenzione e la vicinanza del papa» al personale del ruolo diplomatico.Quando Francesco interviene in prima persona nel dibattito della politica internazionale lo fa con forza e con modalità innovative che generano un senso di stupore. Per qualcuno vero sconcerto. Tempo fa ho avuto modo di porgli una domanda sui suoi progetti in ambito ecclesiale: «Lei vuole fare la riforma della Chiesa?», domandai. La sua risposta fu candida e diretta: «No». E proseguì: «Voglio solo mettere Cristo sempre più al centro della Chiesa. Poi sarà Lui a fare le riforme necessarie». Anche nel contesto politico internazionale Francesco sta tentando di fare lo stesso: mettere Cristo al centro del mondo, in modo che sia Lui a fare le riforme che servono. Quest’affermazione recide ogni dubbio sul protagonismo di Bergoglio: egli non si sente né «marxista» né «populista». Francesco ha una precisa consapevolezza del suo compito, una consapevolezza bruciante sul ruolo del primato petrino. Il suo modo di vivere questo impegno si sintetizza nel gesto di accasciarsi la sera in cappella meditando sulla giornata, un momento in cui il potere papale si interroga, si umilia di fronte a Dio. Ma è proprio in questo gesto di umiltà, nel farsi da parte per lasciare a Cristo il centro della scena, che Bergoglio diventa davvero «rivoluzionario». Questa parola – si faccia attenzione – assume per lui connotati specifici; la si fraintenderebbe intendendola nel senso in cui compare nei dizionari della politica e della diplomazia.Ripetiamolo: Francesco vuole mettere Cristo al centro del mondo. Ciò che intende realizzare ha quindi un’evidente radice spirituale e mira a favorire l’opera di Dio nella storia. Questo di per sé è rivoluzionario. «Un cristiano, se non è rivoluzionario, in questo tempo, non è cristiano!», spiegò nei primi mesi di pontificato. «Deve essere rivoluzionario per la grazia! Proprio la grazia che il Padre ci dà attraverso Gesù Cristo crocifisso, morto e risorto, fa di noi rivoluzionari, perché – e cito Benedetto XVI – “è la più grande mutazione della storia dell’umanità”. Perché cambia il cuore».In questo senso l’attuale pontefice è davvero un leader politico mondiale, e la sua differenza rispetto agli altri personaggi in campo lo rende uno dei pochi leader credibili di cui l’umanità disponga. Il suo pontificato è «profetico» perché conferisce al movimento del tempo il suo rapporto a Dio, gli dà un significato nella relazione con il trascendente; la sua rilevanza politica è indiscutibile – e di fatto indiscussa – ma troppo spesso incompresa nella profonda connessione tra politica e spiritualità, appiattita dalla prospettiva «mondana» di cosa sia un leader e di quali siano le sue caratterizzazioni. È a chiarire questi aspetti che dedicheremo le pagine che seguono.

ACQUISTA IL LIBRO SU

Acquista su Libreria del Santo Acquista su Amazon Acquista su Ibs

IL TEMPO PRIMA DELLA «FINE»

Com’è fatto, nella prospettiva di Bergoglio, il mondo in cui è necessario mettere Cristo al centro? E come si sviluppa la sua storia? Il dato fondamentale che il papato assume nel guardare alla politica internazionale è il conflitto; in questo senso il pontificato di Francesco è «drammatico» perché sa di vivere in uno scontro che non può essere fermato in quanto dato costitutivo e ineliminabile della storia umana. Ma a questo scontro tra parti, tra fazioni, che si traduce sulla scena del mondo in guerre, morti, attentati, sopraffazioni e molto altro, se ne aggiunge un secondo, a costruire l’inevitabile dimensione del conflitto che è parte del modus vivendi del cristiano.

Questa seconda drammaticità richiama sant’Ignazio di Loyola e i suoi Esercizi spirituali. Nella meditazione «sulle due bandiere» (136-148), sant’Ignazio raffigura un campo di battaglia nel quale si confrontano «Cristo, nostro sommo capitano e signore» e «Lucifero, nemico mortale della nostra natura umana». La vita cristiana è una lotta, insomma, parallela ma differente, collegata ma non identificabile, rispetto allo scontro che sconquassa la storia del mondo; le immagini di un papa nice, facile, simpatico, leggero, non hanno allora nulla a che fare con un Francesco che si gioca il suo ruolo nella consapevolezza della drammaticità del contesto. La sua bontà che testimonia la misericordia di Dio è il frutto di un travaglio profondo e della coscienza di un’umanità ferita.

Due scontri ineliminabili; due piani differenti su cui giocare il proprio ruolo politico-spirituale nel mondo; due realtà che vanno legate ma non confuse per evitare non solo la catastrofe, ma per non rendere tale catastrofe allettante e seducente come ogni tentazione del Maligno.

Ecco la sfida che Francesco lancia all’apocalisse; egli intende smontare la fascinazione per lo scontro finale dall’amaro gusto religioso che oggi nutre la narrativa del terrore e alimenta l’immaginario di jihadisti e di neo-crociati, mescolando pericolosamente lo scontro umano, terreno, storico, e quello trascendente tra Bene e Male. Dentro la narrativa tipica di questa prospettiva – tacendo il legame esistente tra capitale, profitto e vendita di armi – la guerra viene assimilata alle eroiche imprese di conquista del «Dio degli eserciti». In una visione schizofrenica e manichea tesa tra bianco e nero, le armi possono combattere le minacce ai valori cristiani e attendere l’imminente giustizia di un Armageddon, una resa dei conti finale tra Dio e Satana. In questo senso ogni «processo» (di pace, di dialogo ecc.) frana davanti all’impellenza della fine, della definitiva battaglia contro il nemico. E la comunità dei credenti, della fede (faith), diventa la comunità dei combattenti, della battaglia (fight).

Una simile lettura unidirezionale dei testi biblici può anestetizzare le coscienze o indurre a sostenere attivamente le situazioni più atroci e drammatiche che il mondo vive fuori dalle frontiere della propria «terra promessa». È questa la dottrina che alimenta organizzazioni e network politici come lo statunitense Council for National Policy e il pensiero dei loro esponenti quali Steve Bannon, che è stato chief strategist della Casa Bianca nei primi mesi della presidenza di Donald Trump e sostenitore di una geopolitica apocalittica dello scontro finale, fatale e inevitabile. E non si deve dimenticare che la teopolitica propagandata dall’ISIS si fonda sul medesimo culto di un’apocalisse da affrettare quanto più possibile. Per questo inneggia alla morte con toni sacrificali, da scontro finale. Non è un caso che George W. Bush sia stato riconosciuto come un «grande crociato» proprio da Osama bin Laden.

L’errore, o più spesso l’inganno, è evidente: far combaciare perfettamente il conflitto tra le parti, tipico della storia umana, e quello tra Bene e Male, che percorre la dimensione trascendente. In questa direzione sembrano muoversi i movimenti identitari che nell’Occidente e non solo stanno guadagnando consensi e potere. Per Francesco, però, il compito della Chiesa non è adattarsi alle dinamiche del mondo, della politica, della società per puntellarli e farli sopravvivere alla meno peggio: questo sarebbe «mondanità». Né per lui si tratta di schierarsi contro il mondo, la politica e la società: il papa non si disinteressa al conflitto nella storia in vista di una fine che vinca la malattia del mondo, magari portandolo verso la sua autodistruzione.

La «diplomazia» di Francesco è ben poco «diplomatica» nel momento in cui si pone davanti a un’alternativa fondamentale. La prima possibilità è quella di annunciare la fine imminente di questo «mondo» e lavorare per quanto possibile ad affrettarne la conclusione. C’è chi, in maniera militante, fa leva proprio su questa accelerazione, che tende a costruire un ghetto di pochi «puri» contro gli «altri». La seconda opzione è quella di essere «muro di contenimento», forza frenante, ultima difesa prima della catastrofe verso cui ci conduce il potere che domina nel sistema della globalizzazione selvaggia, che governa sregolando i rapporti, garantendo immunità e sicurezza solo al denaro, rendendo arbitra la guerra. Sfidare, insomma, quell’apocalisse verso cui altri scelgono di indirizzare l’intera umanità.

Come si è detto, ora risulta ancora più chiaro come non sia il registro diplomatico in senso classico a poter fornire la chiave interpretativa della visione della politica mondiale di Francesco: il suo sguardo solleva la questione del ruolo globale del cattolicesimo nel contesto odierno e, se Francesco vuole trattenere il collasso, secondo il punto di vista della diplomazia dovrebbe far leva sulla legge, sul potere costituito, sulla mediazione tra Stato e Chiesa, sulle regole che permettono al sistema di sostenersi; se volesse invece accelerare i cieli nuovi e la terra nuova non avrebbe altra scelta che lavorare di piccone, di denuncia, di disarticolazione di ciò che tiene in piedi il potere e dunque il mondo così come si va configurando.

Da qui il conflitto delle interpretazioni. Chi attacca Francesco perché lo accusa di venire a patti con il «mondo» e chi non lo ama perché piccona l’establishment – sia mondano sia ecclesiastico, il che poi è lo stesso – snocciolando persino l’elenco delle malattie dalle quali è affetto. Chi elogia il papa lo fa perché ne percepisce la sensibilità misericordiosa alla realtà del mondo tanto potente da arrivare a sospendere persino il giudizio. E d’altra parte Francesco dice che la corruzione «spuzza» e non usa mezze misure nella denuncia.

Di fronte a questa possibile confusione, c’è un criterio profondamente spirituale che non bisogna mai perdere di vista. In esso sta la specificità dell’approccio di Bergoglio e del ruolo della Santa Sede sulla scena politica internazionale. Il criterio è lo stesso che nei vangeli spinge Gesù ad accogliere la peccatrice e a buttare per aria i banchetti dei commercianti davanti al tempio. Chi vedendo i due gesti li consideri contraddittori, per rigorismo o lassismo non comprende il Vangelo. Ma il criterio sotteso qui e nell’azione di Bergoglio è lo stesso di Gesù, di quel Gesù che va messo al centro del mondo.

Possiamo quindi dire che occuparsi della politica internazionale di Francesco significa immergersi in una visione spirituale che si nutre di un profondo senso della catastrofe possibile e delle forze del male in azione, e nello stesso tempo di una fiducia unica nel mistero di Dio che porta ad accettare i piccoli passi, i processi, l’autorità mondana, i colloqui, le trattative, i tempi lunghi, le mediazioni. Tutto ciò, insomma, che serve al tentativo di evitare lo scontro – per quanto esso resti ineliminabile. Francesco non si impegna nel discernimento delle forze (partitiche, politiche, militari) con le quali allearsi e da sostenere per far trionfare il bene. Niente affatto. Egli confida nel futuro escatologico, confida in Dio solo. Ma è proprio questo che lo spinge a tentare ogni possibile sforzo per puntare all’«integrazione», a ciò che porta gli uomini sulla strada del bene, pur in mezzo alle tentazioni di questo mondo.

Quest’accettazione della conversazione diplomatica si fonda sulla certezza che non si dia a questo mondo l’impero del bene – esattamente come non si realizza l’impero del male. Il potere mondano è per questo definitivamente de-sacralizzato. Se chi fa il politico è chiamato a farsi «santo» proprio facendo il politico, operando per il bene comune, d’altra parte nessun potere politico è «sacro» e, parimenti, nessuno è il «cattivo», cioè l’incarnazione del demonio. Per questo bisogna dialogare con tutti. E ciò è scandaloso perché lascia aperta una porta (a volte davvero stretta, ma comunque aperta) anche nella situazione politicamente più problematica.

L’energia che porta Francesco a frenare la corsa del mondo verso il baratro, dunque, non lo spinge al compromesso con i poteri, ma lo obbliga a impegnarsi nel dialogo con essi. Questo è il punto più delicato del ragionamento, perché a volte la Chiesa intende che l’unico modo di frenare la decadenza sia quello di allearsi con un partito che ne permetta la sopravvivenza come agenzia di senso. Bergoglio, invece, dialoga con ciascuno e con nessuno stringe alleanze.

In virtù di questo atteggiamento Francesco si assume sotto il profilo diplomatico la responsabilità di posizioni rischiose e spesso criticate. I suoi detrattori lo accusano di «confusione», ma in realtà questa parola è solamente un tentativo di imbrigliare la sua libertà di movimento che non risponde esclusivamente a criteri di prudenza. Anzi, a volte la tradizionale cautela diplomatica cede il passo all’esercizio della parresia, fatta di chiarezza e perfino di denuncia. Le prese di posizione contro il capitalismo finanziario speculativo, la memoria del «genocidio» armeno, l’ulteriore formalizzazione dei rapporti con la Palestina: gli echi persistenti che ha generato sono quelli che provengono da una «voce che grida nel deserto», per citare il profeta Isaia.

Gesù – non Francesco – una volta posto al centro del mondo, ne sconvolge i piani. Ma in che forma? Cosa significa mettere Cristo al centro per Francesco? E come si sposa questo con il ruolo che egli gioca anche nei confronti di altre comunità religiose? Va rilevato che c’è un senso in cui anche chi oggi spinge il mondo verso l’apocalisse sostiene di «mettere Dio al centro», ed è esattamente questa la chiave di lettura in cui tali realtà raccontano il proprio impegno e la propria missione, la quale in modo paradossale, come abbiamo visto, finisce per sostenere violenza, scontro, sopraffazione su chi è diverso.

Francesco ovviamente percorre una strada differente, ma offre una visione che non si distingue solo dalla narrativa neo-crociata e jihadista: nella sua radicalità costituisce una novità anche per la stessa Chiesa. Un ambasciatore di recente ha notato una caratterizzazione specifica che Bergoglio avrebbe introdotto nel discorso della politica vaticana: «Il linguaggio di Benedetto XVI era quello della modernità occidentale, che da una parte riconosceva il pluralismo delle visioni del mondo nella società contemporanea, dall’altra denunciava la “dittatura del relativismo”. Il linguaggio di Francesco è diverso: pur guardando in faccia le molte sfide della modernità culturale, al contempo considera prevalente il processo di polarizzazione sociale ed economico che si va dipanando su scala globale, con una progressione incalzante e un’intensità crescente».

Francesco, ed è un fatto, in virtù di questo si propone come leader politico credibile anche che per chi non è cattolico, anche per chi non è cristiano. Anzi, egli lascia cadere la contrapposizione tra «laico» e «cristiano» intesi come categorie ideologiche, campi semantici e riferimenti astratti. Lo Spirito è incontenibile. Il pensiero «cristiano» si oppone di per sé al pensiero «laico» solo se si è mutato in ideologia. Ma se diventa ideologia, allora non ha più nulla a che fare con Cristo.

Crollano così tutte le contrapposizioni irrigidite dalla polvere dei tempi, anche quelle tra diverse prospettive religiose. La vera sapienza, ha detto Francesco parlando in Egitto, è «aperta e in movimento, umile e indagatrice al tempo stesso». Alla fine rimane una sola contrapposizione: o la «civiltà dell’incontro» o l’«inciviltà dello scontro». E proprio di fronte a questa drammatica scelta, Francesco riafferma il ruolo delle religioni: «La luce policromatica delle religioni ha illuminato questa terra», ha detto. Va notato che la policromia non contrappone i colori mettendoli in antitesi, ma li assume in una visione non conflittuale6. In fondo è questo il grande problema di oggi: si vive la diversità sempre in termini di conflitto.

Non si tratta di una nostra interpretazione. Ancora una volta il pontefice ha speso parole chiare in questo senso. Nel suo discorso per la pubblicazione del fascicolo numero 4000 de «La Civiltà Cattolica» ha affermato: «Fate conoscere qual è il significato della “civiltà” cattolica, ma pure fate conoscere ai cattolici che Dio è al lavoro anche fuori dai confini della Chiesa, in ogni vera “civiltà”, col soffio dello Spirito». E poco prima, nello stesso discorso, aveva detto: «La cultura viva tende ad aprire, a integrare, a moltiplicare, a condividere, a dialogare, a dare e a ricevere all’interno di un popolo e con gli altri popoli con cui entra in rapporto». Non ci sono dubbi: la cultura per Bergoglio ha valore verbale. Solo i verbi la esprimono bene, non i sostantivi: aprire, integrare, moltiplicare, condividere, dialogare, dare e ricevere. Sette verbi flessibili al passato, presente e futuro. Sette verbi che possono indicare o invitare o esprimere un imperativo che muove all’azione. E il primo è «aprire».

Se Francesco si pone sulla scena politica a contrasto di qualsiasi narrazione apocalittica, di qualsiasi ideologia dello scontro, di qualsiasi utilizzo strumentale delle religioni, lo fa in virtù di una forza di cui si sente legittimato a fare uso «sconsiderato»: è la sottolineatura della misericordia come attributo fondamentale di Dio che esprime questa esigenza radicalmente cristiana.

ACQUISTA IL LIBRO SU

Acquista su Libreria del Santo Acquista su Amazon Acquista su Ibs

CAMBIARE IL SENSO DELLA STORIA

Nel gennaio 2016 il papa tenne un discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Si stava aprendo l’anno che sarebbe stato segnato dalla Brexit, dall’acuirsi della crisi dei migranti, dalla continuazione della guerra in Siria e dall’elezione di Donald Trump. Per non parlare degli attentati attribuiti a ISIS e alle cellule affiliate: nel 2015 la scia di sangue si era allungata fino all’Egitto, alla Turchia, al Libano e a Parigi, con la strage del Bataclan; il 2016, era facile prevederlo, avrebbe continuato sulla medesima strada di morte.

In quel momento storico tanto drammatico ricordo che notai nelle parole del pontefice un particolare rilevante: Bergoglio arrivò a citare la misericordia ben otto volte, aggiungendo: «La misericordia è stata come il “filo conduttore” che ha guidato i miei viaggi apostolici già nel corso dell’anno passato». In quel discorso appariva chiaro il legame che Francesco poneva tra la sua visione del mondo, la politica internazionale, la diplomazia e la misericordia.

In genere quando pensiamo alla misericordia siamo convinti di far riferimento a un buon sentimento cristiano, ma sentir declinare questa parola all’interno di un contesto politico, diplomatico e geopolitico mi colpì profondamente. Era chiaro che il papa stava enunciando il vertice e insieme il fulcro della sua azione politica.

Omar Abboud, referente della comunità islamica di Buenos Aires e caro amico del papa, tempo prima mi aveva detto: «Il 13 marzo del 2013 non è stato eletto solo il papa della Chiesa cattolica, ma anche il leader morale del mondo». E tuttavia quando Francesco dice: «È auspicabile che anche il linguaggio della politica e della diplomazia si lasci ispirare dalla misericordia», è chiaro che il suo sguardo travalica l’ambito della sola morale.

Per questo ho cercato di rendermi conto della dimensione poliedrica, di ricostruire la complessa figura geometrica della misericordia a partire da alcune precise domande. Quali sono le radici teologiche alla base della sua azione geopolitica? In che senso si può affermare che la misericordia abbia un valore politico? In che modo la misericordia va intesa come una forma dell’agire politico e diplomatico? Qual è il significato della «diplomazia della misericordia» all’interno dell’intelligenza geopolitica del pontefice?

Per Francesco la misericordia di Dio non è un concetto astratto. Come si è detto, essa è l’azione di Dio all’interno delle vicende di questo mondo: delle società, dei gruppi umani, delle famiglie e degli individui. Dio agisce non solamente nella vita delle singole persone, ma anche dentro i processi storici dei popoli e delle nazioni. Compresi quelli più complessi e intricati. La Chiesa stessa descritta da Francesco è pienamente inserita nella città dell’uomo, delimitata dalle pareti flessibili e permeabili della tenda di un «ospedale da campo»8; è immersa dunque nel «campo» e non posta su un monte, ritirata come un faro luminoso, ma isolato e distante.

Quella di Francesco è una prospettiva tipicamente ignaziana. Non si ferma a concetti astratti o a una progettualità da laboratorio, ma poggia su uno sguardo di fede che cerca di comprendere e contemplare, attraverso l’esperienza, come Dio operi e agisca nella realtà. Sant’Ignazio usava il termine «lavora»: Dio è un lavoratore e annunciare il Vangelo significa sapere di arrivare sempre in un terreno nel quale Dio è giunto per primo.

Nella sua prima ampia intervista del 2013, pubblicata sulla rivista che dirigo, «La Civiltà Cattolica», Francesco disse che «Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa»9. Dunque anche la misericordia, per Bergoglio, si distende nel tempo, orientando «le persone verso processi di riconciliazione»10. Come, dunque, agisce la forza della misericordia nel tempo? Qual è il tempo giusto della misericordia?

Per rispondere ci viene in aiuto l’omelia della messa del 1° gennaio 2016, 49a Giornata mondiale della pace. In quell’occasione Francesco propose una riflessione sul significato del tempo e della storia. In particolare ricordò che Gesù nacque «quando venne la pienezza del tempo». Ma, affermò il papa, se guardiamo agli eventi della storia, comprendiamo che la «pienezza del tempo» di cui parla il Vangelo coincide proprio col tempo peggiore: quello nel quale il popolo eletto era privo della libertà sotto il dominio romano. La «pienezza del tempo» non è il «tempo migliore», politicamente parlando.

Concluse Francesco: «Non è dunque alla sfera geopolitica che si deve guardare per definire il culmine del tempo». Queste sono parole importanti. Per Bergoglio, la pienezza del tempo non è un insieme di fattori umani favorevoli, ma «la presenza di Dio in prima persona nella nostra storia», così come essa è: bella, brutta, favorevole o sfavorevole. Questa presenza di Dio si manifesta nella nostra «drammatica esperienza storica». Occorre qui ricordare gli Esercizi spirituali, quando sant’Ignazio, nella seconda settimana, fa vedere all’esercitante – a colui che prega – il mondo con gli occhi di Dio. Che cosa vede? Dio vede «un campo di battaglia» nel quale, scrive Ignazio, alcuni sono in pace, altri in guerra, occupati a herir y matar, «ferire e uccidere».

Nel suo discorso il papa usò un’immagine capace di imprimersi nella memoria: enumerò in una triste litania le molteplici forme di ingiustizia e di violenza che oggi feriscono quotidianamente l’umanità: sopraffazione, arroganza, malvagità, odio, guerra, fame, persecuzione… E quindi affermò che tutto questo era come «un fiume di miseria, alimentato dal peccato, che sembra contraddire la pienezza del tempo realizzata da Cristo». Il mondo è attraversato da un fiume di miseria che sembra trascinarci verso l’apocalisse, eppure – prosegue Francesco – «questo fiume in piena non può nulla contro l’oceano di misericordia che inonda il nostro mondo»; il fiume fangoso è come cancellato da un’inondazione dilagante e inarrestabile d’acqua fresca di sorgente.

Il senso di questa potente immagine è che la presenza misericordiosa di Dio può mutare un «tempo di miseria» nella «pienezza del tempo». Questa dunque è la potenza della misericordia: cambiare il significato dei processi storici, sciogliendone le fangosità e travolgendone i detriti. La potenza fluida della misericordia orienta le acque del corso della storia ed è in grado di aprire nuove strade, nuovi riverbeds. «Misericordia, questa parola cambia tutto. È il meglio che noi possiamo sentire: cambia il mondo», ha detto il papa.

Proprio in questo senso la misericordia, con il suo impatto sul significato teologico della storia, può avere anche un valore politico. Ed ecco il motivo per cui – anche fuori dal perimetro ecclesiale – Francesco è visto «come uno spirito profetico che incide sulla politica»12. Lo ha ben compreso, ad esempio, il capo di Stato della transizione della Repubblica Centrafricana, la signora Catherine Samba-Panza. Le sue parole di benvenuto al papa nella capitale Bangui, ferita da una guerra civile che ne ha insanguinato le strade, furono forse le prime parole di un capo di Stato che riconobbero esplicitamente e in un discorso ufficiale il valore politico della parola spirituale «misericordia». Il dono atteso da questa visita del pontefice – disse, tra l’altro – fu che il paese ritrovasse «il cammino di una nuova spiritualità saldamente radicata nella tolleranza, nell’amore per il prossimo, nel rispetto della dignità umana e delle autorità stabilite». Ed era proprio questa la speranza che si respirava in quei giorni a Bangui, nella città che papa Francesco definì «capitale spirituale del mondo». Non ho mai visto nessuno più felice di quella povera gente. Sentii dire con le mie orecchie: «È venuto il papa, siamo salvi!».

La misericordia politica di Bergoglio ha una forte radice teologica, evidentemente, e si fonda su una radice essenziale: il volto di Dio. In fondo, il Giubileo della Misericordia ha espresso l’impegno a riaprire in termini non soltanto astratti, ma esistenziali, la questione su chi è Dio. Dire che Dio è «onnipotente ed eterno» significa – come ha insegnato san Tommaso – che lo è nella sua misericordia. È ciò che il papa ha ricordato durante l’udienza al corpo diplomatico presso la Santa Sede l’11 gennaio 2016: «Il mistero dell’Incarnazione ci mostra il vero volto di Dio, per il quale potenza non significa forza e distruzione, bensì amore; giustizia non significa vendetta, bensì misericordia». Il volto di Dio misericordioso fonda un modo nuovo di affrontare l’impegno politico; per questo Francesco ne ha parlato agli ambasciatori. Contemplare il volto di Dio porta a pensare la riconciliazione nello scacchiere mondiale come un obiettivo praticabile.

Per questo, ad esempio, Francesco ha chiesto al Congresso degli Stati Uniti di «superare le storiche differenze legate a dolorosi episodi del passato», perché l’oceano di misericordia può vincere il fiume di miseria. E per questo ha chiarito al corpo diplomatico, sempre nel suo discorso del 2016, che «l’apertura della Porta Santa della cattedrale di Bangui ha voluto essere un segno di incoraggiamento ad alzare lo sguardo, a riprendere il cammino e a ritrovare le ragioni del dialogo». Ecco un’altra grande immagine di misericordia: la porta. Il segno della Porta Santa ha avuto per il papa un chiaro significato politico. Questa apertura è ben resa simbolicamente proprio dall’apertura di migliaia e migliaia di Porte Sante in ogni angolo del mondo.

Che cosa significa la misericordia come categoria politica, dunque? In estrema sintesi, possiamo dire: non considerare mai niente e nessuno come definitivamente «perduto» nei rapporti tra nazioni, popoli e Stati. Questo è il nucleo del suo significato politico. È chiaro allora perché Bergoglio insista sull’immagine del ponte: il ponte unisce e indica un percorso aperto. Toglie l’ostacolo del muro.

Nel maggio del 2017, per la prima volta, Bergoglio incontrò il presidente Donald Trump nella Città del Vaticano. La visita di Trump scatenò nei media una certa curiosità a causa della «contrapposizione» tra il papa e il presidente che spesso è stata data semplicemente come ovvia. E, d’altra parte, lo stesso pontefice aveva detto pochi mesi prima, in riferimento alla vita politica statunitense: «Una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non a fare ponti, non è cristiana», mentre Trump aveva risposto: «Il papa è forse una pedina del governo messicano».

Eppure, nonostante quello che si potrebbe ipotizzare leggendo questo scambio di battute, rispondendo a una domanda che gli venne posta nella conferenza stampa del viaggio di ritorno da Fatima13, il papa fece riferimento all’incontro con il presidente americano e specificò: «Io mai faccio un giudizio su una persona senza ascoltarla. Credo che io non debba farlo. Nel parlare tra noi usciranno le cose: io dirò cosa penso, lui dirà quello che pensa». Proprio a partire dalla misericordia come guida, l’azione della Santa Sede nel mondo, negli anni del pontificato di Francesco, è infatti improntata a un dialogo a 360 gradi con i protagonisti della scena internazionale: da Trump a Putin, da Maduro a Rouhani, da Castro ai leader colombiani, e così via. Il papa – tra gli altri – ha pure accettato di ricevere la più alta autorità militare del Myanmar, il generale Min Aung Hlaing, accusato di essere la persona che ha pianificato e ordinato le violenze contro i rohingya. Francesco sa perfettamente che una politica di riconciliazione nazionale in quel paese non può non coinvolgere anche i militari al governo, e per questo ha accettato – perché gli è stato chiesto – di incontrare privatamente anche il generale. Dal 2010, il governo del Myanmar ha attuato graduali riforme e scarcerato gli oppositori, convocando libere elezioni. Ma il processo è ancora in corso. Ecco il commento del pontefice su quell’incontro: «Parlando non si perde nulla, si guadagna sempre». E ha chiarito: «Non ho negoziato la verità, vi assicuro. Ma l’ho fatto in modo tale che lui capisse un po’ che una strada, com’era nei brutti tempi, rinnovata oggi, non è percorribile. È stato un bell’incontro, civile; e anche lì, il messaggio è arrivato». L’incontro risponde alla logica di Bergoglio: accettarlo, se viene richiesto da una parte coinvolta in un conflitto, e ritenere sempre «più importante il dialogo del sospetto».

Vale la pena soffermarsi sul complesso e rischioso viaggio del pontefice in Myanmar e Bangladesh nel dicembre 2017. Proprio alla sua vigilia si è assistito a una forte pressione mediatica. Sembrava che la stessa credibilità morale del pontificato si giocasse sull’uso o meno della parola «rohingya»: parola che veniva considerata impronunciabile nel contesto del Myanmar, perché connotata politicamente. Per molti il papa era davanti a un’alternativa senza vie di mezzo: pronunciare la parola «rohingya», e così farsi paladino di una etnia perseguitata irritando il governo e compromettendo il dialogo; oppure non pronunciarla, evitando conflitti ma perdendo credibilità morale. Qualche commentatore ha persino scritto che il papa avrebbe fatto bene a non intraprendere il viaggio. Ma Francesco è volato in quel cuore conflittuale dell’Asia proprio perché quello era un viaggio difficile, come ha spiegato ai gesuiti in Myanmar, aggiungendo che bisogna «abitare i crocevia della storia»14.

In Myanmar ha voluto «tenere sempre presente la costruzione del paese», come ha detto al rientro. Per questo ha saputo parlare dei rohingya – e tanto! – in modo da essere ascoltato senza acuire le tensioni e provocare irrigidimenti e polarizzazioni che avrebbero soltanto complicato la loro situazione. E poi li ha incontrati in Bangladesh, faccia a faccia: sedici persone, che ha ascoltato e alle quali ha chiesto di pregare. Lì ha potuto chiamare il loro gruppo etnico per nome. In questo senso ha saputo sapientemente coniugare diplomazia e profezia. E ha lasciato sotto i riflettori del mondo per diversi giorni la tragedia di una popolazione perseguitata, costringendo i giornali a parlarne, anche solamente per giudicare il suo comportamento. Francesco, dunque, ha percorso la propria strada, con discrezione – e non con timidezza –, incurante delle opposte polemiche e delle pressioni15.

Le porte aperte, anche in chi sembra molto lontano dalle proprie posizioni, si possono trovare sempre. Per cercarle, Francesco nel dialogo tende a partire da ciò che si condivide con l’interlocutore. È un atteggiamento che, ancora una volta, è parte della tradizione gesuitica: è il principio del cosiddetto praesupponendum16, da sempre chiave del pensiero e dell’atteggiamento di Bergoglio. Esso afferma sostanzialmente che bisogna essere più pronti a salvare un’affermazione dell’interlocutore che a condannarla. Se non la si può salvare, si cerchi di sapere in che senso l’altro la intenda, rimanendo disposti a correggerla con delicatezza. Se ciò non bastasse, si devono provare tutte le strade possibili: dialogo a oltranza. Il papa lo aveva confermato nelle sue dichiarazioni di ritorno da Fatima: «Ci sono sempre delle porte che non sono chiuse. Bisogna cercare le porte che almeno sono un po’ aperte, per entrare e parlare delle cose comuni e andare avanti. Passo passo». L’incontro, la mano tesa di Bergoglio, non risponde però a una strategia o a una tattica. Al giornalista che gli chiese se sperasse che Trump avrebbe ammorbidito le sue decisioni, papa Francesco rispose: «Questo è un calcolo politico che io non mi permetto di fare».

Possiamo ritrovare le radici spirituali di questa visione in un gesuita molto caro a Bergoglio e da lui canonizzato: Pietro Favre (1506-1546). Come scrive egli stesso nel suo diario spirituale, un giorno ha sentito di pregare per otto persone insieme «senza pensare ai loro difetti. Erano il Sommo Pontefice, l’Imperatore, il re di Francia, il re d’Inghilterra, Lutero, il Turco, Buccero e Filippo Melantone» (Memorie spirituali, n. 25, 19 novembre 1541). Favre metteva tutti nella sua preghiera. E, oltre alle figure religiose e al papa Paolo III, troviamo tutti i grandi attori politici del suo tempo: Carlo V, Enrico VIII, ma anche Francesco I e Solimano II, firmatari dell’alleanza franco-ottomana che causò grande scandalo nel mondo cristiano dell’epoca e che durò per più di 250 anni. Favre visse il clima fluido e burrascoso della prima metà del Cinquecento e viveva un’unità interiore profonda dovuta alla sua fede nella misericordia di Dio. Così incarnò un’apertura mentale e spirituale nei confronti delle sfide dell’epoca, religiose e politiche. Possiamo cogliere in papa Francesco la medesima ispirazione di Favre proprio in questa sua volontà di parlare con chiunque sia un player capace di determinare i destini del mondo o di un’area geografica di crisi.

La dinamica della misericordia obbliga – anche concettualmente – a quello che papa Francesco ha definito nella conversazione che ho avuto con lui nel 2013, nell’intervista per «La Civiltà Cattolica», «pensiero incompleto» o «pensiero aperto»17.

Il pontefice, in un appello a «La Civiltà Cattolica» nell’occasione della pubblicazione del fascicolo numero 4000 a cui già ho fatto riferimento, ha detto senza mezzi termini: «La crisi è globale». E ha aggiunto: «Solo un pensiero davvero aperto può affrontare la crisi e la comprensione di dove sta andando il mondo, di come si affrontano le crisi più complesse e urgenti». Il pensiero aperto è un pensiero flessibile, che comprende le situazioni mentre accadono e ne sa valutare il significato e le conseguenze, anche al di là di ciò che appare.

Voglio ricordare qui la situazione siriana e il Medio Oriente. Conosciamo il ruolo importante svolto dalla Santa Sede contro la guerra in Siria nel settembre del 2013. Oggi, davanti al conflitto intra-islamico tra sunniti e sciiti, che trova anche in Siria un luogo di scontro, occorre stare in guardia davanti al rischio di fare il gioco di chi contrappone Riyad e Teheran, schierandosi da una parte o dall’altra. Il quadro è estremamente complesso, ma per eliminare la piaga del cosiddetto «Stato Islamico», serve che sunniti, sciiti, Russia e Occidente facciano causa comune. In questo quadro va inserito l’impegno della Santa Sede per considerare l’Iran come possibile interlocutore non emarginabile.

Ricordiamo che il presidente iraniano è stato ricevuto dal papa il 26 gennaio 2016. Quel giorno il presidente aveva scritto sul suo account Twitter: «Islam e il cristianesimo hanno bisogno di dialogo più che mai oggi, in quanto alla base dei conflitti fra le religioni vi è soprattutto l’ignoranza e la scarsa conoscenza reciproca». La sala stampa vaticana comunicava che in quella circostanza «si è rilevato l’importante ruolo che l’Iran è chiamato a svolgere, insieme ad altri paesi della regione, per promuovere adeguate soluzioni politiche alle problematiche che affliggono il Medio Oriente, contrastando la diffusione del terrorismo e il traffico di armi». Sempre nell’occasione dell’incontro con Rouhani è stata ricordata «l’importanza del dialogo interreligioso e la responsabilità delle comunità religiose nella promozione della riconciliazione, della tolleranza e della pace».

Con l’Iran la Santa Sede ha stabilito regolari rapporti diplomatici, che invece non esistono con il Regno dell’Arabia Saudita. Tuttavia occorre ricordare che il 22 novembre 2017 papa Francesco ha ricevuto una delegazione ufficiale del Regno saudita guidata dal dottor Abdullah bin Fahad Allaidan – consigliere del ministro degli Affari islamici, della convocazione e della guida e supervisore del Programma per lo scambio di conoscenze – e composta da circa dieci rappresentanti del Ministero dell’interno, della giustizia, della cultura e dei media. Leggiamo sul sito dell’Ambasciata d’Arabia presso l’Italia: «Il Santo Padre ha espresso i sentimenti di stima al Custode delle Due Sacre Moschee, Re Salman bin Abdulaziz Al Saud e a S.A.R. il Principe Ereditario Mohammed bin Salman, Vice Primo Ministro e Ministro della Difesa, e ha rivolto i suoi saluti al governo e al popolo del Regno dell’Arabia Saudita e al mondo islamico. La delegazione ha trasmesso i sensi della profonda stima del Regno a Sua Santità per le nobili posizioni prese e per le dichiarazioni in cui il Santo Padre invita alla pace e alla convivenza, rifiutando ogni nesso tra religione ed estremismi. L’incontro ha riaffermato il sincero e profondo desiderio dei due Paesi di diffondere la cultura del dialogo e della pacifica coesistenza tra tutte le religioni e le culture». Queste visite rappresentano segnali incoraggianti, adesso che il principe designato Mohammed bin Salman continua a ripetere che è sua intenzione modernizzare lo stato e allargare le maglie della società saudita. Ricordiamo pure che due settimane prima il cardinale maronita Béchara Raï si era recato in missione a Riyad ricevendo un’accoglienza significativa. «C’è un buon clima e cerchiamo di mantenerlo», aveva detto a Radio Vaticana.

In questo quadro va sottolineato, per altri versi, il desiderio di un ponte diplomatico con la Cina di Xi Jinping, oltre quello «aereo» fortemente simbolico e assicurato dal permesso di sorvolo del territorio della Repubblica popolare già accordato al pontefice tre volte. Proprio in volo, per due volte il papa ha espresso sia il desiderio di andare in Cina sia il desiderio di ripristinare rapporti diplomatici e di amicizia. «La Cina», disse rientrando dagli Stati Uniti, «è una grande nazione, che apporta al mondo una grande cultura e tante cose buone. […] Io amo il popolo cinese; gli voglio bene. Mi auguro che ci siano le possibilità di avere buoni rapporti, buoni rapporti. Abbiamo contatti, ne parliamo… Andare avanti. Per me avere un Paese amico come la Cina, che ha tanta cultura e tanta possibilità di fare bene, sarebbe una gioia».

Un elemento importante del viaggio in Myanmar e Bangladesh del dicembre 2017 è stato proprio il fatto che il papa sia stato il primo a considerare in maniera esplicita il nuovo ruolo che la Cina vuole svolgere – e sta già svolgendo – nel contesto internazionale. Un dato di fatto che Francesco stesso ha riassunto, nella conferenza stampa al rientro a Roma, con queste precise parole: «Pechino ha una grande influenza sulla regione, perché è naturale: il Myanmar non so quanti chilometri di frontiera ha lì; anche nelle messe c’erano cinesi che sono venuti… Credo che questi paesi che circondano la Cina, anche il Laos, la Cambogia, hanno bisogno di buoni rapporti, sono vicini. E questo lo trovo saggio, politicamente costruttivo, se si può andare avanti. Però, è vero che la Cina oggi è una potenza mondiale: se la vediamo da questo lato, può cambiare il panorama».

È importante notare come il viaggio in Myanmar e Bangladesh sia stato seguito con attenzione dalla Cina. Questo è chiaro anche per il fatto che la stampa della Repubblica popolare ne ha dato conto, in particolare il «Global Times», un tabloid prodotto dal quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese, il «Quotidiano del Popolo». Il papa non ha nascosto neppure questa volta il suo desiderio di un eventuale viaggio: «Mi piacerebbe, non è una cosa nascosta. Le trattative con la Cina sono di alto livello culturale». Ma ha aggiunto: «Poi c’è il dialogo politico, soprattutto per la Chiesa cinese, con quella storia della Chiesa patriottica e della Chiesa clandestina, che si deve fare passo passo, con delicatezza, come si sta facendo. Lentamente». E ha concluso: «Ma le porte del cuore sono aperte. E credo che farà bene a tutti, un viaggio in Cina. A me piacerebbe farlo».

Parlando della Cina, Francesco ha usato un’espressione interessante: vedere le cose da un lato che può cambiare la percezione del panorama. E ha parlato di relazioni internazionali «politicamente costruttive». Non dobbiamo lasciarci sfuggire il senso di queste parole, che sono la chiave della «diplomazia della misericordia» di Bergoglio. Il papa è costruttivo nei suoi gesti e nelle sue parole. Non fa cose per pressione mediatica o per acquisire luce positiva: fa quel che deve fare per «costruire» ponti e tenere aperte le porte del dialogo. Il suo è un realismo che punta a tessere relazioni.

Questo, ad esempio, è quel che abbiamo verificato nell’importante azione che portò a riavvicinare Cuba al continente nordamericano: sia Barack Obama – incontrato in Vaticano nel marzo del 2014 e poi durante il viaggio apostolico negli Stati Uniti nel 2015 – sia Raúl Castro – ricevuto in Vaticano nel maggio del 2015 e poi durante il viaggio apostolico a Cuba quattro mesi dopo – hanno ringraziato pubblicamente il pontefice per il ruolo svolto. Così commentò il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, che diede una lettura dell’impegno di Francesco in questo caso: «Da parte del pontefice non è stato proposto di riscrivere la storia, ma di andare oltre, avendo piena conoscenza e coscienza delle difficoltà e dei tempi necessari. Riattivare i rapporti diplomatici tra quei due paesi ha significato dare continuità e stabilità al dialogo e al reciproco ascolto. Un fatto positivo, e non solo in termini politici, ma per la convivenza sociale e la stessa dimensione religiosa»18.

La Santa Sede, inoltre, ha contribuito alla riuscita del processo di pace fra il governo della Colombia e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC). E proprio quando il papa si è messo in viaggio verso il paese è stato dichiarato il cessate il fuoco bilaterale di 102 giorni tra governo ed Ejercito de Liberación Nacional (ELN) raggiunto a Quito, Ecuador. Si è detto che la tregua potrà essere rinnovata man mano che si avanzi nella trattativa, ma la speranza è che si giunga a un accordo. Il leader delle FARC, Rodrigo Londoño Echeverri, meglio noto con il soprannome Timochenko, ha persino inviato a Francesco, da poco giunto in terra colombiana, una lettera nella quale scriveva: «Le sue reiterate spiegazioni sulla misericordia infinita di Dio mi spingono a supplicare il suo perdono per qualunque lacrima o dolore abbiamo causato al popolo della Colombia o a uno dei suoi membri». Il leader delle FARC ha proseguito affermando tra l’altro: «Abbiamo messo da parte ogni manifestazione di odio e di violenza, ci spinge il proposito di perdonare quelli che sono stati i nostri nemici e tanto danno hanno fatto al nostro popolo, compiamo l’atto di contrizione indispensabile per riconoscere i nostri errori e chiedere perdono a tutti gli uomini e le donne che in qualche modo sono state vittime della nostra azione». E ha aggiunto: «Dal suo primo passo nel mio Paese ho sentito che finalmente qualcosa può cambiare».

In sostanza – come risulta chiaro da questi casi citati tra i tanti – la posizione voluta dal papa consiste nel non dare torti e ragioni, perché alla radice comunque c’è una lotta di potere per la supremazia regionale, definita da Francesco «vana pretesa». Non c’è da immaginare uno schieramento per ragioni morali. Il papa rifiuta la compenetrazione tra politica, morale e religione che porta ad assumere un linguaggio che suddivide la realtà tra un «asse del male» e un «asse del bene». Francesco avverte invece la necessità di vedere il quadro da un’ottica differente. In sostanza, l’atteggiamento del papa consiste nell’incontrare i maggiori player in campo, per ragionare insieme e proporre a tutti un bene maggiore, ed esercitare il soft power che è il tratto specifico della sua politica internazionale della Santa Sede.

In politica per Bergoglio, come per Fëdor Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo, che lui tanto ama, non è detto che «due-per-due-quattro», ma potrebbe essere anche «due-per-due-cinque»19. La logica qui non è rigidamente algebrica: è flessibile, elastica, viva. Questo mette in moto logiche e dinamiche imprevedibili, proprie di una visione poliedrica, che cioè considera le cose nella loro complessità. Per Francesco la storia del mondo non è un film hollywoodiano. Non arrivano i «nostri» a salvarci contro i «loro»: sa che ci sono in ballo sempre e comunque giochi di interesse. Per questo non entra in reti di alleanze precostituite, mantenendo i giusti rapporti tra dimensione politica e valori spirituali. Risulta chiaro l’intento della Santa Sede di stabilire rapporti diretti e fluidi con le superpotenze, senza voler entrare in reti precostituite di alleanze e influenze.

ACQUISTA IL LIBRO SU

Acquista su Libreria del Santo Acquista su Amazon Acquista su Ibs

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.