Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 13 Febbraio 2022

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Le due vie

Il brano di questa domenica ci presenta il grande discorso di Gesù pronunciato dopo aver chiamato i discepoli e aver guarito molti infermi. Egli scende dal monte dell’intimità con il Padre, il tempo della preghiera e del dialogo profondo con Lui, per immergersi nella vita della pianura, la quotidianità della storia e delle relazioni. Lì, guardando i suoi discepoli, alla presenza della folla, parla loro del Regno, invitandoli ad essere lievito nella massa, a portare in sé la logica di Dio, affinché Egli regni.

Gesù offre il cammino della felicità vera, quella che viene dall’ascolto della sua Parola e dalla sequela della sua persona, concretizzata negli atteggiamenti della vera povertà, dell’indigenza, della sofferenza e della persecuzione. Non si tratta primariamente di un’esortazione moraleggiante che finirebbe per elogiare degli antivalori, quanto la fotografia di una realtà, con la promessa di una gioia ulteriore. Le beatitudini nella versione lucana, infatti, sono più delle descrizioni della vita del discepolo, segnata dallo scontro concreto con la mentalità del mondo, piuttosto che degli atteggiamenti spirituali da vivere. Luca, partendo dalla situazione di povertà del discepolo, vi legge la promessa della ricchezza del Regno.

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Nel cogliere la dimensione della sua indigenza e del bisogno che ha nel mondo, vi legge la promessa di un pieno compimento nell’eternità. Nella sofferenza del tempo e della storia scorge l’apertura ad una gioia che non ha fine. Nell’odio, nella persecuzione e nel disprezzo, a causa del suo Nome, infine, coglie la rampa di lancio per una ricompensa senza fine, nell’eterna gloria dei santi. Il discepolo che vive le sfide di ogni giorno con fede e speranza in Dio e nella vita senza tramonto, pur passando in mezzo a tali tribolazioni, può essere certo che la sua sorte sarà quella dell’eternità, perché egli non può mai essere più del suo Maestro.

Se Cristo, il cui ritratto è abbozzato nelle beatitudini, si è fatto povero, bisognoso, sofferente e perseguitato, per poter vincere il peccato e la morte mediante la sua Pasqua, lo stesso discepolo non potrà percorrere una via differente. Il cristianesimo non è oppio del popolo, come sosteneva qualcuno, né narcotizzazione della mente o mera consolazione psicologica.

Esso non offre facili soluzioni, quanto quel sano realismo di chi vive la realtà, accogliendola fino in fondo e scorgendovi i germi dell’Oltre divino. Dall’altra parte, però, c’è sempre la possibilità di investire su ciò che questo mondo può offrire, ponendo le proprie sicurezze in cose che non sono Dio, come fanno i ricchi egoisti verso i beni materiali, gli avidi insaziabili verso i piaceri e gli averi, i gaudenti verso il divertimento e le distrazioni e come fanno anche coloro che cercano solo la gloria terrena.

Chi decide di prendersi tutto ciò che il frammento di questa vita e di questo mondo può offrire, vivendo come se Dio non ci fosse, come se non esistesse nessun altro rispetto a sé, si preclude per sempre la strada della vita eterna. Questa pagina del Vangelo, così chiara e tagliente provoca ciascuno di noi a domandarsi con sincerità: “Io da che parte sto? Dov’è il mio cuore?


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