Riconoscenza

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    La derivazione dal latino re-cognoscere – composto dalla particella iterativa re (di nuovo) e cognoscere (conoscere) – fa della riconoscenza un sentimento consapevole e non superficiale, frutto di conoscenza consolidata, che sfocia in apprezzamento verso un gesto, un’azione o un atteggiamento portatori di beneficio.

    La radice etimologica non dice però tutta la ricchezza di quella che Lao-Tsè chiama «la memoria del cuore». Infatti, il carattere profondo e dinamico della riconoscenza – in quanto capacità di conoscere e riconoscere il valore di ciò che si è ricevuto, serbandone memoria e creando una speciale relazione con chi ha fatto del bene – emerge in maniera evidente, più che in altre, nella forma portoghese obrigado e nella forma verbale ebraica hodoth. Quest’ultima esprime, prima di tutto, il dare la propria adesione a qualcuno e, poi, il ringraziare. Senza che tutto ciò si consumi soltanto all’interno dell’anima ma diviene, come afferma M. Buber, «atto ed evento», realtà effettiva di conoscenza, relazione, emozioni e gesti concreti.

    Per tutto questo la riconoscenza è più ed è altro rispetto alla gratitudine, pur essendo ad essa strettamente legata. Non è un sentimento transitorio la riconoscenza, è un percorso temporale che molti sociologi oggi, sulla scia dei medievali, chiamano habitus, ossia disposizione permanente. Possibile solo a chi entra consapevolmente in relazione con la propria storia e con quanti incrocia vivendola. È uno stare nella mutualità di un’alleanza, che conferma l’altro nella sua esistenza e nella positività del gesto per il quale gli è riconoscente.

    Proprio perché percorso che coniuga atto ed evento, la riconoscenza non si improvvisa e non è sempre spontanea. Essa è piuttosto un modo di essere della persona, e può diventare uno stato costante della personalità, rendendola capace di accettare con stupore di essere destinataria di un dono gratuito da parte di qualcuno che non si attende nulla in cambio. Il soggetto riconoscente, disposto quindi a rimanere in relazione, riceve ciò che di bello e di buono transita attraverso di essa. E, proprio per questo, è lontano mille miglia dall’egocentrico per il quale tutto è dovuto, incapace di empatia e che si trova a suo agio solo in un mondo senza dialogo.

    Per molti analisti del profondo, alcuni tratti importanti della persona derivano da esperienze di gratuità che non creano obbligazioni o vincoli, bensì sorpresa e stupore inesprimibili. Chi è destinatario consapevole di gesti inattesi di gratuità, e, di questi, è riconoscente, prende le distanze dalla sterile e atrofizzante ignoranza narcisista per scoprire la possibilità di feconde relazioni altruiste. Uno dei frutti di tutto ciò è la capacità di sopportare meglio le difficoltà e raggiungere con gioia gli obiettivi che ci si propone.

    Forse è per questo che gli psicologi ritengono la riconoscenza strettamente collegata alla «soddisfazione vitale», in quanto contribuisce a plasmare il soggetto riconoscente, rendendolo estroverso, aperto e responsabile.

    Mons. Nunzio Galantino – Abitare le parole