Teologia della missione

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    Riflessione sistematica sul modo con cui l’intera Chiesa e i singoli cristiani sono mandati da Cristo. Prima del Concilio Vaticano II, quattro encicliche pontificie trattarono appositamente dell’attività missionaria: Maximum illud di Benedetto XV (1919), Rerum Ecclesiae di Pio XI (1926), Evangelii praecones di Pio XII (1951) e Princepspastorum di Giovanni XXIII (1959). Mentre ribadivano il dovere della Chiesa di diffondere dovunque il vangelo, questi papi indicarono la necessità di edificare le Chiese locali (Benedetto XV), di promuovere un clero indigeno (Pio XI), di incoraggiare i laici nel rinnovare la situazione sociale (Pio XII) e di adattarsi alle culture locali (Giovanni XXIII) come fece Matteo Ricci in Cina (1552-1610). Il Vaticano II vide la missione della Chiesa radicata nel comando di Cristo dato agli apostoli, così come egli era stato mandato dal Padre (LG 17; GS 91). Per sua natura, la Chiesa ha per missione il mondo intero (AG 2,10). Nel passato qualche attività missionaria ha patito lo scandalo delle divisioni cristiane, ha tollerato molte ingiustizie politiche, economiche, razziali e culturali, e ha potuto in parte essere una forma di colonialismo spirituale. Oggi, la teologia della missione riconosce quasi unanimemente che lo sviluppo integrale e la liberazione fanno parte del pieno compito missionario della Chiesa. Per i Cattolici, il Papa Paolo VI in Evangelii nuntiandi (1975) offre orientamenti importanti sulla natura dell’evangelizzazione nel mondo d’oggi. Giovanni Paolo II ritorna sull’argomento nella Redemptorìs missio (1990) Cf Chiesa locale; Cristiani anonimi; Inculturazione; Proselito.