don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 1 Agosto 2022

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NELL’EREMO CON GESU’ PER SPERIMENTARE NELLA NOSTRA REALTA’ LA MOLTIPLICAZIONE DEL SUO AMORE IN VITA ETERNA

La nostra vita non è oggi un vero e proprio “eremo”, secondo l’originale greco reso con “luogo deserto”? Nelle diverse circostanze non stiamo sperimentando la solitudine propria degli “eremiti”? Arrivata la sera, il momento in cui la carne esige il contraccambio per aver obbedito e seguito il Signore, l’uomo vecchio che si era nascosto così bene, esce allo scoperto, come accadde al Popolo di Israele nel deserto, e comincia a mormorare in noi, desiderando il cibo di cui si nutre l’uomo vecchio.

Non resta che scappare dall’eremo e andare nei villaggi a comprarsi da mangiare. Ma occorrono soldi, sforzi, compromessi. Occorre tornare al mondo e abbandonarsi ai suoi costumi e ai suoi valori, perché nei villaggi nessuno ti regala nulla. Abbiamo camminato dietro al Signore conservando l’Egitto nel cuore. Ma Gesù si inoltra nel deserto, ritira nel sepolcro dove è sepolto il tuo matrimonio, la relazione con quel parente o quel fratello. Gesù è già al capolinea deserto dei tuoi adulteri, dei tuoi furti, delle tue concupiscenze e avarizie. Gesù è venuto nella nostra solitudine per colmarla del suo perdono; nella nostra sofferenza per averne compassione.

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Per questo il Signore ci annuncia che non occorre andare da nessuna parte a cercare pane e salvezza. La realtà che stiamo vivendo è l’eremo, identico a quello dei monaci del deserto e delle suore di clausura, nel quale il nostro Sposo ci attende per moltiplicare la sua vita in noi. Non c’è altro matrimonio che questo, non esistono figli diversi, perché il suo amore si riversa pienamente nell’eremo e nella sera che stiamo vivendo. Dove è abbondato il peccato sovrabbonda la Grazia, come il pane e i pesci. Per questo ci dice oggi: voi stessi date loro da mangiare, invitandoci a guardare senza timore alla nostra vita, a non scandalizzarci della povertà, della debolezza, dei peccati.

“Non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”,: abbiamo la nostra povertà, ma abbiamo anche la sua Parola, i “cinque” rotoli della Torah (i “cinque” libri del Pentateuco); e Cristo che ci parla, pescato vivo nel mare della morte come un “pesce” (Icthys, che significa in greco pesce, dalla frase ‘Iesus Cristos Théou Uios Soter, ov­vero Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore). E’ con noi nelle tue “due” nature, vero uomo e vero Dio, per fare di ciascuno, uomo e schiavo della carne, un figlio libero che vive secondo la natura divina che è venuto a donarci.

Non occorre far altro che consegnarci a Cristo, così come siamo, e vedremo la folla delle situazioni inestricabili, le relazioni affamate di amore e pienezza, le debolezze di cui sono immagini le donne e i bambini, obbedire alla Parola creatrice di Gesù e distendersi sui prati d’erba fresca che segnano l’anticipo del Paradiso. Perché Lui ha il potere di unire la nostra natura umana corruttibile alla natura divina che ci dona nei sacramenti. Allora l’eremo della vita non sarà più una prigione, ma il pascolo dove, consegnandoci a Cristo, possiamo sperimentare la pienezza di vita che solo il suo amore ci può donare.

Divenuti apostoli di Cristo, come le dodici ceste che ne sono immagine, nella sovrabbondanza di vita e amore, vedremo compiuta la vita offrendo Cristo vivo in noi ad ogni uomo.

Come le folle, anche noi abbiamo saputo dove è andato Gesù con la barca della sua Chiesa; abbiamo cioè ascoltato e accolto l’annuncio del Vangelo e lo abbiamo seguito camminando a piedi dalle nostre città. E su questo cammino ci siamo fidanzati e poi sposati, ci siamo aperti alla vita, abbiamo studiato e lavorato, qualcuno ha accolto la chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata.

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Insomma, abbiamo cercato di compiere la volontà di Dio. Ma poi, il rapporto tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fidanzati e amici ha cominciato a farsi difficile se non impossibile, il ministero ha rivelato le sofferenze che suppone, e siamo arrivati anche noi in un luogo deserto. Il nostro matrimonio non è oggi un vero e proprio “eremo”, secondo l’originale greco reso con “luogo deserto”? Nelle diverse circostanze della nostra vita, non stiamo sperimentando la solitudine propria degli “eremiti”? Forse, quando abbiamo accolto la predicazione e abbiamo deciso di vivere nella volontà di Dio seguendo le orme del Signore non abbiamo compreso davvero quello che significava…

Ma arriva la sera, il momento in cui la carne esige il contraccambio per aver obbedito e seguito il Signore; arriva cioè la fame perché intorno scopriamo di non avere nulla di cui saziarci, e l’uomo vecchio che si era nascosto così bene, esce allo scoperto, come accadde al Popolo di Israele nel deserto, e comincia a mormorare in noi, desiderando il cibo di cui si nutre l’uomo che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici: agli e cipolle, affetto e stima, successo e prestigio, attenzioni e lodi, e poi denaro e cose, piacere e consolazioni. E invece nulla di tutto questo. Abbiamo seguito il Signore che ci aveva parlato nella sua Chiesa promettendoci una vita nuova e felice, e niente, dopo tanto cammino ci accorgiamo che quello che abbiamo creduto essere comunione e felicità si è rivelato un eremo inospitale e senza cibo. Non resta che scappare dall’eremo e andare nei villaggi a comprare da mangiare. Ma occorrono soldi, sforzi, compromessi.

Occorre tornare al mondo e abbandonarsi ai suoi costumi e ai suoi valori, perché nei villaggi nessuno ti regala nulla. Purtroppo tanti, pur avendo seguito il Signore, anche nel presbiterato e nella vita religiosa, al sopraggiungere della sera buia di delusioni e problemi, all’apparire della Croce, si sono lasciati sedurre dal demonio e sono tornati sui propri passi, sino all’Egitto dal quale l’amore di Dio li aveva liberati, sperimentandovi delusioni più cocenti, perché lucidamente cercate nell’illusione di scamparle. Fratelli, accettiamo la verità: abbiamo camminato dietro al Signore conservando l’Egitto nel cuore. Ma la sera ci smaschera: quel luogo deserto è immagine delle conseguenze di solitudine, infecondità e morte di chi pensa e fa ciò che non gli è lecito, come fece Erode che, per silenziare la Verità, ha tagliato la testa di Giovanni Battista.

Ma Gesù discerne nel suo martirio la volontà di salvezza del Padre. Per questo, all’udire la notizia della morte di Giovanni, si inoltra nel deserto, il tuo e il mio, per precederci e attirarci nella Verità dove parlare al nostro cuore, come uno Sposo si confida con la sua sposa. Gesù cioè prende su di sé le conseguenze della superbia con cui abbiamo tagliato con Dio illudendoci di poter decidere da soli cosa sia lecito e cosa non lo sia. Gesù si è ritirato per te e per me nel sepolcro dove è sepolto il tuo matrimonio, la relazione con quel parente o quel fratello. Gesù è già al capolinea deserto dei tuoi adulteri, dei tuoi furti, delle tue concupiscenze e avarizie! Gesù è venuto nella nostra solitudine per colmarla del suo perdono; nella nostra sofferenza per averne compassione.

Per questo, nel nostro eremo, il Signore ci annuncia che non occorre andare da nessuna parte a cercare pane e salvezza! La realtà che stiamo vivendo è l’eremo, identico a quello dei monaci del deserto e delle suore di clausura, nel quale il nostro Sposo ci attende per moltiplicare la sua vita in noi. Non c’è altro matrimonio che questo, non esistono figli diversi, perché il suo amore si riversa pienamente nell’eremo e nella sera che stiamo vivendo. Dove è abbondato il peccato sovrabbonda la Grazia! Il suo perdono ci trasforma in figli di Dio, ricolmi della sua vita immortale. Per questo ci dice oggi: voi stessi date loro da mangiare. Il Signore ci invita oggi a guardare senza timore alla nostra vita, a non scandalizzarci della povertà, della debolezza, degli stessi peccati. Che abbiamo allora?

“Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”: ci siamo noi Signore, con le nostre gelosie, i nostri giudizi, le mormorazioni e le invidie, la solitudine nella quale l’orgoglio ci ha chiusi; ma abbiamo anche la tua Parola, i “cinque” rotoli della Torah (i “cinque” libri del Pentateuco); e poi ci sei Tu che ci parli; sei “qui” con noi, pescato vivo nel mare della morte come un “pesce” (Icthys, che significa in greco pesce, dalla frase ‘Iesus Cristos Théou Uios Soter, ov­vero Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore); sei accanto a noi e per noi nelle tue “due” nature, vero uomo e vero Dio, per fare di ciascuno, solo uomo e schiavo della carne, un figlio libero di vivere secondo la nuova natura divina che sei venuto a donarci. Non occorre altro che portare a Lui quello che abbiamo già ricevuto nella Chiesa, Lui, nella sua Parola e nei suoi sacramenti.

Consegniamoci a Cristo allora, così come siamo, e vedremo la folla delle situazioni inestricabili, le relazioni affamate di amore e pienezza, le debolezze di cui sono immagini le donne e i bambini, obbedire alla Parola creatrice di Gesù e distendersi sui prati d’erba fresca che segnano l’anticipo del Paradiso. Perché Lui ha il potere di unire alla nostra vita così com’è, la natura umana corruttibile, alla sua natura divina che ci dona nei sacramenti. Allora l’eremo del matrimonio non sarà più una prigione, ma il pascolo dove i coniugi, deboli e affamati, non cercando l’uno nell’altro quello che non si possono dare, insieme si consegnano a Cristo perché sazi d’amore i loro cuori.

Solo dopo averlo mangiato nei sacramenti ed essersi saziati potranno consegnarsi mutuamente senza esigersi nulla, perché in loro avanzerà vita, amore e misericordia. Divenuti apostoli di Cristo, come le dodici ceste che ne sono immagine, nella sovrabbondanza dell’amore di Dio, si lasceranno portare via tempo e idee, criteri e progetti, perché ormai in essi la vita ricevuta non si esaurisce più. Così, nel farsi sera, sapremo riconoscere il momento di abbandonarsi alla benedizione di Gesù, che trasforma in bene ogni nostro male; Lui saprà alzare con gli occhi anche la nostra carne verso il Cielo, spezzandoci come pane consegnato ad ogni uomo, cominciando dai più vicini e intimi.

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