Relazione

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    L’etimologia della parola relazione – dal latino relatio, a sua volta da relatus, participio passato di referre (riferire, riportare, stabilire un legame, un collegamento) – ricorda che nella relazione è sempre insita la creativa, problematica e rischiosa idea di confronto, paragone e rapporto tra realtà diverse tra loro. Sullo sfondo di questa primissima considerazione si incontra il pensiero lancinante di E. Lévinas sulla relazione. Alla luce infatti della meditazione sulla sorte degli Ebrei e con uno sguardo attento alla vita reale ed al contesto nel quale si utilizza la parola e si fa esperienza di relazione, il filosofo di Kaunas ribalta seriamente i luoghi comuni della filosofia e della letteratura occidentali sul tema della relazione. O almeno non la ritiene, come scrive Dante nel Convivio (II, XIII, 20), sempre e comunque «la più bella».

    Nei testi, soprattutto di filosofia classica, la parola relazione è sempre contestualizzata. Ed è proprio il contesto a dirci che vi sono diversi modi di utilizzarla. Vi può essere una relazione su una qualsiasi attività; tale è il documento in cui viene riportata la descrizione di quella attività. In sociologia, le relazioni sociali indicano i processi di comunicazione e di condivisione all’interno e tra gruppi sociali. In matematica, la relazione indica un collegamento tra elementi di due o più insiemi o tra gli elementi di uno stesso insieme. Di gran lunga più frequente è il ricorso alla parola relazione per indicare il carattere fondamentale della persona («essere in e di relazione») ed il legame tra due o più persone. Mai però la relazione è riconducibile a un soave duetto o a interdipendenza incosciente e istintiva con l’ambiente circostante o con le persone che incontro.

    Vi sono modi e intensità diverse di vivere la relazione. M. Buber li descrive ricorrendo a tre preposizioni: Io sono per l’altro, Io sono con l’altro e Io sono nell’altro. Laddove il per indica la virtualità insita nella persona di un costante etero-arricchimento, il con è la forma che porta avanti la presa di coscienza del per con una maggiore apertura alla reciprocità. Il massimo della relazione lo si raggiunge nella forma dell’in. Essa indica quasi lo spostamento del centro di gravità nell’altro. La forma di relazione espressa dall’in – realizzabile con un numero ristrettissimo, forse riducibile all’unità nelle forme vere e totali – è qualificata come rapporto di amore.

    Non esiste uno standard qualitativamente costante di relazione. Alla relazione, carattere fondamentale dell’essere persona, ci si educa. E va custodita. Solo relazioni reali e continue nel tempo contribuiscono allo sviluppo di persone e comunità vive, consapevoli e capaci di progettualità nuove. Il tempo, infatti, consolida la capacità di ascolto e di sguardo reciproco e permette che interagiscano il livello concreto reale dell’incontro con l’altro “in carne e ossa”, il livello immaginativo fatto di desideri da mettere in comune e il livello di fantasie inconsce mosse da gioie e dolori.

    Mons. Nunzio Galantino – Abitare le parole