Luciano Manicardi – Commento al Vangelo di domenica 2 Ottobre 2022

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La fede, dono per il quotidiano

La pericope evangelica di questa domenica è tratta da un passo lucano (17,1-10) in cui Gesù rivolge degli insegnamenti ai suoi discepoli (v. 1). In particolare, essa contiene un breve dialogo tra gli “apostoli” (v. 5) e Gesù sul tema della fede (vv. 5-6), quindi una parabola centrata sul rapporto tra un padrone e uno schiavo (vv. 7-10). Il linguaggio utilizzato da Luca mostra che questi versetti rivestono una dimensione ecclesiale e costituiscono un insegnamento rivolto in particolare a chi nella chiesa svolge ruoli di responsabilità. Già l’utilizzo del termine apóstoloi rinvia a chi nella chiesa ha un mandato da parte del Signore e riveste incarichi di guida e di autorità (v. 5; cf. Lc 6,13; 9,10; 11,49; 22,14; 24,10), ma poi il termine “servo”, doûlos, indica a volte chi svolge un ministero nelle comunità cristiane (At 4,29; 16,17), il verbo “pascere”, poimaínein, designa la funzione dei pastori nella chiesa (At 20,28), il verbo “servire”, diakoneîn, è usato per indicare il servizio ecclesiale, in particolare il ministero delle tavole (At 6,2), i verbi “mangiare”, esthíein, e “bere”, pínein, rinviano al pasto eucaristico (Lc 22,14-20). Luca dunque predispone una filigrana al suo testo che indica discretamente, ma chiaramente, la portata ecclesiale del testo.

Gesù ha appena parlato dell’inevitabilità del sorgere di scandali nello spazio ecclesiale (Lc 17,1-3a) e ha invitato a correggere chi pecca e a perdonare all’infinito chi, dopo aver peccato, si pente e riconosce apertamente il proprio peccato (17,3b-5). In questo contesto si comprende la preghiera dei discepoli di veder accresciuta la loro fede. Come reggere il peso degli scandali, degli ostacoli alla vita di comunione, dell’inciampo posto ai più piccoli e semplici nello spazio ecclesiale? Come esercitare una correzione fraterna che non schiacci il fratello ma lo liberi? Come perdonare ancora e sempre chi ogni volta si pente? Solo nella fede. Non si tratta di far finta di niente o di lasciar correre, ma di perdonare, ovvero di riconoscere, nominare e assumere il male che avviene nella comunità e di portarne il peso cercando il ravvedimento di chi ha posto ostacoli al vangelo e alla comunione comunitaria, perseguendo dunque il bene della comunità. Certo, il bene possibile. Il bene che anche gli altri consentono, perché negli scandali ecclesiali vi è anche il non ritenersi bisognosi di perdono, vi è la cecità verso il male commesso, vi è l’ostinazione nella difesa di sé e l’impermeabilità alle parole di esortazione e correzione di altri, vi è l’alterigia e la prepotenza di chi ritiene di non aver bisogno degli altri … Colpisce l’intelligenza dei discepoli che, dopo le parole di Gesù su alcune criticità della vita ecclesiale e su certe sue esigenze, invocano una fede profonda e robusta, e indirizzano la loro attenzione e preoccupazione sulla fede, non su altro. Essi vanno all’essenziale, a ciò che è fondante. Invocano la fede non a proposito di cose celesti o teologiche, ma terrene, umane, quotidiane, cioè le relazioni, i rapporti fraterni, la vita insieme agli altri. Reagendo così in particolare all’esigenza di un perdono sempre ripetuto se accompagnato dal pentimento del peccatore, i discepoli mostrano di aver ben compreso che il perdono non è solo un gesto etico, ma è evento escatologico, dono dello Spirito santo, irruzione del Regno di Dio nella vita degli uomini. Mostrano di aver capito che la comunione nella comunità cristiana – comunione a cui è essenziale il perdono – è possibile solo grazie alla fede, al far regnare la signoria di Dio. Ma chiedendo la fede essi mostrano anche di aver compreso che la fede è dono che trova nel Signore stesso la sua origine e la sua fonte. E mostrano di aver capito che della fede – propria e altrui – non si è padroni e non la si può imporre, ma solo accogliere con gratitudine e nutrire con la preghiera. E ancora che anche per loro, “gli apostoli”, i Dodici scelti direttamente da Gesù, la fede non è una realtà scontata, ma dinamica, in divenire, da nutrire e da riscegliere quotidianamente.

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Il testo sottolinea anche che la fede e null’altro è alla base dell’autorità degli apostoli: questo è indicato da Luca con l’annotazione che, se i discepoli avessero fede quanto un minuscolo granello di senape, potrebbero farsi “obbedire” (verbo hypakoúein: v. 6) anche da un albero a cui viene ordinata una cosa folle. Solo la fede consente al predicatore, al missionario, all’apostolo di farsi eco – con la propria azione e la propria parola – dell’azione e della Parola di Dio e di suscitare nel destinatario l’adesione teologale, non un’appartenenza alla propria persona. Certo, la risposta di Gesù alla richiesta dei discepoli sposta l’accento dalla quantità all’autenticità. Se la supplica chiede di accrescere, aumentare (lett.: “aggiungere”: Lc 12,25; At 2,41.47; 5,14) la fede, Gesù, riprendendo l’immagine di ciò che è piccolo per definizione, minimo, il grano di senapa, “il più piccolo di tutti i semi” (Mt 13,32), risponde dicendo che non è significativo un sovrappiù di fede, un suo aumento, ma occorre semplicemente avercela, avere una fede viva e convinta. La fede, infatti, in quanto tale, lascia agire il Dio a cui nulla è impossibile (cf. Lc 1,37). L’efficacia della fede sta nel suo lasciar operare nell’uomo lo Spirito del Signore ed è questa presenza che libera i rapporti fraterni e le relazioni interpersonali dai sempre possibili circoli viziosi, dalle manipolazioni, dalla caduta in mortifere dipendenze psicologiche e spirituali, dalla creazione di legami non limpidi.

E non è certo un caso che la parabola che Gesù narra subito dopo (vv. 7-10) metta in scena un padrone e uno schiavo. I cristiani, nei loro rapporti reciproci sono fratelli, con-servi, servi insieme dello stesso Signore e chiamati a farsi servi gli uni degli altri. E in primis coloro che hanno come mandato di esercitare l’autorità nella chiesa. Purtroppo anche nelle comunità cristiane, dove, dice Paolo, “non c’è più schiavo né libero” perché tutti sono “uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28), possono ricrearsi situazioni in cui vi è chi si comporta da padrone trattando altri come dei servi. Il Nuovo Testamento contiene diverse tracce di disfunzionamenti relazionali all’interno delle comunità, e in particolare si fa riferimento ad abusi di autorità (cf. Mt 18,23-35; Lc 12,45-46; 1Pt 5,2-3). Al tempo stesso, parlando di servi, la parabola si mostra in diretta continuità con le parole precedenti circa la fede. Chi è infatti il servo se non colui che viene reso obbediente al Signore dall’ascolto assiduo della parola del Signore? Non è forse così per il servo del Signore di cui parla Isaia (Is 50,4-5) e non è così per Maria, la serva del Signore resa tale dall’accoglienza incondizionata della parola di Dio (Lc 1,38)? Nella comunità cristiana il servo è colui che, liberamente e volontariamente, fa ciò che gli è stato comandato, cioè obbedisce al vangelo e non per questo avanza titoli di merito o pretese di riconoscimento.

Ora, la parabola dice che nel rapporto sociale padrone-servo, rapporto di necessità e non di libertà, non vi è spazio per la gratuità e la gratitudine, per la cháris (v. 9). È evidente che il padrone non ha alcun motivo per ringraziare il servo che, di ritorno dal lavoro nei campi, si mette a servirlo a tavola: questo rientra nei compiti del servo. Il servo obbedisce a quanto gli viene comandato. Gesù prima paragona gli apostoli a dei padroni che hanno dei servi (vv. 7-9), poi direttamente a dei servi, e per di più, inutili (v. 10: achreîoi, inutiles). Cioè: l’autorità nella chiesa si declina come servizio ed esclude ogni rapporto di forza e di dominio. Il passaggio dall’“avere un servo” (cf. v. 7) all’“essere servi” (cf. v. 10) è significativo: nella comunità cristiana non vi sono padroni e servi, ma vi sono dei fratelli che sono dei servi dell’unico Signore e maestro (cf. Mt 23,8-10). L’autorità nella chiesa deve passare attraverso il vaglio dell’umiltà e del servizio per non esprimersi come potere e oscurare così l’unica signoria di Gesù: “Un apostolo non è più grande di chi l’ha inviato”, dice Gesù ai suoi discepoli subito dopo aver loro lavato i piedi durante l’ultima cena (Gv 13,16).

Ecco dunque la situazione, paradossale ma salvifica, in cui è situato l’apostolo nella comunità cristiana: la sua autorità riposa interamente sul suo essere inviato come servo (Lc 17,7; At 20,19), per lavorare il campo di Dio (1Cor 3,5 ss.), per arare (Lc 17,7; 1Cor 9,10) o pascolare (Lc 17,7; At 20,28; 1Cor 9,7). La sua autorità nasce dalla sua obbedienza alla parola del Signore (Lc 17,10). Ed ecco la coscienza con cui il servo è chiamato a esercitare il suo ministero: l’inutilità. Il testo non significa che il suo spendersi non serva a nulla e che lui sia inutile, ma che egli è semplicemente un servo, nulla più. Possiamo dire che la coscienza che anima l’apostolo è liberante e liberata quando egli compie tutto senza nulla far risalire a se stesso, ma tutto rinviando al Signore che è all’origine della sua chiamata e di ogni fecondità apostolica. Come fa Paolo che, dopo aver ricordato di aver “servito il Signore con tutta umiltà” (At 20,19), aggiunge: “La mia vita non è meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi è stato affidato dal Signore Gesù” (At 20,24). Ma questo lo si può affermare solo mossi da una profonda e radicata fede.

A cura di: Luciano Manicardi

Per gentile concessione del Monastero di Bose

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