Paolo Curtaz – Commento al Vangelo di domenica 10 Aprile 2022

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La misura dell’Amore

Lettura della Passione dal Vangelo secondo Luca

Dio non è uno che ti manda le disgrazie. Non è un padrone che ti castra e ti impedisce di volare. Non è un despota che ti fa stare buono e zitto sennò ti castiga e allora lavora. Non è uno che brandisce la Legge e aspetta di lapidarti.

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Non è uno che ferma le guerre, dopo che le abbiamo scatenate, pensando – tenero – che le sue creature possono farlo benissimo da sole. 

Non il Dio di Gesù. Non il mio Dio.

Ci vuole il deserto e la verità, la fame di senso e la Parola per riuscire ad arrendersi all’evidenza di Dio. 

Un Dio che lascia crescere i suoi figli, che ha fatto bene ogni cosa e fa piovere sui giusti e gli ingiusti: un Dio che, come un Padre, scruta l’orizzonte e accoglie con dignità il figlio che lo voleva morto, ed esce a spiegare le sue ragioni all’altro figlio offeso; un Dio che, unico giusto, potrebbe condannarmi e non lo fa, chiedendomi di uscire dalla mediocrità del peccato, falsa libertà.

Siamo alla fine del deserto: ora vediamo all’orizzonte il Golgota.

Il promontorio da cui si innalza la tenerezza infinita di Dio.

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Il palcoscenico da cui pende la misura del suo amore senza misura.

Inizia la grande settimana, la più grande, la più importante, la più profonda. 

La settimana piena di stupore e di sangue, di amore e di emozioni. Inizia la settimana Santa.

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Osanna!

Gesù entra a Gerusalemme trionfalmente. La gente applaude, agita in alto i rami strappati dalle palme e dagli ulivi, stende i propri mantelli al passaggio del Rabbì di Galilea. Piccola gloria prima del disastro, fragile riconoscimento prima del delirio. 

Gesù sa, sente, conosce ciò che sta per accadere.

Troppo instabile il giudizio dell’uomo, troppo vaga la sua fede, troppo ondivaga la sua volontà.

Ma che importa? 

Sorride, ora, il Nazareno e ascolta la lode rivolta a lui e che egli rivolge al Padre.

Messia impotente e mite, energico e tenero, affaticato e deciso. 

Non entra a Gerusalemme cavalcando un bianco puledro, non ha soldati al suo fianco che lo scortano e lo proteggono, nessuno stendardo nessuna insegna lo precede, nessuna autorità lo riceve: entra in città cavalcando un disarmante ciuchino, ricordando a noi, malati di protagonismo, che il potere è tale solo se non si prende troppo sul serio, che la gloria degli uomini è inutile e breve.

Che potere è servire. Che potere è amare rendendo liberi.

Che potere è pacificare.

E in questo anno arrabbiato, egoista, greve, attraversato da mille tensioni e violenze, davanti alla recrudescenza della tenebra e dell’ombra, Dio ancora indica quel suo gesto assurdo, canzonatorio, ingenuo e sbalorditivo come profezia di pace.

Osanna, figlio di Davide, Osanna nostro incredibile Dio, nostro magnifico re.

Osanna dai tuoi figli poveri e illusi, feriti e mendicanti, 

Osanna re dei poveri, protettore dei falliti, Osanna!

Innalza a te il grido di lode la tua Chiesa, santa e peccatrice, riconosce in te l’unica ragione di vivere, l’unica ricerca, l’unico annuncio, Osanna, maestro amato. 

Osanna, mio maestro.

La passione

Luca racconta la sua passione lasciando trasparire tutto il bene che ha ricevuto da Cristo. 

Lo ama il Dio di Gesù, ama il Signore che egli ha conosciuto attraverso le parole vibranti di Paolo. E racconta le ultime ore di battaglia, racconta dello scontro titanico tra il Dio rifiutato e la tenebra incombente che suggerisce (a ragione?) a Gesù di abbandonare l’uomo al suo destino. La battaglia, l’agonia è, in Luca, tutta concentrata nella preghiera sanguinante del Getsemani.

Capiranno, gli uomini? O anche quel gesto passerà inosservato e inutile come tanti altri?

Altro è predicare e guarire, altro morire, nudi, appesi alla croce.

Gesù sceglie: consapevolmente, drammaticamente, dolorosamente.

Andrà fino in fondo, si immergerà nella volontà degli uomini (di morte), sperando che essi scoprano la volontà di Dio (di dono di sé).

Accetta di morire il Nazareno, il Figlio di Dio, perché nessuno possa dire che ciò che egli annuncia è fantasia o delirio. Accetta quell’ultima prova, voluta dagli uomini, non certo dal Padre, per manifestare definitivamente il vero volto del Padre, un Padre/Madre colmo di misericordia.

Un Dio in cui egli crede al punto di preferire la morte al suo rifiuto.

Dopo, tutto diventa miracolo.

Al servo viene riattaccato l’orecchio, Pilato ed Erode diventano amici, Pietro piange il suo tradimento, Gesù viene riconosciuto “giusto” dal procuratore pagano, le donne vengono consolate e scosse, il ladro appeso alla croce perdonato e la folla torna a casa percuotendosi il petto.

È piena di inattesa dolcezza la morte di Dio.

Amato amore

Così sei amato, fratello, così sei accolta, sorella.

Sappiti amato, ho ripetuto in questi due anni. Meditando la passione restiamo anche noi allibiti, costernati. Assistiamo allo spettacolo della morte di Dio, del dono totale di sé.

Ecco Dio: pende dalla croce, morto per amore.

Dio muore d’amore.

Libero. Liberante. 

Muore senza farlo pesare. Muore leggero. Trasfigurato, infine.

Non per suscitare sensi di colpa (orribile tradimento dell’annuncio), ma per smuovere il mare di ghiaccio che abita in noi.

Siateci, fratelli, fate come dice Luca: assistiamo allo spettacolo della morte di un Dio che muore. Spettacolo che scava le coscienze, che spalanca i cuori, che mozza il fiato.

Quando accogliamo il dolore e lo affidiamo, quando, nonostante la violenza, siamo resi capaci di perdonare e donarci, anche la nostra vita produce inattesi miracoli, prodigi e conversioni, senza che neppure ce ne accorgiamo.

Sappiti amato.

Ora sai quanto. Sai qual è la misura di questo amore.

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